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Sul Lampredotto

Chi di voi conosce il lampredotto? Pochi immagino. Lasciate che vi spieghi: lampredotto con l’inzimino, lampredotto ai carciofi, lampredotto con le patate, lampredotto con i fagioli, lampredotto con i porri oppure il classico, l’evergreen, l’intramontabile buon vecchio panino con il lampredotto bollito. Sale, pepe, salsa verde e piccante a piacere. Bagnato nel brodo, volendo.

No, non sono pazzo, giuro che dà dipendenza.

E’ una meraviglia. Decine di chioschi sparsi nelle piazzette medioevali del centro storico, lungo i viali delle periferie o nei mercati centrali, dove ancora resiste il popolo. Si, il popolo, sembra quasi un tabù pronunciare questo nome oggi giorno. Il popolo fatto di saggezza, semplicità e spiritualità.

Quel popolo e quella Italia che Pasolini amava tanto e di cui denunciava inorridito la progressiva scomparsa nei suoi Scritti Corsari. Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino.


I lampredottari sono ancora lì, in mezzo alla gente, immutati, incrollabili e in piena forma. E’ cibo povero, ma buono. E oltre ad essere buono ed economico, ti apre il cuore. Ti fa sentire ancora umano. Mentre lo mangi e il sole ti scalda la faccia in pieno inverno le campane delle chiese suonano e le bestemmie volano nell’aria intorno a te. Il vino è a mescita, chi lo vuole si serva.

Il lampredotto è di Firenze, o meglio, il lampredotto è Firenze. E’ una testimonianza dello spirito di una città che sopravvive ad una specializzazione triste: il turismo. In esso, però, possiamo leggerci una metafora del destino comune a tutte le città italiane, a tutte le culture del mondo.

E’ divertente osservare la composizione dei capannelli di famelici individui che vi si fermano durante l’orario di pranzo: si potranno notare cinque o sei muratori, intenti a sgrifare avidamente i loro panini accanto a dei dotti professori o avvocati concentrati sul medesimo scopo. Si vedranno delle vecchiette che passano a prendersi il lampredotto crudo per portarselo a casa e cucinarlo, gente intenta a leggere il giornale o a chiacchierare. Studenti griffati o ragazzini africani perfettamente a loro agio, “Oh Muhammed, ché tu la voi la salsa verde?”. Dal lampredottaro si ascolta il dialetto vero. Quello che io e i miei coetanei parliamo ancora, ma con sempre più influenze straniere e modi di dire standard, giovanili. Il lampredottaro è un po’ una babele dove si incrociano etnie e classi sociali. L’unica cosa che manca sono i turisti. I turisti non ci sono. Alleluja. Si avvicinano interessati, incuriositi, scattano qualche foto qua e là, ma quando realizzano di cosa si tratta si allontanano. Nessuno se ne cura, rimangono tutti intenti a mangiare il loro panino. In effetti il lampredotto non ha proprio un bell’aspetto. E’ uno degli stomaci che compongono l’apparato digestivo di una mucca. Più precisamente è il quarto stomaco, ovvero l’ultimo. Non proprio una parte nobile. Se un turista si avvicina a chiedere che cos’è ci si gira con aria beata e con il boccone ancora in bocca si risponde “interiora di mucca bollite!”. E’ questo che gli ha permesso di sopravvivere intatto nei secoli: il fatto di essere una cosa buona ma troppo vicina a un buco del culo. Perché è improbabile, se non impossibile, che McDonald si metta in testa di fare una specialità del genere oppure che il famigerato “made in Italy” si metta ad esportare cotanta bassezza. Ma è proprio lì che una certa Italia ancora sopravvive, nonostante tutto.

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L’Italia che sa accogliere, l’Italia che sa convivere in equilibrio senza esacerbare le divisioni sociali, il paese dove per primo è stata abolita la pena di morte. Se Pasolini fosse vivo, o se il suo spirito venisse a trovarmi, ecco dove lo porterei: al lampredottaro di Piazza Sant’Ambrogio, a sedere sui gradini della chiesa, in mezzo ai piccioni. Gli direi, caro Pier Paolo, lo so che avevi previsto già tutto nel ’74. Lo so che la mutazione antropologica è stata spaventosa e violenta, che è praticamente sparito un intero Mondo senza che nessuno se ne accorgesse. Eppure non disperare, perché oggi siamo nel 2010, e siamo qui con un bicchiere di rosso in una mano e un panino di budella di vacca nell’altra e qui si può ancora percepire qualcosa di quel Mondo. L’intensità con cui lo puoi afferrare è rimasta intatta, me lo dicono le pupille gustative e me lo dice l’atmosfera. E se tutto questo è sopravvissuto fino ad ora, ho buoni motivi di pensare che continuerà a farlo. La conclusione, se c’è una conclusione, in tutta questa bizzarra storia è che lo spirito di una nazione e la saggezza di un popolo quando si sono smarriti, e questo è sicuramente il caso dell’Italia, bisogna andare a cercarli nelle piccole cose, nella quotidianeità delle proprie città. E’ da lì che dovremmo ripartire, dal fondo, diciamo.

Giacomo Vannucchi

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