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DIALOGO NEL BUIO “L’essenziale è invisibile agli occhi”

Buio. Scende la notte più scura, mentre percorriamo il corridoio che ci conduce all’inizio dell’itinerario “Dialogo nel Buio”. Pian piano spariscono i colori, i nostri punti di riferimento, le facce dei nostri compagni di viaggio. Spariscono le nostre certezze e ci ritroviamo in un mondo nuovo, senza luce. E ci sentiamo spiazzati.             

La calda voce di Matteo, la nostra guida non vedente, interrompe temporaneamente il nostro stato di inquietudine. Quella voce sembra l’unica cosa rassicurante in quel buio così nero. Esordisce dicendo: “Secondo voi perché ci troviamo qui per iniziare questa avventura?”. Una signora dietro di me dice timidamente: “per provare a vivere come i non vedenti”. Matteo smentisce e aggiunge: “Noi ciechi siamo persone come voi, che si sono semplicemente dovute adattare. Siamo qui perché si può vedere anche con tutti gli altri sensi. E noi non faremo altro che questo”.
E così partiamo, stringendoci l’uno all’altro, ignari di chi sia il signore davanti o il bambino dietro che si sta aggrappando a te: in quel momento è come se fossimo un gruppo di otto amici, pronti a fidarsi l’uno dell’altro. Alla luce, forse, saremmo restii a fidarci di sconosciuti, invece qui al buio cerchiamo i nostri compagni, la loro voce, il ritmo del loro respiro. Non possiamo farne a meno, questa volta: dobbiamo farci aiutare, perché, da soli, ci perderemmo. Ed è questa consapevolezza di essere importanti gli uni per gli altri che ci rende un gruppo così unito. Pian piano piccole cose, come il maglione di lana di Alessio, i capelli lisci e setosi di Anita, la voce tranquilla di Anna, la mano morbida di Matteo ci diventano familiari. Per noi diventano quelli i punti di riferimento in quel buio pesto. E riusciamo così a rilassarci e ad aprire, curiosamente, i nostri “nuovi occhi”a quell’insolita esperienza.

Passo dopo passo, con l’aiuto del bastone per i non vedenti, proseguiamo nelle varie stanze che riproducono gli ambienti della vita quotidiana (un giardino, la strada, la casa). Diventa quasi un gioco a chi riesce a indovinare prima il tipo di pianta, o la scritta sul muro, o il tipo di macchina. Ci ritroviamo a fine percorso e non sembra neanche sia passata un’ora. Sembra lontano il timore dei primi passi. Ci chiediamo: “stiamo veramente imparando a vedere nel buio?” La risposta è: non ancora. Appena vediamo la luce, ci precipitiamo fuori e ci riappropriamo delle nostre certezze.
Mentre esco dall’Istituto dei Ciechi e percorro via Vivaio penso a quante sono le occasioni in cui abbiamo bisogno di affidarci agli altri, senza pregiudizi. Perché in fondo, come la mostra vuole comunicarci, siamo tutti smarriti davanti al “buio”.

Gabriella Parete

Comments (1)

Anche io ho fatto un esperienza simile a Genova. La cosa che mi ha colpito di più è stata proprio quanto, tolti un sacco di “disturbi” visivi, ci si concentri molto di più sulle persone e si empatizzi moltissimo con loro… Consiglio a tutti di fare esperienze così

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