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La battaglia del multitasking: si può davvero vincere? Una riflessione sull’affanno di noi giovani in cerca di lavoro

multitasking_roundedDi Martina Manca

Viviamo in un mondo che va alla velocità della luce e a volte cerca anche di batterla sul tempo. Il requisito della sopravvivenza non è più la forza, ma il multitasking: vai qui, corri là, ricordati questo, mentre mangio, leggo la proposta così mentre prendo il caffè, riesco a farmi un’idea più chiara, e così via.

Ma non si tratta solo di questo: siamo tenuti a mantenere vive le relazioni sociali, le amicizie. La nostra mente vaga da pensieri più tecnici e lavorativi ad altri in cui ci mettiamo un promemoria per pensare ad un regalo, ad una sorpresa.

Rimbalziamo da una parte all’altra del mondo, affannati e sommersi di pressioni che la società ci impone per cercare di “stare sul pezzo”. Una società che senza conoscerci pretende di condurci in un vortice senza meta alla ricerca di un futuro tanto incerto quanto è spasmodica la nostra maratona per renderci accettabili agli occhi del mondo.

È come se fossimo costantemente protagonisti di un rito di iniziazione per entrare nella confraternita più elitaria e potente, capace di assicurare protezione e prestigio a tutti i suoi membri. È una continua lotta: combattiamo contro il tempo per fare anche l’impossibile, per avere una marcia in più, per avere la certificazione di livello superiore, per cercare stage, andare all’estero, inviare cv. Siamo vittime di un’ansia che ci fa dimenticare chi siamo veramente: la corsa verso gli standard imposti dalla società ci sta rendendo uniformi, anonimi. Non abbiamo la possibilità di esprimere chi siamo in realtà, al di là di cosa ci sia scritto nel curriculum, di quanti esami abbiamo all’università. Pochissime persone sono disponibili ad ascoltare qualcosa di diverso, forse perché per saper ascoltare è indispensabile fermarsi un momento e aprire la mente.

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Fermarsi.. Un verbo che non appartiene più al vocabolario di noi giovani, forse neanche a quello degli adulti che sono entrati prima di noi nel vortice. Fermarsi in un punto significa rimanere indietro, avere una marcia in meno e, probabilmente, perdere un’occasione. E questo, purtroppo, oggi non è possibile.

La domanda che mi balena nella mente è: se continuiamo così, finiremo per dimenticare la nostra identità, ciò che ci rende unici e interessanti?

Forse siamo davvero disposti a soddisfare tutte le richieste che ci fa la società, ma poi non abbiamo più né il tempo, né le energie per pensare alle nostre esigenze, per avere un occhio di riguardo verso le persone più vicine a noi. Facendo così, le relazioni sociali non possono essere coltivate e manchiamo uno dei primi obbiettivi posti per far parte di questo caotico mondo. Correre, correre sempre: dovrebbe essere eletta parola del secolo (altro che selfie) per far prendere coscienza dell’assurdità che stiamo vivendo. L’essere umano non è capace di sostenere ritmi così alti di prestazione, è tarato per avere dei limiti che è costretto a superare quotidianamente. Gli si impone di resistere, stringere i denti perché dopo tutta la fatica fatta per entrare nel gioco non può mica rinunciare così per la stanchezza.

La nostra sta diventando una ricerca spasmodica del lavoro, uno qualsiasi, purché retribuito: non cerchiamo ciò che ci piace, quello che ci “scalda il cuore”. Non abbiamo il tempo di capire per cosa siamo portati perché prima di tutto dobbiamo costruirci un curriculum decente per le selezioni e, quando l’abbiamo ottenuto, è troppo tardi per capire le nostre attitudini e inclinazioni personali. Ci accontentiamo di un lavoro e rischiamo di essere insoddisfatti perché non è all’altezza dei sacrifici che abbiamo fatto in precedenza.

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In un mondo come questo dove passiamo la maggior parte del nostro tempo al lavoro, dovremmo sederci a riflettere su quale treno desideriamo davvero salire, recuperare magari la capacità dei bambini di sognare e fare progetti. Sembra strano ma da piccoli si sapeva sempre rispondere alla domanda “cosa vuoi fare da grande?”, ed è questa capacità che ci ha portati dove siamo adesso: l’abbiamo un po’ persa cammin facendo perché troppo presi a certificarci. Sono convita che, riprendendo l’allenamento, quella stessa forza di rischiare di pensare anche cose folli ci possa portare a riscoprire noi stessi e trovare la nostra strada in compagnia delle famose “relazioni sociali” che a volte dovrebbero essere messe in rilievo rispetto al lavoro.

martina.manca@studbocconi.it

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