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Politica apolitica

martinaleonepoliticadi Martina Leone

Domani è il primo Maggio. É la festa del lavoro in moltissimi paesi del mondo. Dal Brasile alla Siria, da Singapore a Cuba, dalla Cina alla Tanzania, si celebrano conquiste sindacali volte ad affermare e far rispettare i diritti dei lavoratori. Qui da noi è puntuale l’organizzazione del famoso concertone di piazza San Giovanni a Roma. E puntuali sono le critiche all’eccessiva faziosità politica dei suoi organizzatori, dei presentatori, degli ospiti e delle canzoni.

Solo una settimana fa il vice-prefetto di Alassio chiedeva di bandire dalla manifestazione del 25 Aprile le canzoni partigiane, in primis “Fischia il vento”, originaria proprio della provincia di Savona cui Alassio fa parte. Voleva una Festa della Liberazione apolitica, una celebrazione per l’anniversario della fine del ventennio fascista e dell’occupazione nazista apolitica.

L’Italia, si sa, è il paese della moda. E delle mode. La più recente riguarda la politica, e di rimando l’antipolitica. Nell’opinione comune, la politica ha assunto un’accezione negativa, divenuta un cancro da estirpare, casta, truffa, arricchimento di pochi ai danni dei cittadini onesti, attaccamento alla poltrona rossa di Montecitorio, incarnazione dei mali della società.

Si è diffuso con sempre maggiore intensità un sentimento di avversione e svilimento della politica come interesse, attività, professione, e ovviamente della classe che l’ha rappresentata negli ultimi dieci, venti, trent’anni. Sentimento che ha portato con sé un bisogno di cambiamento cieco e radicale che, sotto mentite spoglie di vento di rinnovamento, vuole pensionare la politica in favore della sua antitesi buona e nobile: l’antipolitica.

Non si definisce, però, per contrapposizione. Una cosa non è buona solo perché non è cattiva. L’antipolitica, nel suo opporsi e prendere le distanze dalla politica, può assumere varie forme. Da noi è giunta quella, a mio avviso, peggiore di tutte. A combattere i titani della casta politica è scesa in campo quell’antipolitica dotata di erculea forza demolitrice e una sovrannaturale tendenza alla generalizzazione. E come qualsiasi conclusione tratta da premesse sbagliate, si è generata quest’errata convinzione: che la politica sia per natura corrotta, malvagia e sbagliata.

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Che l’attuale classe politica abbia molto da rimproverarsi è oltre ogni ragionevole dubbio. Che si è fatto un uso della politica così basso e bieco e sporco e persino criminoso è così indubbio da giustificare questa fisiologica repulsione.

Ma che la politica sia fisiologicamente una degenerazione della società è sbagliato. L’uomo è per natura un animale politico, diceva Aristotele. E a ragione. Non siamo isole, e viviamo in un mondo popolato da altri, con i quali condividiamo spazi, tempi, azioni e passioni. La politica è attività volta all’interesse della comunità, della città, degli altri. Non può essere sostituita da un’antipolitica che si fondi sull’assurda pretesa di creare un’utopica democrazia diretta a suon di voti online. Né da un’antipolitica del totale disinteressamento e dell’assoluta delegazione, madre dell’apolitica, un’apatia dell’agire e del sentire comunitario.

Quello che serve oggi, a noi, ad Alassio, al concerto del primo Maggio, all’Italia, forse al mondo tutto, è la buona politica; la radicale rivisitazione del termine, il capire che abbiamo bisogno non di un’antipolitica, ma di una politica construens, una politica propositrice, innovatrice e lungimirante. E ci servono i voti ai seggi, le interviste ai giornalisti, i discorsi svuotati di parafrasi come di turpiloqui e riempiti di parole semplici e veritiere. E ci servono anche le manifestazioni politiche, le bandiere che sventolano, le canzoni alle feste, a ricordarci cosa la buona politica può fare e ha fatto, e soprattutto da cosa ci ha salvato.

2 comments
  1. Stellina92

    Il regime democratico nel quale si sostanzia la statualità repubblicana avrebbe agevolmente consentito agli italiani l’elezioni di più degni rappresentanti ai vertici della Nazione. Naturalmente, lo stesso popolo proteso alla masochistica celebrazione delle concause dell’italico declino per vent’anni si mostra ora spettatore indignato d’un penoso cabaret del quale mi risulta esser stato artefice e regista. Una collettiva assunzione di responsabilità sarebbe un ottimo inizio; temo tuttavia sia più semplice sputare sui vertici dello Stato ed inneggiare all’avvento delle massaie all’Economia …

  2. sbdcjabjh

    “E ci servono anche le manifestazioni politiche, le bandiere che sventolano, le canzoni alle feste, a ricordarci cosa la buona politica può fare e ha fatto, e soprattutto da cosa ci ha salvato”

    non scordiamoci mai da che storia veniamo.
    articolo bellissimo!

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