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Uscire dal silenzio si può

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di Alessandra Poma

8 Luglio 2010: sui giornali si diffonde la notizia di un marocchino trentaseienne che viene arrestato per aver usato violenza sulla moglie. Davanti al giudice risponde: “Posso picchiarla, è mia: l’ho comprata.” Dopo aver acquistato la donna ad un prezzo corrispondente a circa 500 euro, stipulando un contratto d’acquisto di fronte al notaio, l’uomo l’aveva sposata e portata in Italia.

22 Novembre 2012: in un servizio della trasmissione Porta a Porta, una donna italiana intervistata, parlando dell’ex compagno, dichiara: “Ha cercato perfino di ammazzarmi, spruzzandomi dell’alcool addosso; cercava di prendere l’accendino per darmi fuoco. Sono stata annientata da tutte quelle parole, da tutte quelle botte che mi dava. Mi sono salvata…non lo so nemmeno io come.”

23 Gennaio 2014: in India, nello stato del Bengala, nel distretto di Birbhum, una ragazza ventenne e la sua famiglia sono costrette a pagare una multa di 25.000 rupie perché la giovane aveva iniziato una relazione con un ragazzo di un altro villaggio. Non potendo pagare la somma, scatta la condanna da parte del tribunale improvvisato: la ragazza viene stuprata ripetutamente da un gruppo di 13 uomini, tra cui il capo villaggio e quelli che fino al giorno prima lei aveva chiamato “uncles”.

Tre storie sanguinarie, tre esempi tratti dalla “vita” reale che tengono testa ai romanzi più dissennati.

L’ultimo Rapporto Eures ha registrato, tra il 2002 e il 2012, in Italia, 2.220 donne vittime di omicidio, con una media di 171 vittime all’anno, ovvero una ogni due giorni, di cui il 70,7% si verifica all’interno del nucleo familiare o affettivo.
Fortunatamente, come in ogni folle romanzo esiste sempre una torcia che squarcia le tenebre e annienta il buio, nella nostra dimensione ci sono delle persone che si schierano in prima linea per combattere questi abomini insensati. Negli ultimi anni sono nate e si sono sviluppate delle associazioni che hanno lo scopo di aiutare le donne vittime di violenza e fermare una volta per tutte le brutalità che esse subiscono; a questo proposito, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Adonella Fiorito, fondatrice di mai+sole – associazione nata a Savigliano (CN) nel 2007 – e una sua collaboratrice, Anna Faule, che lavorano, assieme ad altre 28 volontarie come loro, per lanciare un messaggio a tutte le vittime di violenza: uscire dal silenzio si può.

La scena è una sala dove un coro femminile fa le prove. Il maestro che dirige alza la mano con la bacchetta per dare il segno d’inizio e istintivamente una giovane donna della prima fila fa un passo indietro riparandosi il viso…
Questo fotogramma di un filmato che proiettiamo quando andiamo nella scuole sintetizza lo scopo per cui è nata “mai+sole”: aiutare a uscire dal silenzio le donne che sono vittime della violenza nascosta, quella domestica e quotidiana che non sempre va a finire sulle pagine dei giornali, ma che rende la loro vita un incubo.
È così che Anna Faule incomincia l’articolo del 21 Novembre 2013 sul Corriere di Savigliano, per sintetizzare con un’immagine incisiva l’operato di mai+sole.

Ma com’è iniziato tutto?
Adonella Fiorito, durante le lunghe ore trascorse con le clienti per il suo lavoro di estetista, notava dei lividi dalle origini inspiegabili sul corpo delle donne che frequentavano il suo centro estetico e ascoltava le loro rivelazioni e confidenze: “Così, insieme ad un gruppo di amiche che, come me, si domandavano come potessero essere accolte le donne vittime di violenza, sono arrivata a costituire quest’associazione, che opera prettamente nell’emergenza.”

Anna Faule precisa: “Noi ci occupiamo prevalentemente della violenza nascosta, di quella che avviene tra le mura domestiche, che è quella che, fino ad alcuni anni fa, era veramente sommersa, perché le donne non ne parlavano né denunciavano. Adesso, anche grazie all’intervento di associazioni come la nostra e dei social network, si sta creando una sensibilità maggiore che dà coraggio alle donne che vogliono reagire.”

mai+sole

Non è detto che le violenze incomincino immediatamente, nei primi momenti della relazione, ma i segnali di un futuro angoscioso sono già presenti, anche se non sempre vengono riconosciuti o ben interpretati: “i segnali a volte sono positivi, – dice Adonella Fiorito – l’uomo può essere particolarmente gentile, disponibile e attento; in queste situazioni, quasi tutte le violenze hanno inizio in seguito ad un fidanzamento anche breve, ma da favola.”

La donna può essere quindi ingannata da questa macabra recita e non rendersi conto che la sola porta che il loro compagno le sta così amabilmente aprendo è quella di una terribile gabbia.
Altre volte, invece, le violenze iniziano a verificarsi da subito, per poi protrarsi anche dopo il matrimonio: in questi casi le donne decidono di sposarsi pur sapendo a che cosa vadano incontro.
“Le donne, a causa di un legame affettivo molto forte verso il compagno, pensano di riuscire col tempo a cambiarlo e ad affrontare la situazione. Si arriva alla denuncia quando la violenza si estende ai figli o in casi di violenza assistita, ovvero quando i figli iniziano ad essere testimoni di quello che succede” continua Anna Faule.

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Le vittime non si ribellano quasi mai subito: il primo schiaffo può essere visto come uno sfogo momentaneo e la prima mossa della donna è quella di colpevolizzare se stessa, di ricercare in sé la principale causa dell’aggressività del partner.
Talvolta non sono le donne in prima persona a rivolgersi ad associazioni come mai+sole, ma “i figli, la sorella, la madre o addirittura i servizi sociali piuttosto che i Carabinieri o il pronto soccorso. – spiega Adonella Fiorito – Quando una donna chiama direttamente noi normalmente non è una situazione al limite come quando veniamo contattate dal pronto intervento.”

In alcune situazioni è possibile che il padre della vittima, o il fratello, si presenti dal genero (o cognato) per affrontarlo di persona, minacciandolo e cercando di spaventarlo, ma questo non è sufficiente: “alcune situazioni si sono risolte dopo la mediazione familiare, ma è molto raro che questo basti a ristabilire un equilibrio nella coppia.”

Ciò che spinge in verità questi uomini alla violenza è un’ingiustificata ossessione per il controllo sulla loro compagna, che viene vista come una conquista, un oggetto da possedere, che non ha motivo di essere considerata una loro pari. E di ciò che si possiede si può disporre in qualunque modo, questa è la visione distorta e malata che si ha della donna. Non è raro che questi uomini non accettino che la loro compagna possa essere migliore dal punto di vista lavorativo, che possa intraprendere una carriera e loro no, insomma è quasi una mania di inferiorità che li porta ad usare la violenza per convincere se stessi di godere di una naturale superiorità.

Le vittime con cui si può entrare in contatto non sono solamente donne adulte o in età lavorativa, ma possono anche essere molto giovani o anziane: “Tutte le volte che andiamo a parlare in qualche scuola – dice Adonella Fiorito – si svela qualche ragazza che subisce qualche forma di violenza o che assiste a una violenza familiare; si parla di ragazze a livello di Liceo, quindi dai 15 ai 19 anni. L’età media che corrisponde alla fascia in maggiore difficoltà è 35–50, ma si può arrivare fino agli 80 anni: a quell’età non si giunge ad una separazione dal marito, ma comunque si ricerca il conforto in associazioni come la nostra, anche con il solo scopo di parlare.”

Ci raccontereste un caso che vi ha particolarmente impressionate?
“Abbiamo seguito il caso di una signora il cui marito le ha dato fuoco. Questo uomo è stato in carcere tre anni e, una volta uscito di prigione, ha iniziato una relazione con un’altra donna ai danni della quale ha ricominciato ad essere violento, fino a giungere ad uccidere la madre della nuova compagna, la quale è rimasta invece in fin di vita. I Carabinieri ci hanno chiesto di mettere in sicurezza la signora fino al ritrovamento dell’uomo, che era scappato dopo il delitto.”

occhio

Un’atroce falla nel sistema giudiziario, inoltre, non obbliga le autorità ad informare la donna che l’uomo che le aveva fatto violenza è stato rilasciato, quando questo esce di prigione, al termine della sua pena; “è già successo più volte – spiega Adonella Fiorito – che le donne siano uscite di casa e si siano trovate l’ex compagno davanti”.

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Noi, infatti, – dice Anna Faule – non spingiamo mai una donna alla denuncia, anche se questa è la cosa più giusta da fare; la vittima deve decidere da sola se denunciare. Per spingerla a farlo, noi dovremmo garantirle la successiva sicurezza e non possiamo offrirle questa garanzia. Inoltre, dopo la denuncia segue il processo: e questo vuol dire trovarsi ad affrontare l’uomo che si vorrebbe dimenticare e a dover rispondere a domande che la porteranno a rievocare i momenti più terribili della sua vita di donna. Noi cerchiamo di aiutarle anche in questo caso, offrendo il sostegno delle nostre psicologhe.”

Nonostante le evidenti difficoltà, quando queste donne trovano il coraggio di rivolgersi a mai+sole ottengono aiuto da un’associazione reperibile 24 ore al giorno, che fa parte della Rete Nazionale che risponde al 1522, che ha una convenzione con le ASL, che conta sulla collaborazione dei Carabinieri e che possiede degli alloggi in cui vengono ospitate temporaneamente le vittime con i loro figli, che possono usufruire dell’assistenza di avvocate e psicologhe.

È possibile che alcune donne ricadano nella vecchia condizione? “Sì, alcune ritornano dai loro mariti, altre si avvicinano ad altri uomini con un comportamento che segue lo stesso modello del compagno precedente”. Anna Faule afferma: “L’uomo cerca di porre la compagna in una condizione di dipendenza, infierendo su di lei con una violenza psicologica, fisica, in molti casi anche economica”.

La causa principale delle ricadute o dell’astensione dalla separazione, infatti, oltre al tentativo di resistere, sacrificandosi per il bene dei figli, è di natura economica. Spesso queste donne dipendono economicamente dal compagno, perché il loro lavoro non consente loro di mantenersi da sole o perché le loro finanze sono gestite dal marito. Questa dipendenza annienta l’autostima e induce ad autoaccuse e sensi di colpa.

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“Molte volte queste donne, se decidono di andarsene, devono lasciare la casa, il lavoro, la regione: una donna ha cambiato tre regioni per poter sfuggire alla sua passata condizione e i progetti lavorativi messi a disposizione dallo Stato o le borse lavoro di 300 euro mensili non sono certo sufficienti a una donna per rifarsi una vita e tantomeno rafforzano la sua dignità: questa società non aiuta per niente”, fa notare Adonella Fiorito.

Come ricorda Anna Faule, peraltro, la violenza è trasversale, “coinvolge tutte le classi sociali e a volte più la classe sociale è elevata, più essa viene taciuta, per non intaccare la visibilità, la credibilità, l’onorabilità e la carriera dell’uomo o della donna stessa”.
Secondo i dati dell’Osservatorio del TELEFONO ROSA di Verona, tra le telefonate ricevute si è riscontrato che il 52% delle donne che chiamano hanno un diploma di scuole medie-superiori e il 12% di esse ha una laurea.
Medici, professionisti e industriali non sono esenti dall’accusa di violenza domestica. “Una signora che stiamo seguendo è arrivata al punto di dirmi: “se prendo ogni giorno un calmante, forse riesco a sopportare a non andarmene, rischiando che la bambina rimanga sola con lui.” Il marito più volte l’ha minacciata con la pistola. Alla fine questa signora se n’è andata, ma, dopo tempo, aveva ancora il dubbio di aver fatto la scelta sbagliata”.

Il problema della violenza contro la donna deve essere non solo conosciuto, ma anche riconosciuto come tale da tutti i membri della società, in modo che si avvii un processo di sensibilizzazione generale per evitare che un continuo subire discriminazioni e violenze conduca una persona a distorcere la visione della realtà oggettiva, fino a perdere la propria dignità o il proprio controllo, sfociando in gesti dettati da una follia costruita sul dolore:

27 febbraio 2004: Luciana Cristallo, dopo 20 anni di violenze e abusi da parte del marito, lo accoltella e lo getta nel Tevere avvolto in un tappeto. Inizialmente il Pubblico Ministero richiede la condanna all’ergastolo per lei e il suo complice, Fabrizio Rubino, con l’accusa di omicidio premeditato; ma alla fine la giustizia prevale: i due vengono assolti entrambi in primo grado con formula piena: “è stata legittima difesa”, sostengono i magistrati.

Il cielo non ha collere paragonabili all’amore trasformato in odio, né l’inferno ha furie paragonabili a una donna disprezzata – William Congreve.

alessandra.poma@studbocconi.it

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