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Oltre il merito

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La nozione di meritocrazia è uno di quei concetti, decisamente rari, capaci di mettere d’accordo pressoché chiunque di noi. Molto più, credo, di democrazia (“Non ho nessun rispetto per la democrazia” era l’ardente confessione di uno dei nostri più importanti cantautori); senz’altro più di Stato sociale (tanto più in un’università come la nostra) ed affini.

Non è per nulla infrequente incappare in “discorsi da bar” (o “da autobus”, come avrebbe a dire il Michele Apicella di Sogni d’Oro) in cui arzilli pensionati lamentano il fatto che il vero problema del nostro Paese è che non c’è meritocrazia.

Orbene, ritengo necessaria una riflessione sul concetto di merito, citato troppo spesso “alla leggera”. Innanzitutto, serviamoci della definizione lessicale: merito è “diritto alla lode, alla stima, alla ricompensa e sim., dovuto alle qualità intrinseche o alle opere di una persona” (Zingarelli).

Ad accompagnarci nel nostro viaggio su tale concetto sarà John Rawls, rilevantissimo esponente della filosofia morale e politica statunitense, capace di influenzare profondamente le proposte e le riflessioni dei democratici USA.

La critica di Rawls al concetto di merito così come concepito dall’opinione pubblica può essere ben evidenziata dal raffronto con la definizione lessicale succitata. Il dizionario ci parla di merito come diritto. Ora, nel suo significato originario, questo diritto non potrà certo essere una pretesa giuridica; il riferimento deve senz’altro essere ad un diritto morale. Mi spiego: se ad un concorso che mette in palio un unico posto disponibile si fanno vivi solamente due individui, di cui uno molto più titolato e preparato dell’altro, che, però è il figlio di una persona assai influente, ebbene, non avremmo remore nel dire che è giusto che il posto sia assegnato al primo (merito come diritto morale). Altra cosa è dire che ci dovrebbe essere una legge che attribuisca tale diritto soggettivo (l’assegnazione del posto) all’individuo più preparato: ammesso che sia verosimile, sarà piuttosto un traguardo che una società “giusta” vorrà perseguire, ma non certo la nozione di diritto cui fa riferimento la nostra virginea definizione lessicale.

Rawls contesta l’idea di merito come diritto morale e mette in risalto un’importante distinzione di cui è bene tenere conto: quella tra merito morale e legittimità. Per spiegare la differenza si potrebbe adottare un esempio ludico: il merito morale fa riferimento ai giochi di abilità, come gli scacchi, ove chi vince è titolare di un merito morale, in quanto si è dimostrato più abile dell’avversario; la legittimità, invece, ai giochi di fortuna, come la lotteria, ove, se esce il mio numero, sono legittimato sì a ricevere la vincita, ma manca un merito morale (si parla così di diritto a legittime aspettative), perché manca un’abilità (è una questione di fortuna).

Questa distinzione sarà più chiara dopo che si sarà fatta una panoramica sul pensiero di John Rawls, e, in particolare, sulla sua riflessione con riferimento alla distribuzione della ricchezza in una società giusta (c.d. giustizia distributiva).

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Come determinare i principi di giustizia sui quali fondare la nostra società? Rawls fa ricorso ad un ipotetico contratto sociale, stipulato dall’umanità sotto il c.d. velo d’ignoranza.  Dobbiamo, in buona sostanza, immaginare che l’umanità intera si riunisca ignorando tutte le condizioni puramente contingenti in cui si troverà a vivere nel mondo terreno (epoca, sesso, razza, ricchezza o povertà ecc.) e chiederci quali principi di giustizia essa stabilirebbe. Il velo di ignoranza trasmette l’idea di una originaria situazione di uguaglianza, che ci faccia dimenticare chi siamo nella vita reale; secondo Rawls, solo in una condizione di tal fatta gli uomini stipulerebbero il contratto sociale ideale, perché privi di ragionamenti egoistici.

Sotto il velo di ignoranza, di sicuro gli uomini non sceglierebbero mai di adottare l’utilitarismo. Questo per il semplice motivo che essi non sarebbero disposti in alcun modo a dar via, a limitare i propri diritti fondamentali (ammesso che sia possibile, vedasi Locke) per ragioni economiche. Una delle critiche che si rivolgono all’utilitarismo è, infatti, proprio quella per cui tale concezione discrimina le minoranze, sotto la pretesa superiorità del benessere generale. L’esempio tipico che si fa in questi casi è quello dei giochi gladiatorii: un utilitarista potrebbe giustificare i giochi che si tenevano nelle arene dell’antica Roma sulla base del fatto che, se l’utilità e il benessere (in specie: il divertimento) che l’insieme degli spettatori traeva dallo “spettacolo” fosse stata superiore alle sofferenze, per quanto atroci, che il gladiatore chiamato a combattere con le fiere sopportava, ebbene tali giochi accrescevano l’utilità generale. Ora, dal momento che sotto il velo di ignoranza nessuno di noi sa se nella vita reale la sua posizione sociale sarà quella del gladiatore o quella dello spettatore (per dirla in breve), ebbene, l’utilitarismo verrà senz’altro rigettato. Questo è il primo principio di giustizia.

Il secondo principio di giustizia è positivo, a differenza del primo, che si limita al rigetto dell’utilitarismo: ignorando se faranno parte di una famiglia ricca o povera (se nasceranno in Africa, Europa o chissà dove), gli uomini non potranno che optare per un’equa distribuzione di guadagni e ricchezza.

Allo stesso tempo, si riconosce un principio di eguaglianza “qualificato”, il c.d. principio di differenza, secondo cui potranno essere ammesse solo quelle diseguaglianze economiche e sociali che recano beneficio ai più sfortunati (poveri). Solo queste disuguaglianze sono considerate giuste, sotto il velo d’ignoranza.

Premesse queste considerazioni di carattere teorico, veniamo al concreto. Quale forma di distribuzione della ricchezza verrà scelta sotto il veil of ignorance? Prendiamo in considerazione le quattro principali possibilità:

  • Aristocrazia: una scelta come questa implicherebbe una vita sociale in cui tutto è determinato dal caso, dall’esser nati in una famiglia ricca anziché povera e viceversa. Solo chi nasce con i mezzi necessari potrà fare “carriera”. Evidentemente, sotto il velo d’ignoranza tale possibilità sarà scartata, per i motivi di cui s’è detto con riferimento ai giochi gladiatorii.
  • Liberalismo: Si tratta del sistema di libero mercato, del principio dell’eguaglianza formale. Non basta, dice Rawls, perché manca la giustizia sostanziale. Una metafora sportiva potrebbe essere quella di una gara di velocità: l’eguaglianza formale permette a chiunque di partecipare a tale gara (a differenza della scelta aristocratica), ma, non prevedendo correttivi, è come se legittimasse la possibilità, da parte di chi ha i mezzi giusti, di partire 5 metri davanti agli altri.
  • Sistema meritocratico: Questo è il sistema dell’eguaglianza sostanziale, il punto d’arrivo, per molti di noi. Non per Rawls; vediamo perché. Adottando questa terza scelta, le istituzioni avranno il compito di portare ciascun individuo al nastro di partenza prima che cominci la gara e tutti partiranno dallo stesso punto. Fuor di metafora, dovranno esser riconosciuti, ad esempio, programmi d’istruzione uguali per tutti (è il superamento della dottrina del “separate but equal”, per restare prossimi alle vicende storiche della patria di Rawls). Ciò però non è abbastanza, per il semplice motivo che è vero che la meritocrazia elimina le contingenze sociali ed economiche, e ciò (mi si perdoni il gioco di parole) è assai meritorio, ma permette comunque che la distribuzione della ricchezza e dei guadagni sia determinata dalla distribuzione casuale di abilità e talenti.
    Questo è il punto fondamentale del presente scritto: siamo tutti portati a rifiutare sprezzantemente sistemi come quello aristocratico, perché ci rendiamo conto che una società non può essere giusta se permette che siano le condizioni di nascita, ossia il caso, a fungere da parametro sulla base del quale attribuire onori, ricchezza ecc. (in realtà, sopravvivono ancora monarchie in questa nostra bella Europa che legittimano l’irragionevole idea della discendenza, giustificando il sistema aristocratico).
    Allo stesso tempo forse non più tutti, ma di certo molti di noi, sono portati a rigettare il principio dell’eguaglianza formale, considerandolo vuoto (primi tra tutti, i Padri Costituenti, con quel loro secondo comma del terzo articolo).
    Ben pochi di noi, però, sono disposti a riconoscere (spesso anche per l’innocente fatto di non averci mai pensato) che anche nel sistema meritocratico si legittimano differenze sociali dovute al puro caso. Il talento, ci dice Rawls, ha un prezzo nella nostra società, sottostà alla legge di domanda e offerta del mercato, e per questo non può avere fondamento morale. Non è altro che una circostanza fortunata il possedere quei talenti riconosciuti, apprezzati, valorizzati dalla società in cui, per caso, ci troviamo a nascere (e vivere). Supponiamo che un uomo del 2000 nascesse con un grandissimo talento nella caccia, o nello scheggiare le felci per fare il fuoco: che ne sarebbe in quel caso dei suoi talenti? Che beneficio ne potrebbe trarre? Ora supponiamo che tale uomo nasca invece dotato di una statura molto alta ed abilissimo nel tirare un oggetto sferico all’interno di un cerchio cui è fissata una rete: ebbene, potrebbe in breve tempo diventare un astro della NBA, e guadagnare milioni di dollari.
    In questo senso, Rawls va oltre la differenza tra merito morale e legittimità cui si faceva riferimento poc’anzi: anche chi vince a scacchi, proprio come colui che vince alla lotteria, non ha alcun merito morale da vantare, dal momento che la sua vittoria non è che frutto di almeno due circostanze fortunate: l’avergli Madre Natura donato una particolare abilità in quella disciplina; l’esser nato in una società in cui il gioco degli scacchi è praticato e valorizzato (sebbene certamente meno della pallacanestro).
  • Egualitarismo: non basta la meritocrazia, ci dice Rawls, perché essa, paradossalmente, non premia il merito, ma premia le abilità di ciascuno di noi, e queste, alla pari di sesso o nazionalità, sono frutto del caso, della fortuna (o sfortuna). Il passo avanti da compiere è costituito dall’egualitarismo, che poi non è che il principio di differenza già citato. Coloro che sono stati premiati dalla natura, chiunque essi siano, saranno legittimati a trarre profitto dalle proprie “capacità naturali” (es. talento) solo se lo faranno in modo da migliorare la situazione di coloro che non sono stati premiati (un esempio potrebbe essere quello del principio di progressività delle imposte). Solo così si raggiunge la moralità nella distribuzione.

Ebbene, la riflessione di Rawls, per quanto non particolarmente complessa nelle sue linee fondamentali, ci invita a riconsiderare in maniera più esauriente concetti che, per il tanto citarli e sentirli citare, finiscono per sembrarci banali, semplici.

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Non sono mancate critiche a tale ricostruzione, soprattutto da parte dei fautori del liberalismo (Friedman e Nozick su tutti), e magari le esporremo in un seguente scritto.

Trovo necessaria una postilla finale: il fine del presente scritto non era e non è quello di disincentivare l’aspirazione ad una società maggiormente meritocratica (nel significato lessicale del termine). Tutt’altro: soprattutto in un Paese come il nostro, tale aspirazione è giusta, perfino necessaria, per quanto il problema spesso non sia nelle leggi (tanto meno nella Costituzione, come s’è visto), ma nella applicazione che ne viene fatta. L’obiettivo era quello di riconsiderare il concetto di merito, e di chiedersi se davvero basta premiare il merito per rendere una società giusta.

Lorenzo Azzi

lorenzo.azzi@studbocconi.it

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