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Law

Promesse ed entimemi

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Sembrerebbe opportuno instillare qualche dubbio in merito alla c.d. legge di Hume, di cui in questa stessa sede s’è detto: ossia, la regola per cui da enunciati puramente descrittivi non possano dedursi (trarsi logicamente) conclusioni prescrittive. In versione vagamente esistenzialista, il fatto che qualcosa sia non fornisce alcuna giustificazione (risolutiva) in merito alla sua necessità d’essere.
In particolare, si farà qui riferimento a un contro argomento alquanto noto in letteratura e reso esplicito dal filosofo statunitense John Searle. In origine filosofo del linguaggio, gli orizzonti di Searle si sono poi evoluti verso lo studio della mente, dell’intenzionalità, della coscienza, senza dimenticare il rilevante apporto in tema di ontologia sociale. Con l’argomento della promessa, Searle ha voluto dimostrare come la tradizionale cesura tra enunciati descrittivi ed enunciati prescrittivi (ossia la Grande Divisione e, sua espressione, la legge di Hume) non sia idonea a rappresentare il mondo e, in particolar luogo, la società in cui viviamo. Nello specifico, fallirebbe nel riconoscere l’adeguato ruolo a nozioni quali l’impegno, la responsabilità, gli obblighi (intesi, questi ultimi, anche e soprattutto in senso giuridico).
È bene, allora, analizzare, seppur brevemente, due ordini di distinzioni essenziali introdotte da Searle.
La prima concerne i fatti, ossia quegli enunciati descrittivi che nella Grande Divisione non trovano alcuna interna suddivisione. Si tratta della distinzione tra fatti bruti e fatti istituzionali: non è, questa, distinzione intrinseca, che trovi le proprie radici nella natura dei fatti stessi, ma piuttosto sociologica, ossia che pone le proprie basi sulla sovrastruttura cui l’uomo, animale sociale quanto bipede implume, non può fare a meno. Sarà fatto bruto, allora, la condizione per cui un uomo abbia tra le mani un pezzo di carta rettangolare con una cifra scrittavi sopra, mentre sarà fatto istituzionale il riconoscere, in quell’uomo, il possessore non più di un pezzo di carta, quanto di 5 euro. Sarà fatto bruto che un individuo porti al dito la fede, sarà fatto istituzionale che quell’individuo è sposato. Scivolando nell’italica passione, fatto bruto è che un aggeggio rotondo, calciato da un soggetto, “buchi” una rete; fatto istituzionale riconoscervi l’aver messo a segno un goal. E così via.
I fatti istituzionali presuppongono l’esistenza d’istituzioni, ossia di sistemi di regole costitutive. Si delinea così la seconda distinzione essenziale, inerente non più ai fatti quanto alle regole. La terminologia kantiana vuole che si parli di regole costitutive e di regole regolative.
Regole costitutive sono quelle che costituiscono (ed anche regolano) attività la cui esistenza è logicamente dipendente dalle regole stesse, mentre regole regolative sono quelle che regolano attività la cui esistenza è logicamente indipendente dalle regole medesime. Il reato di guida in stato di ebbrezza sarà allora catalogabile come norma regolativa, giacché l’attività sottostante è logicamente indipendente dalla regola stessa: qualora tale reato fosse depenalizzato, guidare resterebbe un’attività possibile. Dall’altra parte, il secondo comma del primo articolo della Costituzione Italiana (“La sovranità appartiene al popolo …”) è regola costitutiva della forma di Stato “democrazia”, in quanto, se la sovranità non appartenesse al popolo, non si potrebbe parlare di Repubblica democratica.
Con cognizione delle categorie ora introdotte, potremo allora dire che i fatti istituzionali sono fatti che presuppongono l’esistenza di sistemi di regole costitutive, ossia d’istituzioni.
Ora, quale il rilievo di queste considerazioni in merito alla legge di Hume? Esso consiste proprio nel “counterargument” introdotto da John Searle sull’istituto della promessa. Il proferire, da parte di un soggetto, determinate parole (espressioni convenzionali quali: “Io qui prometto di …”) comporta la nascita di un obbligo in capo al soggetto proferente. Dunque, da ciò che evidentemente è un fatto (e un fatto, si noti, fisico, in quanto proferire parole equivale a emettere onde sonore) si trae logicamente un dovere. Nel momento stesso in cui il soggetto A promette di fare c (ossia s’impegna, ecco il motivo per cui Searle, come già accennato, ritiene la tradizionale Grande Divisione non consona a rappresentare le nozioni di responsabilità e impegno) sorge in capo ad A l’obbligo di fare c. Si tratta, è evidente, di un paradigma di quei procedimenti argomentativo-deduttivi ritenuti scorretti dalla legge di Hume.
Come uscirne? Tutto quello che potrà fare un difensore della legge di Hume sarà dimostrare che l’argomento della promessa è un entimema, ossia un sillogismo incompleto, che manca di una premessa. Nello specifico, dimostrare che una premessa prescrittiva, per quanto implicita, c’è. Provando questo, si renderebbe innocuo l’argomento della promessa, poiché questo non farebbe altro che dimostrare che da una premessa descrittiva e una premessa prescrittiva si possa trarre logicamente una conclusione di tipo prescrittivo, e tale procedimento non è per nulla escluso dalla legge di Hume.
Orbene, è lo stesso Searle a tentare di escludere una delle possibili premesse prescrittive implicite che potrebbero essere addotte, ossia che “pacta sunt servanda”. Si potrebbe, infatti, sostenere che, per poter dedurre da un impegno un obbligo, si debba accogliere l’ulteriore premessa (prescrittiva) che tale obbligo (nel nostro caso, la promessa) vada rispettato. Searle, però, ritiene tale premessa prescrittiva intrinseca all’istituto della promessa e quindi pura tautologia: una promessa che non deve essere mantenuta è una contraddizione in termini, quindi non è una promessa. In altri termini, che una promessa vada mantenuta è regola costitutiva dell’istituto “promessa”.
Una via di fuga, tuttavia, sopravvive. Difatti, la premessa prescrittiva sottostante potrebbe ricondursi all’accoglimento dell’istituto nell’animo del soggetto proferente. Negare questo equivarrebbe a negare che qualcuno possa promettere insinceramente. Se A promette di fare c, ma allo stesso tempo non riconosce in cuor suo l’istituto della promessa, di cui fa uso puramente strumentale, a mo’ di artifizio retorico, non sorge un obbligo in capo ad A (e, si badi bene, non solo non sorge un obbligo positivo, ossia di fare c, ma non può sorgere nemmeno un obbligo negativo, ossia di non fare c, perché qualora sorgesse non si potrebbe parlare di promessa, come esposto poco sopra).
La questione si renderà più chiara con un altro esempio di fatto istituzionale (la promessa è, infatti, fattispecie assai peculiare, e spesso trattata separatamente in letteratura). A si reca in un esercizio commerciale con l’intento di comprare l’oggetto c. Nel momento in cui la volontà di A incontra quella del commerciante in merito all’acquisto dell’oggetto c, la proprietà, secondo il nostro Codice Civile, si trasferisce. Ovviamente, sorge in capo ad A l’obbligo di pagare all’alienante il corrispettivo pattuito. Secondo Searle, il discorso termina qui. Si potrebbe invece ritenere che tale obbligo non sorga in via diretta, in automatico, ma piuttosto se e solo se A riconosce l’istituto della compravendita e, più in generale, l’ordinamento giuridico italiano. A potrebbe, infatti, manifestare un intendimento insincero al momento dell’accordo con il venditore per poi, una volta entrato in possesso dell’oggetto c, non ritenersi per nulla obbligato al pagamento del prezzo.
In conclusione, quale il rilievo dell’introduzione della categoria dei fatti istituzionali in merito alla discussione su Grande Divisione e legge di Hume? Orbene, una volta concesso e riconosciuto che i fatti istituzionali, a differenza di quelli bruti, siano fatti composti tanto da una componente descrittiva quanto da una componente prescrittiva, la questione da porsi è se queste due componenti siano o no scindibili. Come si spera di aver chiarito, Searle ritiene che non lo siano, e cioè sostiene che dal mero venir in essere di un fatto istituzionale si possa parlare del sorgere di un dovere, un impegno, una responsabilità. A Searle si può obiettare che l’argomento della promessa è un entimema: le due componenti sono scindibili e, al contempo, la premessa prescrittiva implicita non può ritenersi tautologica (ché, se lo fosse, si ricadrebbe in una sostanziale inscindibilità).
Lorenzo Azzi
lorenzo.azzi@studbocconi.it

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