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Il Discorso del Re

sasdi Luca Bagnato

Si è molto parlato di come, grazie a una rielezione quasi forzata e non voluta, sulla testa di Napolitano sia stata posata una pesante corona. Un copricapo tanto pesante da conferirgli, oltre ad un potere molto rilevante, il titolo, giornalistico ma non onorifico s’intende, di Re Giorgio.

Ascoltando il discorso d’insediamento emerge chiaramente come il nuovo potere del Presidente derivi dalla assoluta immobilità dei partiti, dei leader politici, del Parlamento; un travaso quindi, né più né meno. Chi si è trovato impossibilitato a prendere qualsiasi decisione concreta riguardo al governo del Paese ha soltanto delegato la scelta all’unica figura capace di raccogliere attorno a sé il consenso della maggioranza delle forze politiche (e non solo); non ha traferito definitivamente i suoi poteri. D’altro canto non potrebbe essere diversamente, essendo l’Italia Repubblica parlamentare: il potere che Napolitano si trova tra le mani è puramente politico, e se le formalità vogliono che sia il Presidente a decidere i capi di governo sulla base del consenso parlamentare, nessuno ha mai dubitato del fatto che le elezioni si facciano per vincere e governare, non per convincere il Presidente a nominare il proprio leader.

Nondimeno la fase politica in cui viviamo vede consolidarsi, in Italia, un presidenzialismo di fatto, ma pur sempre presidenzialismo. Negli ultimi due anni Napolitano è stato chiamato per due volte a scegliere il titolare dell’incarico di formare il governo, e, viste le situazioni di impasse createsi, lo ha fatto entrambe le volte con ampie dosi di discrezionalità. Sono vari i motivi per cui al governo oggi c’è Letta e non Renzi, ma tra questi non è difficile immaginare ve ne siano alcuni riconducibili agli umori del Quirinale. Ma il potere più grande di cui il Presidente oggi dispone sembra chiaramente quello di costringere i partiti, “per il bene del Paese”, a fare le scelte che mai avrebbero voluto: il centrodestra nel 2011 votò un governo tecnico che avrebbe chiaramente spazzato molte delle sue misure più simboliche; oggi il Partito Democratico vota la fiducia ad un governo politico in cui coabita con quelli che riteneva quasi “Figli del Demonio”, i berlusconiani. A tutto ciò va aggiunto che Napolitano è l’unica figura a livello popolare che sia ancora capace di trovare approvazione presso ben più della metà dei cittadini.

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La centralità che il Presidente della Repubblica riveste oggi è resa chiara anche dalle “Quirinarie” che il M5S ha lanciato per scegliere il suo candidato. In teoria, politicamente il Presidente dovrebbe limitarsi a essere il custode della Costituzione, una funzione in cui l’interpretazione dovrebbe essere minima, e che quindi non giustificherebbe il ricorso a consultazioni popolari per la scelta di chi lo riveste. Il silenzio generale sull’opportunità di svolgere consultazioni popolari sul Presidente della Repubblica, tuttavia, mostra che le cose non stanno così. L’idea che il Quirinale abbia un potere politico tanto rilevante da meritare l’elezione diretta rivela che il “caso Napolitano” non è più visto come eccezionale, ma si crede diventerà la norma. Il presidenzialismo, di fatto ed una tantum oggi, inizia ad essere percepito come una costante per il futuro.

Per la Legge di Thomas, “se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”: il presidenzialismo in Italia oggi non è che un’eccezione, ma la convinzione che in futuro non possa che diventare la regola ha avviato il meccanismo che ci porterà in fretta a cambiare.

La corona di Re Giorgio non scomparirà con il suo settennato; e forse, in futuro, non sarà neanche fatta di spine.

lucabgn@gmail.com

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