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On Campus

Dove nuotano gli squali. Intervista al Intervista prof. Massimo Guidolin, nuovo direttore del MSc in Finance.

di Federico d’AgrumaKim Salvadori

Avventura iniziata da poco, la sua: quali propositi in materia?

La mia stella polare e’ aprirsi maggiormente verso l’esterno e verso l’estero. Il biennio in finanza è un corso di qualità che vanta gia’ un ottimo successo di placement che ci viene riconosciuto gia’ esplicitamente da una gamma ampia di top employers, ma è ora necessario che tale livello di eccellenza venga uniformemente riconosciuto, spercie all’estero. La situazione di partenza è ottima, ma ogni residuale autorefernzialita’—ossia il fatto di fare ottimo placement dove ci sono già bocconiani, anche del MSc in finanza—deve essere sostituita da brand recognition globale, ossia occorre allargare la prospettiva e fare placement anche dove di bocconiani non ce ne sono già, ma molti appariranno in futuro.

Vengo dall’estero, ho un dottorato negli USA, e tra il 1999 al 2010 ho lavorato come docente negli Stati Uniti e nel Regno Unito: se c’è una ratio per il fatto di essere qui a dirigere il MSc. in finance è che posso avere un vantaggio comparato nel guardare al biennio in finanza come lo guarderebbe un recruiter esterno che non proviene dalla Bocconi. Un employer estero spesso non sa niente della Bocconi, e noi stiamo lavorando affinché questo recruiter si cominci a interrogare sul perché non ha mai assunto nostri studenti e—riconosciuta la qualita’ elevata dei nostri studenti—inizi senz’altro a farlo.

Ci fa qualche esempio di aree della finanza senza “quote Bocconi”?

Benche’ gli MSc. in finance dalla Bocconi siano praticamente ovunque, i fondi d’investimento e gli asset managers senza dubbio hanno ancora meno bocconiani al loro interno, per esempio rispetto alle banche d’investimento. Ci sono employer internazionali, che spesso, si chiedono come mai non arrivino candidature da studenti di finanza dalla Bocconi: hanno un’ovvia percezione del fatto che la Bocconi è un posto di qualità. Vorrei che anche gli employer esteri, vedendo un ranking, si rendessero conto che se non avessero ancora assunto bocconiani, ci provassero alla prima occasione. Fino ad ora qualche passo in questa direzione è stato fatto, ma adesso esso diventa l’obiettivo primario.

Con gli hedge fund il discorso è un po’ delicato; probabilmente il loro target è ancora leggermente superiore: vogliono spesso una persona giovane, ma con un PhD. Non posso escludere che però alcuni nostri studenti, molto innamorati delle materie quantitative, possano entrare e farcela anche in quel campo, seppur da membro più junior del team.

Per quanto riguarda le banche centrali e le istituzioni sovranazionali, i canali attraverso cui queste istituzioni fanno placement sono più episodici, con una domanda che tende a non essere fissa e a manifestarsi in caso di ampliamento di dipartimenti specifici. Anche se alcuni nostri studenti sono attualmente intern lì, è difficile avere come obiettivo il placement di una percentuale specifica di laureati in una banca centrale. È tuttavia importante dare gli skill che interessano a queste istituzioni perche’ anche li’, almeno di recente, il nostro successo e’ aumentato ed anche quest’area potrebbe diventare strategica.

 L’hub della finanza europea è a Londra. Perché uno studente dovrebbe scegliere l’Italia e la Bocconi?

Alcuni tra i nostri competitor non sono nel Regno Unito. L’Italia è in Europa come la Francia, la Svezia o la Spagna: i confini nazionali non sono rilevanti. La domanda vera è perché fare due anni e non uno solo. In Italia funziona così perché c’è un vincolo istituzionale sulla durata delle lauree magistrali; noi stiamo cercando di rendere questo vincolo un punto di forza. Al di là della qualità e dei contenuti, che sono molto buoni, tra tali punti di forza vi e’ il fatto che l’internship è all’interno del percorso accademico, non all’esterno: alla fine dell’esperienza, si torna in università con qualche esame ancora da fare e con tutti gli opzionali da scegliere. Se un settore piace, si possono seguire corsi di approfondimento che aiutano ad avere buoni risultati una volta iniziato il lavoro; se ci si accorge di voler cambiare indirizzo, si possono fare esami diversi. In un tipico master di duranta annuale (che poi significa 18 mesi in pratica) tutto cio’ è impossibile, la scelta è spesso molto limitata. Se ti accorgi che le cose non vanno come pianificate perché hai cambiato idea, devi fare un altro master. A quel punto la durata non è più di due anni: uno e mezzo più uno e mezzo fa tre. In Bocconi invece in due, ma anche meno di due, se ti laurei a luglio, puoi essere fuori. Qui sta la nostra particolarità: finiamo per essere quasi unici nel contesto europeo e la cosa può diventare un vantaggio per gli studenti.

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A proposito di internship: l’ingresso nel mondo dei servizi finanziari è sempre più difficile…

In realtà il numero di internship a Londra appare attualmente essere in lieve aumento rispetto all’anno precedente, e partendo da un pool di studenti in leggera diminuzione. La vera difficoltà, anche se i numeri sono difficili da calcolare, sono i tassi di conversione, ossia la percentuale studenti che fanno internship ricevono poi un’offerta di lavoro a tempo pieno. Quel dato è non e’ in miglioramento, perché le banche ora tendono a spostare posizioni che prima erano permanenti verso posizioni di rotazione; è anche vero che però questo trend consente a più persone una prima esperienza nel mondo del lavoro. In altre parole, la situazione è più complessa di quello che si pensa: magari ottenere un’internship rimarrà facile come 3-4 anni fa, però essere confermati e convertire una internship in posizioni lavorative durature richiede sempre maggiore competitivita’ e talento. Uno dei miei obiettivi e’ lavorare in questa direzione.

Qual è la figura professionale che guadagnerà più importanza nel settore dei servizi finanziari?

Spero il risk manager. Dopo i danni passati (ride); e’ una figura professionale che esisteva già, comunque, all’interno delle istituzioni finanziarie. I risk managers non guadagneranno importanza solamente nel senso che ce ne saranno di più, ma essi verranno anche più ascoltati e magari meglio pagati. Compliance e risk management saranno fondamentali per il rigore di applicazione della regolamentazione esistente, ovvero per non subire le penalità derivanti dal mancato rispetto della stessa, e le autorità di vigilanza metteranno pressione crescente nel tempo sulle istituzioni affinche’ la qualita’ del risk management salga. Quindi mi aspetto che nuovi talenti e risorse vadano in quella direzione.

Sotto un altro punto di vista, ma è presto per vederlo, ci potrebbe essere anche un ritorno a forme più intermediate di relazione finanziaria: poiché si cartolarizza meno, forme di rapporto di prestito più tradizionali potrebbero tornare alle forme in cui si manifestavano 10-15 anni fa. Alcune figure di investment banking potrebbero quindi acquisire importanza e non essere fondate solo sulla cartolarizzazione di prodotti così come lo sono state tra il 2004 e il 2008. L’attivita’ di questi bankers piu’ tradizionali sarà leggermente diversa e cambieranno lavoro meno spesso, perché coi prestiti bisogna instaurare rapporti a medio termine coi clienti, ma anche la figura professionale c’è già.

Sempre Master of the Universe?

Immaginare che l’investment banking venga sostituito da altre forme non è pensabile. Il business dell’M&A è diverso però, perché va ad onde; c’è una letteratura sconfinata sulle merger wave. La stessa parola, wave, indica una carriera che non progredisce linearmente, ma questo aspetto lo si conosce bene.

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Primo anno. Qual è la cosa più complicata per uno studente?

Probabilmente l’accettare il cambio di regime tra i voti della triennale e quelli del biennio: da un punto di vista psicologico non è facile, anche perche’ tutti i nostri ammessi sono top players. Molti studenti si autovalutano in base alla media soltanto, alla performance accademica data dai voti, mentre fin dall’inizio viene specificato che questo master conduce al mondo del lavoro. Uno dei miei compiti, in funzione della competizione con l’estero, è quello di lavorare sulla realisticita’ dei meccanismi di autovalutazione medi dello studente, modificando quelli di partenza che sono talora di natura “triennalistica”, ossia troppo schematici. L’obiettivo dominante deve essere quello di entrare il meglio possibile, compatibilmente con le proprie capacità e con le proprie aspirazioni, nel mondo del lavoro. Tornando ai competitor, all’estero questa ossessione per il voto non c’è. Per esempio, nel Regno Unito ci sono tre categorie di MSc. degree : quelle con distinction, che sono i nostri 110 e 110L, quelle con merito, che sono i nostri 100-109, e tutto il resto. Nel mondo anglo-sassone, il motivo principale per cui uno studente aspira ad ottenere una distinction, la lode, che comunque e’ e resta rara, è che vuole fare il dottorato. In Bocconi non deve necessariamente diventare così, però – ferma restando la normativa Bocconi sui punteggi di laurea — accettare una logica che medi tra l’esistente e questa prassi sarebbe più sana e realistica, anche nella prospettiva dei recuiter internazionali.

Se lei facesse finance oggi, qual è l’esame che troverebbe più difficile?

Quelli che ho fatto ormai tanto tempo fa, come l’esame di contabilità; dato che non l’ho mai fatto professionalmente, forse neanche in valutazione farei granché bene, senza dosi di studio massicce.

Il sistema di correzione viene avvertito come troppo rigido.

Mi viene spesso detto dagli studenti che in questo corso si normalizzano i voti; per me la gente pensa che noi abbiamo una macchinetta o un software in cui passiamo dentro degli score grezzi e ne esce una normale: non è così. Anche prima di diventare direttore ho ricevuto solo inviti a usare il buonsenso, che io adesso giro ai miei colleghi. Buonsenso vuol dire che se a un esame dai a tutti 18-19 non va bene, ma anche che se c’è un esame in cui ti daresti 30 a metà studenti, vuol dire che hai sbagliato e devi trovare una maniera per differenziare la performance. È un sistema meritocratico che il mercato del lavoro ci riconosce.

Riconosce pero’ che se noi non ci internazionalizziamo di più, e quindi continuiamo ad appoggiarci un po’ troppo sul mercato del lavoro italiano, il ragionamento che ho appena fatto inzia ad essere meno fair. E questo mi riporta alla stella polare di partenza. D’altronde, tutta questa enfasi sul voto è un aspetto culturale che viene da ere lontane; una volta questa ampia scala che arriva a 110 era un modo per sgranare i punteggi, ma una volta laurearsi era già un risultato non comune.

 In merito ai contenuti del corso, non c’è uno sbilanciamento quantitativo tra gli esami obbligatori?

Supponiamo tu debba allenare una squadra di calcio. Ma l’esempio funziona per molti o tutti gli altri sport che richiedono una solida parte aerobica. In parte, l’allenamento consiste nel correre attorno al campo e fare esercizi di atletica, nel resto del tempo si gioca col pallone e si provano schemi. L’atleta vorrebbe fare pochissimi esercizi e divertirsi tutto il tempo con la palla. Quant uguale esercizi, non-quant (investment banking, private equity, contabilita’, oppure valutazioni) uguale a giocare col pallone: chi ama la finanza, ama questi corsi, lo so. Se sei l’allenatore e vuoi che la squadra sia tosta e vinca il campionato, fai giocare i calciatori col pallone tutto il tempo oppure li costringi a fare esercizi e poi concludi l’allenamento – uguale esami opzionali – giocando col pallone, lasciando a tuoi la possibilita’ di farlo quanto vogliono? Ovviamente un eccessivo focus sugli aspetti più pesanti della materia è altrettanto dannoso, l’ottimo sta nel mezzo. Dati gli slot disponibili, devo inserire in piano studi le cose che altrimenti lo studente non farebbe, perché servono, e i feedback che abbiamo dai nostri laureati e dai recruiter ci danno ragione: sul lavoro la conoscenza della finanza quantitativa è un vantaggio ed un talento distintivo del MSc. Bocconi.

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La sua view sulla crisi: fase transitoria o ripensamento strutturale del settore?

Partiamo dall’assunto che il sistema finanziario non serve solo a creare posti di lavoro, ma ad incanalare i risparmi da dove ve ne è un’eccedenza a dove ve ne è carenza, per l’investimento. In un sistema di mercato, le banche – e non solo, perche’ la stessa funzione puo’ essere esercitate da entità anche molto diverse – sono il pilastro di questa intermediazione di flussi finanziari. Nel mondo in cui viviamo il bisogno di questa funzione di intermediazione rimane fortissima: il problema è che quando lo squilibrio tra risparmi in deficit e in eccesso supera una certa soglia, allora può dare origine a instabilità, di cui anche le banche soffrono. “Banca” si può fare in tante maniere: si faceva in modo diverso negli anni ’80-90, poi il mercato ha prevalso sulle istituzioni, sulla reputazione e sulle relazioni di lungo termine per alcuni anni – non tanti, dal 2003 al 2006, forse al 2007. Quella è l’eccezione, però: il resto è normalità, e a quella normalità si torna sicuramente. I posti nella banca ci devono essere, però posti, bonus e i salari come quelli che si vedevano nel 2006 saranno più difficili da vedere in futuro.

Un suo messaggio per gli studenti attuali e futuri di finance.

Non scoraggiarsi mai: ho gia’ visto tante storie di successo dopo partenza non cosi’ brillanti come si vorrebbe, giustamente. Ed anche di essere un po’ più critici ex-ante non solo del programma, come e’ giusto essere, ma anche degli schemi di pensiero dominanti ma spesso solo tramandati. Ho talora l’impressione che alcune delle criticita’ vere o presunte con cui mi confronto nel quotidiano si tramandino di anno in anno, non sempre con tanto costrutto, per consuetudine.

Un messaggio per il suo predecessore.

Ringrazio Stefano per aver lasciato la “macchina” perfettamente in ordine; cercherò di usarla anche per agevolare gli obiettivi del Pro-Rettore all’internazionalizzazione. In un certo senso, il capo-allenatore rimane Stefano.

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