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On Campus

LA VITA PRIMA DELLE 8.45 -ho scoperto che esiste-

studente in crisi

Dramma quotidiano di una pendolare mai stata pendolare.

Di Federica Colli Vignarelli

Ore 5:50. Allarme antincendio come suoneria per sentire la sveglia. Guardi il telefono. Le 5:50? No. No è troppo presto. È troppo presto per vivere. Non posso. Chiudi gli occhi. E se poi perdo il pullman? No dai. Per cinque minuti in più, no.

Ore 6:00. Ecco. Mi sono bruciata dieci minuti. Devo, devo alzarmi. L’escursione termica che ti investe uscendo dalle coperte ti fa stramaledire la decisione di dormire con i pantaloncini corti a fine maggio. Mica siamo in estate. Nell’oscurità più totale barcolli verso il bagno. Fai moltissima attenzione a non riaddormentarti sul water che è improvvisamente diventato molto, molto comodo. Ti alzi. Insaponi zone randomiche del tuo corpo sciacquandoti con un criterio da far invidia all’irrigazione automatica. Brandisci con decisione lo spazzolino e ti lavi i denti come se avessi fatto colazione. Con un cinghiale arrosto e senza posate. Ti guardi allo specchio. Dio mio. Questa abitudine di mettere gli specchi in casa. Saresti l’ideale per una campagna contro la violenza sulle donne ma decidi di non pensarci e ti dirigi verso la tua camera. Vedi ancora un po’ sfocato ma individui capi d’abbigliamento abbinabili senza urtare la sensibilità del prossimo. Controlli l’ora. Le 6:30. Merda. Pullman fra dieci minuti e tu continui a sembrare un Picasso. Purtroppo in piena fase cubista. Ci vuole un filo di trucco. Non esageri perché non sei ancora pienamente al mondo e l’effetto Joker è dietro l’angolo. Scaraventi nella borsa quaderni a caso, conscia del fatto che tanto avrai dimenticato qualcosa. Saluti tua madre che non ti sente perché è ancora in modalità bozzolo tra le lenzuola, chiudi la porta ed esci. Manca qualcosa come un minuto all’arrivo del pullman, azzardi una corsetta nel raggiungere la stazione ma la smetti subito perché vista dall’esterno deve essere troppo imbarazzante. Farò in tempo, dai. Oltretutto ha sempre qualche minuto di ritardo. Scendi le scale della stazione con un cuore in gola che neanche al primo appuntamento. Lanci uno sguardo carico di sentimento al marciapiede 4 e lo vedi. Imponente, blu elettrico e… In partenza. Resti lì a fissarlo che se ne va, senza capire bene se stia accadendo davvero o se sia solo lo strascico di un terribile incubo. Sta accadendo. L’hai perso. L’hai perso per sempre. Ok, forse non per sempre ma di sicuro per questa mattina. Le 6:40. Guardi il lato positivo, la magra consolazione che risiede nella grassissima colazione. Che puoi fare con calma. Ti dirigi verso il tuo piano B, la stazione dei treni, con l’entusiasmo di un barboncino abbandonato sulla A1 a ferragosto. Fai il biglietto per sentirti una persona migliore e lo fai autonomamente alla macchinetta per sentirti dannatamente in gamba. Forte di questa operazione da MIT di Boston ti avvii al bar per ordinare quelle due-tre brioches che immerse in un caffè quadruplo forse possono farti tornare il buonumore. O una qualsiasi altra forma di umore. Divori tutto in modo famelico e indistinto, tra le occhiate perplesse di camionisti che in confronto sembrano la regina Elisabetta che degusta il the delle cinque. Raggiungi il binario invocando un paio di divinità pagane affinché ti facciano trovare un posto a sedere. Il treno arriva e i pendolari sono tanti piccoli centometristi che hanno appena sentito lo sparo. Ci si fionda in carrozza e subito si presenta un drammatico bivio: destra o sinistra? Primo o secondo piano? Segui il cuore, o forse le spinte, o forse la puzza, adocchi un posto libero e ci scagli la borsa con la delicatezza di un All Blacks che fa meta. Calma.

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Respira, puoi. È tutto finito. Puoi rilassarti, puoi ascoltare della musica guardando fuori dal finestrino con aria sfranta, puoi prestare attenzione ai discorsi di chi è seduto accanto a te e potresti persino dialogarci. DialogEH?! Alle 7:40, di mattina, di questa mattina, io, parlare? Non scherziamo. Io prima delle 9:00 non parlo. Emetto grugniti di disapprovazione che potrebbero far pensare che abbia qualcosa da dire ma no, non parlo. Non parlo ma penso. Penso al fatto che in treno non si parli. Penso meglio e penso che in realtà qualche volta mi è capitato. Penso che non era stato poi così male. Dopotutto i rapporti che si stringono in treno sono l’ideale: sinceri, disinteressati e della durata di mezz’ora. Non capita spesso, ma talvolta una gomitata, un accendino che cade o una canzone sparata nelle cuffie possono diventare il pretesto per uno strappo all’individualismo delle 7:00 del mattino. Sì, è vero, le palpebre pesano ancora, il caffè quadruplo non è del tutto entrato in circolo e il collegamento pensiero-parola potrebbe rivelarsi più lento del previsto. E allora? È il male che accomuna i crepuscolari. Siamo l’anello di congiunzione tra l’uomo e il lemure ma constatarlo vicendevolmente un po’ ci rassicura.

Ti guardi attorno e analizzi lo spicchio di umanità che ti accompagnerà per i prossimi 30 minuti. Lo studente che ripassa, il manager che legge le mail, la tizia presa male che mette il fazzolettino sul poggiatesta. Chi dorme, chi tenta, chi scrive sdolcinatezze alla fidanzata e chi maialate all’amante. Il tizio altissimo di fronte a te con cui ti prenderai a ginocchiate per tutto il viaggio, quello che ti mette in crisi chiedendo se il posto a fianco a te -sul quale hai parcheggiato con nonchalance borsa, giubbotto e averi di ogni tipo- sia libero, quello che ti fissa come se fossi una costata di manzo e appena te ne accorgi sposta lo sguardo sul poetico paesaggio di Locate Triulzi che scorre rapido in background.

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Pensi che no, non ce la fai. Che questa è una di quelle mattine da osservazione. Anche perché è meglio così. La probabilità che uno sconosciuto distrugga ogni forma di pathos con cui è avvolta la sua persona aprendo bocca è troppo alta per rischiare.

Così ti infili le cuffie e lasci la tua psicosorte mattutina in mano alla riproduzione casuale. In un lampo arrivi a Rogoredo, ti mescoli alla fiumana di gente che corre verso la metro. Biglietto, tornello, sliding doors. Qui il gap è anche peggiore, e non si tratta di quello tra gradino e marciapiede. Ad afferrare lo stesso, ambiguo palo a metà carrozza si ritrovano il rapper tatuato e l’impeccabile commesso di Zara. Si osservano per un secondo, probabilmente immaginando un reciproco tuffo l’uno nella vita dell’altro, dal quale si ritraggono subito con espressione disgustata e divertita. Tu avresti bisogno di chiedere l’ora, perché il telefono è finito in zone misteriose e inaccessibili della tua borsa. Il ragazzo di fronte a te però ha le cuffie e si verificherebbe quella situazione ridicola in cui tu parli, lui non sente e l’effetto è quello del pesce rosso desideroso di evadere dall’ampolla. C’è la tizia cingalese con due bambini in braccio e tre al seguito, ma non ha decisamente l’aria di chi deve timbrare il cartellino. L’anziano e all’apparenza docile signore a fianco a te potrebbe iniziare a raccontarti di quando lui, durante la Grande Guerra, capiva che ore fossero dal cinguettio dei tordi. La potenziale fashion blogger ti direbbe che non le interessa perché in ogni caso non è mai l’ora di mangiare. Ci rinunci. Ahia. Gomitata nel costato. Rassicuri con lo sguardo il tenero diciottenne che ti fissa come se stessi per andare a dirlo ai suoi genitori: tranquillo, ne ho altre 23. E poi amo le persone. È la gente, che odio.

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Porta Romana. Scendi, non aspetti il 9 perché odi aspettare. Non noleggi una bici perché i tuoi problemi di squilibrio non sono solo mentali. Con molta calma arrivi al viale alberato di parco Ravizza, le sembianze con cui la primavera finge di poter essere vissuta anche in Bocconi. Sei provata, consumata, sudata e probabilmente anche un po’ pezzata; ti sembra insostenibile persino la diatriba interiore del “tiro o spingo” davanti alle porte d’ingresso. Le osservi con sospetto per qualche secondo e scegli di lanciarti di petto nel Takeshi’s Castle tipico delle ore di punta. Sali le scale con un’intensità che neanche Messner nel ’78 e ti ripeti -come ogni santo giorno- che devi proprio assolutamente tornare in palestra perché non è possibile a 23 anni il fiatone dopo due rampe daicazzo.

Spalanchi la porta della classe, ti siedi a peso morto, guardi l’ora. Le 8:43. Ce l’hai fatta. Non solo sei perfettamente in orario. Ma ti restano ancora ben due minuti per realizzare che, in realtà, la tua giornata comincia adesso.

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