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IntervisteOn Campus

Intervista a Davide Serra

sddefaultdi Lorenzo Cinelli

Le parole di Davide Serra, fondatore e gestore dell’hedge fund Algebris, dipingono un quadro diverso da quello che spesso ci raccontano tra le stesse mura in cui lo intervisto. Durante la conferenza tenutasi il 6 Dicembre, Serra ha parlato soprattutto di imperfezione dei mercati e crescita del Bel Paese (stereotipo dell’inefficienza), concetti che spesso stridono con quello che troviamo, forse troppo sovente, sui libri. Ad esempio, sin dal primo anno impariamo che la formula per calcolare il prezzo di un’azione incorpora tutti i dividendi futuri e che il binomio debito elevato e sviluppo non vanno di pari passo. Ma è davvero così?

Serra vuole mettere in dubbio queste concezioni, cercando di portare le idee fuori dagli schemi soprattutto rispetto al mondo in cui lui stesso lavora. Racconta, infatti, una finanza più sostenibile e più regolamentata dove giocare secondo le regole stabilite è un vantaggio competitivo da mostrare ai propri clienti. Un mondo in cui i grandi investimenti non si fanno con algoritmi e derivate, ma con più, meno, per, e diviso. Algebra semplice, no?

Il suo regalo agli studenti Bocconi alla fine dello scorso incontro (7 Maggio 2013) è stato il libro la Teoria della Riflessività di George Soros. L’uomo cerca di rendere i mercati perfetti ma la loro natura non è questa. Non crede che il premio Nobel ad Eugene Fama, noto per i suoi studi sulla perfezione dei mercati, riveli che questo pensiero sia ancora troppo radicato?

“Devo dire che sono rimasto molto sorpreso. A mio parere i mercati non sono perfetti: sono imperfetti. Quindi sono abbastanza stupito dal fatto che proprio ad Eugene Fama sia stato assegnato il premio Nobel. Trovo una certa inconsistenza nell’attribuzione ai tre vincitori di quest’anno.”

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Oggi come nella sua conferenza del maggio scorso, lei ha dimostrato molta fiducia nel Giappone, soprattutto in un orizzonte di lungo periodo. La politica monetaria adottata dalla Banca Centrale del Giappone non sta forse dando vita ad un’enorme bolla, pronta a scoppiare e far cadere il paese nel baratro?

“Il vero tema da chiedersi è: se il tasso di cambio era in media a 130 negli ultimi trent’anni, che male c’è a tornare a 130? Dato che era la media degli ultimi trent’anni, tornare a 130 è assolutamente sostenibile. Nei prossimi anni vedremo come questo gioverà all’economia giapponese, riportandola ad alti livelli.”

 Per molti l’inflazione è la soluzione a tutti i problemi dell’economia, soprattutto per l’Eurozona. Non crede che si stia dando troppo attenzione alla politica monetaria trascurando il fatto che la vera crescita derivi dalle politiche fiscali strutturali?

“Politica monetaria è un “compra-tempo”: ti manca ossigeno, te lo danno. Però se sei malato ti devi curare. Tutti i paesi e le economie sono malate perché non sono più competitive. In economia la malattia nasce dall’incapacità di competere. Due sono le cause: o hai troppo debito o hai costi troppo alti. Non hai le skills. Nel caso Europeo, abbiamo troppo debito e costi elevati, ed è necessario tornare ad essere competitivi lì. Sono dell’idea che ormai in USA l’effetto sia esaurito, in Giappone è l’inizio, e potranno avere ancora due/tre anni anche se stanno già parlando di riforme strutturali. In Europa, abbiamo parlato di riforme ma fatto nulla a livello di politica monetaria sui tassi. L’euro dovrebbe stare a 1,18 come quando l’abbiamo creato quindici anni fa e tutti i paesi che hanno problemi di riforma devono ristrutturarsi.”

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Quale sarà la soluzione migliore potrà essere stabilito solo tra molti anni, nel frattempo però possiamo ritenere quella proposta da Serra come una delle più valide dell’intero panorama economico-finanziario. Drastica riduzione di spesa pubblica e imposte sono gli stessi tratti caratteristici della ricetta inglese, il cui successo recentemente riscosso fra analisti e investitori è legato soprattutto ai risultati ottenuti e attesi. Aumento dell’occupazione negli ultimi due anni e prospettive di un PIL maggiore di quello degli Stati Uniti tra circa vent’anni fanno di quella inglese una delle economie più dinamiche e intraprendenti dei prossimi decenni. Eppure non è stato fatto ricorso al quantitative easing. Forse lì qualcosa è cambiato veramente, no?

lorenzo.cinelli@studbocconi.it

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