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I cento fiori di Mao

220px-Maodi Maurizio Chisu

Che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero rivaleggino”. Con questo slogan, nel 1956 Mao invitò la popolazione a criticare il sistema comunista, suggerendo come migliorarlo: una “brezza gentile o una mite pioggerella” utile a mantenere il partito in linea con il popolo, per evitare rivolte come in Polonia o Ungheria. Dopo una iniziale timidezza, nella primavera del 1957 in tanti iniziarono a parlare: la mite pioggerella divenne presto un tifone.

Il movimento dei cento fiori non è famosissimo in Occidente, né tantomeno in Cina: qui ogni cronaca è stata cancellata, ed è ormai impossibile trovare qualcuno che ne sia al corrente. Alcune storie, però, hanno una forza tale da essere riuscite a sopravvivere. Una di queste è la storia di Lin Zhao.

Lin Zhao nacque nel 1932, nei giorni della guerra civile. Mentre suo padre supportava i nazionalisti, sua madre parteggiava attivamente per i comunisti: passò loro dei soldi di nascosto, creò una stazione radio clandestina e una volta fu persino arrestata. Dopo la guerra Lin si rifiutò di andare a studiare oltreoceano e a sedici anni si unì a una cella comunista clandestina. Quando nel 1949 il Comunismo salì al potere, prese parte alle spedizioni organizzate per smontare il plurimillenario sistema feudale: tali spedizioni causarono circa 2 milioni di morti in 3 anni, in particolare tra i vecchi proprietari terrieri. La giovane Lin Zhao sentiva tutto ciò come necessario per riformare e rafforzare la nazione, non smuovendosi minimamente dalle sue convinzioni.

Quando Mao lanciò il movimento dei cento fiori, Lin Zhao frequentava la Peking University. Qui la tempesta esplose il 19 maggio del 1957, quando alcuni studenti affissero il primo manifesto di critica. A quel tempo Lin aveva iniziato a covare alcuni dubbi, pertanto si mostrò subito entusiasta di questa iniziativa: il partito si stava rendendo conto dei suoi sbagli, chiedendo aiuto al pubblico per sistemarli.

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Mao, però, aveva già dei ripensamenti sulla campagna. L’intensità della pubblica collera lo sorprese profondamente: il 15 maggio, prima ancora che il primo manifesto apparve sui muri della Peking University, inviò una comunicazione segreta agli alti ufficiali del partito, definendo come “destrorsi” coloro che attaccavano il comunismo e incolpandoli per “l’attuale ondata di attacchi selvaggi”. Su sua indicazione, questo cambio di vedute non fu annunciato: “Lasceremo i destrorsi correre incontrollati per un po’ e raggiungere il loro apice”.

Il 22 maggio, Lin Zhao si erse su un tavolo della caffetteria per difendere coloro che avevano affisso il primo manifesto, ma poi si rifiutò di partecipare ulteriormente alle proteste. Mao, nel frattempo, lanciò la “campagna anti-destrorsi”, contro coloro che avevano tentato di sfruttare il movimento dei cento fiori per destituire il partito e la classe operaia. Anche la storia fu cambiata: il discorso originale in cui si invitava a criticare il partito, pubblicato nei giornali di stato, fu modificato aggiungendo alcune frasi – mai pronunciate da Mao – in cui si ponevano dei limiti a ciò che poteva essere criticato.

Chi aveva dato voce a opinioni “di destra” fu identificato e gli venne ordinato di confessare i propri crimini, compromettendo anche colleghi e amici. Molti accolsero le richieste, tra cui un amico di Lin Zhao. Costei, data la sua limitata partecipazione al movimento, si sarebbe potuta salvare dalle punizioni, ma proprio all’apice della campagna anti-destrorsi ebbe il coraggio di darsi maggiormente da fare per criticare ciò che stava succedendo, pubblicando poesie di protesta e condannando pubblicamente l’operato del partito. Quando venne interrogata si rifiutò di accusarsi e, anzi, accusò di rimando i suoi inquisitori per ciò che stava avvenendo.

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Dopo un autunno di relativa calma, arrivarono le condanne. In tutta la Cina, più di mezzo milione di persone fu inviato ai campi di lavoro o esiliato nelle campagne. In molti posti, i capi del partito stabilirono che almeno il 5% delle persone in ogni unità di lavoro dovessero rivelarsi destrorsi, così anche le persone che non avevano criticato il partito vennero punite affinché gli ufficiali centrassero le loro quote. Il partito, per risolvere le contraddizioni, annunciò che il movimento dei cento fiori era stato lanciato sin dall’inizio “per stanare il serpente dal buco”.

Lin Zhao fu spedita per otto anni in un campo di lavoro, in cui ogni giorno venivano organizzate delle “sessioni di lotta” in cui tutti gli altri carcerati erano incoraggiati a picchiarla. Non ne uscì mai. Il giorno stesso della sua uccisione la notizia arrivò a sua madre, colei che per prima aveva fatto conoscere le idee comuniste alla giovane. Un soldato bussò alla sua porta: “Lei è la madre di Lin Zhao? Sua figlia è stata soppressa. Paghi i 5 fen di tassa sul proiettile.” Lo spaesamento della donna non mosse il soldato: “Si affretti e paghi la tassa di 5 fen. Sua figlia è stata giustiziata con un colpo di pistola.”

All’ultima persona che la visitò disse che ormai era stata decisa la sua morte, ma che era sicura che sarebbe venuto un giorno in cui si sarebbe parlato di quegli avvenimenti: “Spero che tu racconti alle persone, nel futuro, di tutte queste sofferenze”.

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maurizio.chisu@studbocconi.it

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