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Off Campus

Il mare non bagna Napoli

Reading time: 3 minutes

Ebbene si, lo ammetto, sono napoletana. Ma non guardatemi così, ci sono capitata, io non volevo. Sono una napoletana media, come lo può essere una americana media o una milanese media. Che possiamo farci?  E’ così che va il mondo, stiamo diventando tutti un po’ più uguali.

La globalizzazione è forse il concetto più sofisticato e banalmente sovra semplificato in pillole di saggezza che tutti noi ragazzi, almeno una volta, abbiamo sfoderato per far colpo sullo pseudo filosofo alias intenditore di politica impegnato a interloquire con noi, rintontendoci con una serie di scattanti giochi di parole, allitterazioni vertiginose, metafore vegetali sulla vita e la morte e contrasti fonetici.

La globalizzazione investe tutti, è quel famoso e abusato battito d’ali di farfalla che ha generato una tempesta perenne e ha coinvolto tutto il globo. Tutto ho detto? Scusate, volevo dire quasi tutto. Della serie “Il mare non bagna Napoli”, la tempesta non sfiora Napoli; insomma, a Napoli sembrerebbe non arrivare mai nulla.
Appena arrivata alla stazione di Milano centrale, mi ha accolto un bel sole caldo ed un’aria d’affrancamento; ma, cosa ancor più incredibile da una napoletana, ero riuscita ad evitare scene alla “Totò, Peppino e la Malafemmena”, come il rivolgersi in tedesco ad un malcapitato poliziotto in Piazza Duomo. Insomma, ho fatto tutto benissimo, proprio come Charlie Brown, vestita con le stesse ballerine intrecciate che Zara ha tanto venduto quest’anno, con lo stesso bagaglio di conoscenze liceali e di controcultura da social network. Cammino e mi sento conforme alla folla. Il mio piccolo sogno milanese si infrange però ben presto: parlo con i miei coetanei, il loro naso inizia a lampeggiare, avvertono un accento particolarmente riconoscibile ma non vogliono ancora crederci, allora si sincerano e fine: sono targata come la napoletana; ma non la napoletana del XXI secolo, e neanche come una lavandaia del 1600 che canta Era de Maggio, magari: io sono la napoletana napoletana, quel luogo comune che non è mai esistito ma che al turista e, aimhè, anche a molti napoletani, piace, ovvero quello di un napoletano bonario e truffatore, che se non ruba non è felice, quasi che lo facesse come una sorta di arte, quello che va a spasso con Pulcinella e non fa altro che magiare, gioire e stare al caldo sole a punzecchiare un mandolino, ora anche adagiato su un bel cumulo di immondizia. Aneddoto personale: stavo parlando con una ragazza di Como dei trasporti pubblici nella mia città e quando ho citato i buoni livelli di efficienza della metropolitana lei ha fatto un triplo salto mortale e con tono di meraviglia ha esclamato: “Ma perché, a Napoli avete la metro?”. Perdonatemi, è una bugia: a Napoli ci spostiamo sugli asini, quelli che la nostra squadra ha come mascotte.
Ho sentito dire che a Yale esistono club di tutti i tipi, anche uno per “Polinesiane sessualmente confuse”; potremmo farne uno per noi napoletani medi alla Bocconi: “Napoletani perseguitati da Pulcinella”.
Ma comunque, tiriamo le somme di questa semiseria apologetica. Non starò qui a catalogare con minuzioso compiacimento le bellezze della mia città, i personaggi  celebri che ha partorito, l’eccezionale tradizione musicale che ancora oggi sopravvive con esperimenti molto moderni (dal Blues di Pino Daniele agli Avion Travel), né ancora starò qui a tediarvi con la squisitezza dei nostri prodotti. Napoli è una città in rovina, è un paziente a cui il medico ha dato il referto senza tentare di curarla, anzi oserei dire: Napoli è uno scandalo. Scommetto che adesso molti staranno plaudendo al mio buonsenso, ma seguitemi ancora per poco. Premessa: la camorra esiste. Continuiamo: se un uomo ruba, lo fa per miseria;  se la camorra esiste, è dalla miseria che trae forze: nessun napoletano ha mai gradito la miseria, come nessun uomo, credo.  La miseria è qualcosa di dato, è il frutto di circostanze storiche sbagliate, politiche prima inefficienti, poi malavitose, infine approfittatrici. Questo breve e poco approfondito passaggio logico vuole essere un vademecum: tenetelo a mente, eviterete a un popolo di ricordargli che a Napoli ormai non si canta più da tanto tempo.

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Giulia Buccione

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One comment
  1. Gianluca Santaniello

    Cara Giulia, in 5 anni IN bocconi ho avuto a che fare con alcuni colleghi (e ti dirò, anche professori) che “cadevano” in luoghi comuni sulla Nostra città ma fortunatamente queste situazioni sono sempre state superate col tempo..

    personalemnte vado molto orgoglioso di una frase cho ho ascoltato diverse volte “conoscendoti ho scoperto un altro lato dei napoletani” , questa secondo me racchiude il senso dell’esperienza universitaria di un fuorisede, portare a conoscenza degli altri ciò che è di buono della cultura della propria città..

    non ho mai nascosto i problemi della città ma ho sempre cercato di spiegarli ed ho sempre invitato chiunque a visitare la nostra città, per fargli vedere la bellezza e l’inferno che la caratterizzano…

    se poi i tuoi amici rimangono ancorati al loro amato luogo comune, peccato, resterai sempre concittadina del Presidente della Repubblica e del Governatore della Banca d’Italia 🙂

    saluti
    GS

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