BAA Dinner Speech con il prof. Giavazzi

Francesco-Giavazzi-Le-mie-proposte-di-tagli-alla-spesa-pubblica-Bloccate-dai-funzionari-ministeriali_h_partb.jpg--Di Sofia Guidi Di Sante

Lunedì 30 gennaio il Prof. Giavazzi, docente di economia politica nella nostra università ed editorialista del Corriere della Sera, è stato l’ospite della prima “Dinner Speech” dell’anno, organizzata da BAA, la Bocconi Alumni Association.
Quanto a lungo sopravvivrà l’euro?”era l’oggetto d’indagine della serata e la domanda attorno alla quale il Professore ha articolato una riflessione che prende le distanze da quella corrente negativa e pessimista che, recentemente, ha preso piede in una buona parte dell’opinione pubblica inneggiando all’abbandono della moneta unica.

Il Professore ha aperto il discorso toccando una delle questioni fondamentali per il corretto funzionamento dell’Unione Europea: la necessità d’integrazione politica fra i paesi membri, che sembra essere sempre più minacciata dall’esplosione del populismo.

I populismi in Europa non vincono, perché la Francia e la Germania hanno meccanismi elettorali che lo impediscono, ad esempio. E questa è una possibilità d’integrazione politica. Ma c’è un’altra grande opportunità d’integrazione, che è la difesa: se gli Stati Uniti improvvisamente decidessero di non proteggerci più, l’Europa avrebbe l’esigenza di aumentare la domanda e una spesa pubblica militare, per quanto possa non piacere, aiuterebbe tale domanda; inoltre, è facile convincere gli elettori a spendere per la difesa, perché ci sono persone a nord-est e a sud-est non proprio gentili con l’Europa. Quello che ha sempre fermato una difesa europea era la contrapposizione tra Francia e Gran Bretagna, le due potenze nucleari. Eliminata una delle due, il meccanismo naturale vedrebbe una Germania che si occupa delle questioni economiche ed una Francia che si occupa di quelle militari.

L’attenzione si è poi concentrata sull’Italia e sull’eventualità di una sua presenza in questo ipotetico mercato della difesa europea.

La preoccupazione sull’Italia è che il rischio di avere un governo populista fatto dalla congiunzione di due estremi non è basso e il punto di equilibrio fra i due estremi è il referendum sull’euro, che sarebbe sì un referendum consultivo, ma indipendentemente dalla costituzione, se la volontà è quella di uscire, bisogna farlo.
Di recente, due cose mi hanno colpito.
Ero andato in un ginnasio per tenere una lezione sulla crisi finanziaria e, dopo due ore, nessuno mi aveva ancora fatto una domanda sull’euro. Mi sono, allora, rivolto ad una ragazza e le ho chiesto spiegazioni. Mi sono reso conto che fra questi giovanissimi, alcuni non sanno nemmeno cosa ci fosse prima dell’euro. Se quindi dovessimo votare nel 2018, questi ragazzi non votano per tornare ad una cosa che non sanno cosa fosse.
Dall’altra parte, c’è la discussione di chi osserva gli andamenti finanziari e preme per uscire il prima possibile, in base ad un rapporto che fa il conto di quanto l’Italia guadagnerebbe o perderebbe ad uscire ora o in futuro. Questo rapporto ha come riferimento il debito.
Il nostro debito può essere diviso in due parti: quello emesso prima del 31 dicembre 2012, che si può ripagare in lire e, pensando che all’uscita seguirebbe una svalutazione del 30/40%, questa parte diminuirebbe proporzionalmente. Il debito emesso successivamente, invece, è soggetto alle clausole di azione collettiva (CAC), che impongono che il debito venga ripagato in euro. Perché vi sia una ristrutturazione, quindi una ridenominazione del debito nella valuta locale, è necessario il voto favorevole dei possessori di almeno il 75% del valore nominale dei titoli in circolazione.
Il calcolo interessante che fa questo rapporto è che febbraio 2017 è il mese in cui siamo in pari: quello che guadagneremmo ripagando il debito in lire equivale a quanto ci costerebbe ripagarlo in euro, una volta usciti. Il messaggio, allora, è che più tardi si esce, più si perde questo vantaggio. Questo credo che sarà un argomento che verrà utilizzato dagli economisti dei partiti estremi: di uscire al più presto, perché aspettare ci costerebbe 30 miliardi l’anno. E questo mi preoccupa molto.

Infine, l’intervento si è concluso con una serie di domande da parte degli ospiti. Tra queste, una in particolare riassume dubbi e preoccupazioni per il futuro del paese, riferendosi all’ipotetico scenario che vedrebbe l’Italia tornare sui propri passi, abbandonando l’euro.
“Un’Italia senza Euro sarebbe in grado di sostenere gli attuali ritmi economici?”

Il nostro è un paese che sta vivendo una trasformazione: sta uscendo dall’illusione che potessimo usare la svalutazione della lira per recuperare ciò che non era stato fatto. Quando ero al Ministero dell’Economia e andavo a Bruxelles, ci si sedeva attorno ad un tavolo e si trattava su quanto svalutare: qualcosa si trovava sempre. Ecco, questo non è un sistema in cui si può sopravvivere, perché non vengono fatti cambiamenti sull’economia reale. È un sistema che serve per prendere aria qualche mese, ma è una cosa effimera.
La lezione che l’Euro ha insegnato, a quelle imprese che ce l’hanno fatta, non a tutte, è che bisogna investire in quei meccanismi che consentano di sopravvivere senza svalutare. Tornare indietro, allora, non mi sembra la strada giusta.
Non credo che ai problemi posti dalla globalizzazione, dalla concorrenza dei bassi salari dei paesi emergenti noi possiamo rispondere uscendo e continuando a produrre il tondino di ferro, o prodotti dal capitale umano basso, sperando nella svalutazione.
È questo che l’euro ci ha insegnato.

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