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Per non dimenticare: nell’anniversario della nascita del padre della Croce Rossa

dsgsdgdsdi Giovanni Coppola

L’8 Maggio di 185 anni fa nasceva a Ginevra Jean Henri Dunant, il fondatore della Croce Rossa. Dopo un’adolescenza opaca, costellata da ripetuti insuccessi scolastici, tali da impedirgli di portare a termine gli studi, nel 1852 divenne il primo segretario dell’Unione Cristiana di Ginevra, associazione filantropica con sede in diverse capitali europee.

Qualche anno dopo, alle dipendenze di una società svizzera, visita la Tunisia e la Sicilia. Decide di trasferirsi in Algeria per affari e si appassiona alla cultura locale, apprende l’arabo, studia l’Islam. Nel 1858 fonda un’azienda agricola ma, nonostante i tentativi, non riesce a ottenere la concessione demaniale. Decide allora di parlarne personalmente a Napoleone III in quanto all’epoca l’Algeria era colonia francese. L’imperatore è però in Lombardia alla testa delle truppe transalpine, alleato del Re di Sardegna per combattere gli Austriaci, nel pieno della II guerra di Indipendenza. Dunant lo raggiunge a Solferino e il 24 giugno 1859 assiste alle conseguenze di una delle battaglie più sanguinose che l’Europa abbia mai sofferto.

Così lo testimonia nel libro “Un Souvenir de Solférino”: “Qui si svolge una lotta corpo a corpo, orribile, spaventosa; Austriaci ed Alleati si calpestano, si scannano su cadaveri sanguinanti, s’accoppano con il calcio dei fucili, si spaccano il cranio, si sventrano con le sciabole o con le baionette; é una lotta senza quartiere, un macello, un combattimento di belve, furiose ed ebbre di sangue; anche i feriti si difendono sino all’ultimo : chi non ha più un’arma afferra l’avversario alla gola, dilaniandola coi denti”. Cerca invano medici e infermieri, rimane letteralmente sconvolto dal numero impressionante dei feriti e dei morti, ma soprattutto dal fatto che essi siano abbandonati a se stessi: più di 40.000 persone giacciono sul campo di battaglia.

Ricorda ancora nel suo libro: “Il sole del 25 illuminò uno degli spettacoli più orrendi che si possano immaginare: il campo di battaglia é coperto dappertutto di cadaveri; le strade, i fossati, i dirupi, le macchie, i prati sono disseminati di corpi senza vita e gli accessi di Solferino ne sono letteralmente punteggiati. Il numero dei feriti é così considerevole che é impossibile provvedervi”. Prova a organizzare un soccorso, confida nella carità degli abitanti del posto, s’improvvisa infermiere, raduna uomini e donne, procura acqua, bende, brodo, biancheria. Tutto è però improvvisato, insufficiente, inadeguato alle reali necessità.

Si convince che “Si rendono perciò necessari infermiere e infermieri volontari, diligenti, preparati, iniziati a questo compito e che, ufficialmente riconosciuti dai comandanti delle diverse forze armate, siano agevolati ed appoggiati dall’esercito nella loro missione. [..]. in un’epoca in cui si parla tanto di progresso e di civiltà, poiché, purtroppo, le guerre non possono essere sempre evitate, non urge insistere perchè si cerchi, in uno spirito di umanità e di vera civiltà, di prevenire o almeno mitigarne gli orrori?”. E allora Dunant si adopera per organizzare una minima attività di assistenza e di soccorso, organizza il trasporto degli infermi nel Duomo e nelle abitazioni private di Castiglion delle Stiviere e lì, con l’aiuto della popolazione, sono prestati soccorsi a tutti i feriti, senza alcuna considerazione alla divisa indossata, della religione professata, della provenienza razziale. “Tous Frères” era il motto che tutti ripetevano.

Rientrato in Svizzera pubblica “Il Ricordo”. E’ sempre più determinato a sensibilizzare l’opinione pubblica per finanziare il progetto di organizzare e addestrare squadre di assistenza ai feriti in guerra. Propone e ottiene che i feriti e il personale sanitario siano considerati neutrali da tutti i belligeranti, protetti da un segno distintivo comune: la Croce Rossa, in omaggio alla Svizzera, patria del suo fondatore, ma a colori invertiti (croce rossa in campo bianco). L’emblema è ancora oggi adottato non solo per contraddistinguere feriti, soccorritori, mezzi e presidi sanitari di ogni Paese, ma anche per garantire la loro protezione.

Nel 1863 tiene a battesimo il Comitato Internazionale per il Soccorso ai Feriti di Guerra, che nello stesso anno diventerà il Comitato Internazionale della Croce Rossa. Il 22 agosto 1864, in seno ad una Conferenza diplomatica, dodici Nazioni (tra cui l’Italia da poco unificata) firmano la prima Convenzione di Ginevra, posta a fondamento dell’attività internazionale della Croce Rossa. Il documento garantiva, e tutt’oggi garantisce, neutralità e protezione ad ambulanze, ospedali e personale sanitario, sancendo l’obbligo di curare i prigionieri e di sgomberare i feriti dal campo di battaglia.

Nel dicembre 1901 riceve il premio Nobel per la pace, il primo assegnato dal Comitato Svedese. La Croce Rossa riceverà altri quattro Premi Nobel: nel 1917, 1944, 1963 e, insieme con la Mezzaluna Rossa (analoga organizzazione degli Stati Musulmani), con cui è riunita in una Federazione internazionale, ancora nel 1963. Nell’afflato di pace e con lo spirito di internazionalizzazione che contraddistingue il nostro tempo e i nostri studi è profondamente giusto ritrovarci nello slogan “Tutti Fratelli” e, insieme al personale della Croce Rossa che opera in tutto il mondo in ambito civile e militare, ricordare Jean Henri Dunant.

Con lui, non vanno dimenticati gli esempi di altri due grandi Europei: Florence Nightingale (che si prodigò nel soccorrere i feriti della guerra di Crimea, nel 1854, senza alcun riguardo alle diverse nazionalità) e Ferdinando Palasciano (ufficiale medico napoletano che rischiò la pena capitale per essersi adoperato in favore dei feriti del bombardamento da mare della città di Messina, che nel 1848 si era sollevata contro Ferdinando II di Borbone, da allora denominato Re Bomba), nel comune convincimento che, per citare il teologo francese Fénelon, “Sono civili tutte le guerre, perché tutti gli uomini sono fratelli”.

giovanni.coppola@studbocconi.it

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