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Law

Cercasi specialista (forense)

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“Cercasi specialista”: è questa la forma più frequente con cui si presenta, ai giorni nostri, un’offerta di lavoro; indipendentemente dal genere e dal supporto materiale: dal “Trovo Lavoro” del Corriere della Sera, agli inserti del The Economist, alle riviste specialistiche di settore, ai siti internet. Fino a poco tempo fa però, la professione forense sembrava magicamente immune dalla febbre delle specializzazioni, l’eccezione che conferma la regola. L’approvazione da parte del Consiglio nazionale forense di un provvedimento istitutivo (a partire dal 2011)della specializzazione forense sembra far pensare che non sarà più così.

Procedimento e requisiti. “Immer wieder”diceva Martin Heidegger, sempre da capo: un modo colto per dire che gli esami non finiscono mai. Letteralmente: l’accesso alla specializzazione (ulteriore ornamento alle pareti del vostro futuro studio)  sarà subordinato ad un esame in doppia forma, scritto e orale, sulla materia in oggetto, accessibile agli avvocati con un’anzianità superiore a 6 anni di iscrizione all’albo. Se il requisito della specializzazione dovesse diventare non più un’ ipotesi  “meramente facoltativa”,ma un ulteriore onere per un esercizio dignitoso della professione,prepariamoci ad una lunghissima preparazione scolastica (5 anni di università più 2 di pratica, 1 di esame, 6 per la specializzazione fanno 13,giusto?). Forse è più che una vaga ipotesi: quando ci saranno specializzati in antitrust law,diritto industriale, tributario o delle assicurazioni chi lo assumerà più un “semplice avvocato”?

Cosa c’è nel menù. L’elenco delle materie di specializzazione, conseguibili nel numero massimo di due,è tassativo e prevede 11 argomenti. Restano fermi i settori imprescindibili (penale, commerciale, amministrativo, della navigazione, del lavoro e dell’UE), affiancati da temi più tecnici e specifici: diritto industriale e diritto della concorrenza si staccano dall’alveo del diritto commerciale. Scompare misteriosamente il diritto delle successioni: rimarrà prerogativa del povero “avvocato semplice? Dal quadro affiora qualche contraddizione. Avere una specializzazione nell’intero diritto amministrativo non è come specializzarsi in diritto della navigazione. Dato che l’iter e i crediti di aggiornamento  richiesti non sono diversi, la cosa non sembra molto convincente. Altra scelta originale è l’aver separato dal diritto commerciale il diritto della concorrenza (scelta legittimata dalle prospettive di espansione e crescente complessità di quest’ultima materia di studio)e questa a sua volta dal diritto industriale; considerando invece unitariamente il diritto penale, genericamente inteso (nessuna distinzione: sostanziale, processuale, criminalità economica). Da un eccesso all’altro.

La nota positiva è che questo sistema impone un aggiornamento continuo, tramite cui il professionista viene maggiormente responsabilizzato e questo anche per maggiore garanzia del cliente. La sanzione per la scarsa diligenza è la perdita della qualifica di specializzato; i crediti di aggiornamento richiesti sono 120 a triennio; le modalità di ottenimento hanno un discreto margine di scelta. L’idea sembra quella di avvicinare la strutturazione della professione di avvocato, da un lato alle altre libere professioni (cd. “protette”); dall’altro ad alcune discipline sociali, come l’economia, con cui la scienza giuridica condivide un crescente grado di complessità e che da tempo si stanno evolvendo “verticalmente”, secondo schemi di specializzazione a catena. Che gli studi legali unipersonali di una volta (gli avvocati factotum che spaziavano ogni ambito del diritto con qualità, tempi ed efficienza robotica) siano in via di estinzione sembra inevitabile: è l’evoluzione del mercato legale che lo rende di per sé evidente. Dubbi sorgono sull’opportunità di imporre questo trend a colpi di regolamento. Posto che beneficiari del provvedimento dovrebbero essere i fruitori dei servizi legali, messi così in condizione di una scelta oggettivamente più consapevole dei propri difensori, è sufficiente un pezzo di carta in più per asservire a tanto nobile scopo? Gli avvocati possono essere davvero “chirurghi del diritto”? O il fenomeno giuridico è concetto unitario, sicché la capacità di un’osservazione sinottica vale (e paga) più della conoscenza nozionistica specializzata? Certo sembra versare in crisi la visione di quanti ritengono ancora che studiare il diritto, anzitutto come fenomeno sociale, significhi indagare la realtà nella sua positiva complessità e non limitarsi all’apprendimento stressantemente incessante di nozioni derubricate sotto titolo del libro di testo di turno. Commenti, repliche e risposte (soprattutto) sono più che benvenute.

Pietro Fazzini

pietro.fazzini@studbocconi.it

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