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Note alle presidenziali US – La convention democratica

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 Pochi giorni fa si è chiusa la convention del partito democratico, l’evento formale che ha investito Obama della candidatura alle prossime presidenziali. Il palco era quello di Charlotte, North Carolina, e l’atmosfera è stata quella di una grande festa, con il pubblico in delirio al grido di “four more years” e sventolante migliaia di cartelli con su scritto “forward.”. La convention ha ottenuto ottimi risultati, su questo pochi giornali hanno alcunché da dissentire. Secondo alcuni, a deludere le aspettative è stato Obama, mentre i discorsi dei giorni precedenti hanno raccolto ampi consensi. In primis Michelle, destinata a fare un richiamo sul lato personale del marito (come se fosse necessario), poi Joe Biden e Bill Clinton, entrambi incaricati di ribaltare la percezione del pubblico americano sui quattro anni appena trascorsi. A me, osservatore in differita dall’altra parte dell’Oceano, i tre elementi della convention che sono sembrati più interessanti sono:

  1. La cooperazione repubblicana. I risultati raggiunti da Obama in questo mandato si riferiscono quasi esclusivamente ai primi due anni, quando poteva contare su un Congresso a maggioranza democratica. Dopo le midterm election, la situazione è precipitata ed il presidente si è trovato di fronte ad un muro repubblicano su qualunque istanza democratica. Questo è un tema non da poco. Da una parte, è una delle ragioni più legittime che i democratici possono avanzare di fronte al proprio track record più o meno deludente. Dall’altra, è una delle più grandi incognite sui prossimi quattro anni. Ammesso che Obama la spunti nelle elezioni di novembre si troverebbe a lavorare nel moderato immobilismo che ha contraddistinto gli ultimi due anni, con il rischio che la situazione peggiori ulteriormente dopo le prossime midterm. I sostenitori del realismo politico potrebbero trovarsi in difficoltà nella cabina elettorale, scoprendosi a scegliere tra un presidente repubblicano che può fare qualcosa e uno democratico che è ostaggio del proprio congresso. Di qui il forte richiamo dei democratici alla collaborazione. Certo, non ci sono grandi soluzioni di fronte a congressmen repubblicani recalcitranti, ma, per quanto sentito, il richiamo di Bill Clinton suona naïve in momenti come questi.
  2. Il ruolo del governo. Uno dei cavalli di battaglia dei repubblicani è la pretesa di un governo meno presente nell’economia e nella vita dei cittadini. Il mercato può occuparsi della maggior parte delle materie in maniera ben più efficiente della mano pubblica. Così i repubblicani hanno detto a Tampa. La risposta democratica non si è fatta attendere: “We don’t think government can solve all our problems. But we don’t think that government is the source of all our problems — any more than are welfare recipients, or corporations, or unions, or immigrants, or gays, or any other group we’re told to blame for our troubles.” (Barack Obama). Si tratta di una risposta molto più sensata di quella repubblicana, perché, per una serie di ragioni strutturali, il settore pubblico rappresenterà in ogni caso una fetta maggiore dell’economia statunitense, indipendentemente da chi vincerà le elezioni. Su questo punto si rimanda all’analisi di Lawrence Summers sul FT (www.ft.com/intl/cms/s/0/552fd4a4-e854-11e1-8ffc-00144feab49a.html).
  3. Il recap sui quattro anni passati e la scelta morale del voto. I democratici hanno pianificato la convention in modo chiaro. L’obiettivo era approfittare della maggiore audiance di cui potranno godere prima del voto per spiegare agli Americani che cosa hanno fatto in questi quattro anni. Si trattava di una missione legittima e necessaria, in quanto la campagna di Romney stava convincendo il pubblico elettorale che i quattro anni passati fossero stati un completo fallimento. Il risultato è stato più che positivo grazie a tutti gli speaker democratici, ma una menzione di merito va a Bill Clinton. Il suo discorso è stato forse il migliore di entrambe le convention e ha guidato il pubblico passo a passo alla scoperta dei veri risultati raggiunti dall’amministrazione Obama, lasciando poi a questo il diritto di giudicare (“you will judge”). Con una forte nota sull’importanza della collaborazione e con un intelligente passaggio sulla contrapposizione tra la grande tradizione repubblicana ed i suoi rappresentanti di oggi, Clinton ha preparato il campo a dovere prima dell’ingresso di Obama. Il discorso di quest’ultimo (e nel dirlo vado controcorrente con la maggior parte dei commenti letti sulla stampa statunitense) mi è piaciuto molto. Non ha parlato del proprio programma, così come non l’hanno fatto “gli amici laggiù a Tampa”. Era necessario? No. O, meglio, non per come i democratici hanno impostato la convention. Il messaggio di Obama era un richiamo ad andare oltre l’economia, ad andare oltre la politica. Il suo era un richiamo a vedere queste elezioni come una scelta fra due visioni diametralmente opposte dell’America: “But when all is said and done — when you pick up that ballot to vote — you will face the clearest choice of any time in a generation. […] On every issue, the choice you face won’t be just between two candidates or two parties. It will be a choice between two different paths for America. A choice between two fundamentally different visions for the future.”. Mossa interessante, soprattutto perché impone un significativo cambiamento di arena competitiva, avvicinandosi di più alle elezioni del 2008.
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Sergio Rinaudo

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