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Economics

Pensioni: le riforme che fanno paura

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Di Federica Bandera (NextPA)

Nel sistema Paese Italia, modello di Welfare State in cui lo Stato gestisce numerosi servizi ed ha un ruolo importante nell’economia, la previdenza e le riforme sulle pensioni creano forti impatti su tutta la popolazione: questo perché nel nostro Paese la previdenza obbligatoria, sicuramente la più rilevante in termini quantitativi, è gestita interamente dal settore pubblico, e più precisamente dal noto INPS.

A causa della generosità delle pensioni erogate fino a qualche anno fa, che garantivano un tenore di vita simile a quello del periodo lavorativo, e della poca conoscenza del settore, la previdenza complementare non ha ancora preso molto piede in Italia.

Sono stati questi temi trattati durante la Giornata Nazionale della Previdenza 2014, organizzata presso il Palazzo della Borsa a Milano dal 14 al 16 maggio: numerosi stand di patronati ed assicurazioni e numerosi convegni su pensioni e welfare hanno animato queste giornate.

Come presidente di “nextPA – Associazione Studenti Bocconi”, associazione appena nata in università che tratta amministrazioni pubbliche e management pubblico, ho avuto la possibilità di partecipare insieme a Mara Squadroni, anch’essa fra i fondatori di nextPA, al convegno sulla riforma Fornero e il caso esodati, invitata da un dirigente INPS della regione Lombardia.

La linea guida dell’incontro è stata, a mio parere, una focalizzazione preponderante su alcuni concetti spesso ripetuti durante la mattinata: equità, democrazia, patto sociale fra Stato e lavoratori.

In particolare Fabrizio Benvignati, presidente CEPA, ha più volte sottolineato come tutte le riforme degli ultimi governi riguardanti le pensioni abbiano sempre cercato o di innalzare l’età pensionabile o di ridurre le quantitativamente le erogazioni ai pensionati. Soprattutto la riforma Fornero, oltre a seguire decisamente questo trend, ha causato un problema di fondamentale impatto sociale: il caso degli esodati, una categoria di persone senza reddito da pensione, perché senza i requisiti d’età dettati dalla nuova legge, e al contempo senza più un rapporto lavorativo, cessato poco prima della riforma in attesa dell’età pensionabile, ancora di qualche anno più bassa. Il dott. Benvignati ha trovato la causa di questo problema nella fretta con cui questa riforma è stata portata avanti dal governo Monti, dovuta principalmente al delicato periodo economico di quel momento. Nonostante ci sia poi stata la volontà sia del governo Monti che dei governi successivi di rimediare, la modalità con la quale si è cercata una soluzione è parsa assolutamente sbagliata al presidente CEPA; infatti non si stava cercando di risolvere il problema considerando dapprima i bisogni delle persone in difficoltà e poi le risorsi disponibili, bensì il contrario. È stato dato maggior rilievo alle grandezze economiche rispetto al principio dell’equità.

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Un concetto più volte rimarcato anche durante il secondo intervento di Mauro Paris, direttore regionale INCA CGIL, è quello di patto sociale fra Stato e lavoratori che pagano regolarmente i contributi: se questo patto si scioglie, perché lo Stato non adempie più in maniera efficiente alla sua funzione previdenziale, si incentivano automaticamente illegalità e lavoro nero.

Sempre seguendo il filo conduttore dell’importanza dell’impatto sociale, l’ulteriore affermazione del dott. Paris è stata che “i diritti individuali non devono essere subordinati alla spesa pubblica” e così il destino delle persone non può essere in mano ad un ragioniere dello Stato.

Ultimo ad intervenire è stato Mauro Noris, direttore generale dell’INPS, che ha spiegato come i casi di riforme mal riuscite, che hanno creato più danni che benefici, solitamente siano quelle avviate di fretta, studiate di fretta, e per le quali nessun ente competente o altro attore sociale è stato minimamente coinvolto.

Durante tutto il convegno si sono ripetuti i termini equità, impatto sociale, diritto individuale e più volte è stata sottolineata l’inadeguatezza delle ultime riforme previdenziali. Eppure, da studentessa di economia quale sono, mi sono chiesta se realmente esse siano state del tutto errate e se, vista la generosità del sistema, si sarebbe potuta mantenere la legislazione precedente.

Ebbene la risposta è assolutamente negativa: lo status quo non è mai un’opzione, e così non lo è tornare al passato. Perché? Innanzitutto bisogna fare due considerazioni importanti: la prima è che il nostro sistema pensionistico è a ripartizione, il che significa che i contributi versati nel periodo t dai lavoratori vanno a pagare le pensioni dello stesso periodo t; la seconda è che risulta fondamentale considerare all’interno delle proprie riflessioni l’invecchiamento costante della popolazione italiana.

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Per rispondere al nostro interrogativo ora consideriamo l’equilibrio del sistema: le pensione erogate al tempo t devono essere uguali ai contributi versati dai lavoratori al tempo t; se questo non avviene, si ha un deficit per lo Stato. Poiché l’esistenza del welfare state italiano è subordinato alla sostenibilità nel lungo periodo dell’economia dello stesso, si capisce che, continuando ad invecchiare la popolazione, si sono dovuti trovare dei metodi per andare a ripareggiare il monte pensioni, in aumento, con il monte contributi, in diminuzione. Delle tre strategie possibili, cioè abbassare le pensioni, alzare i contributi o alzare l’età pensionabile, è stata quasi sempre scelta la terza perché giudicata più equa.

Visto il problema demografico italiano, sappiamo bene che le riforme previdenziali sono state, sono e saranno fondamentali e avranno conseguenze negative sulla popolazione nel breve periodo, poiché presumibilmente le erogazioni derivanti dal sistema pubblico saranno sempre più basse. Come cercare di migliorare in qualche modo la situazione? Le alternative attuabili in questo momento sono due, a mio parere: la prima riguarda la capacità delle istituzioni di coinvolgere tutti gli attori e gli enti competenti, in maniera tale da prendere decisioni più responsabili e che cerchino di tenere conto, per quanto possibile, delle esigenze di tutti. La seconda è, considerato il trend decrescente degli importi delle pensioni, di cominciare ad agevolare le forme di previdenza complementare.

Concludendo, non ci si può soffermare esclusivamente sugli impatti sociali delle riforme previdenziali, né sull’esclusivo mantenimento dell’equilibrio finanziario pubblico: entrambe queste variabili, se prese singolarmente, rompono il più volte citato patto sociale. Il più alto obiettivo dei decision makers è quello di trovare il corretto equilibrio fra la sostenibilità economica e quella sociale.

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3 comments
  1. Federica Bandera

    La tua ultima riflessione in cui dici di vedere le cose da un punto di vista aziendale è molto significativa.
    Purtroppo uno dei compiti della politica è quello di ottenere approvazione, e uno dei compiti delle amministrazioni pubbliche è quello di coinvolgere tutti gli stakeholder nei processi decisionali. Non c’è un capo o un DG o un CEO, la PA lavora per i cittadini e il governo esiste perché esistono i cittadini. Quindi è scorretto prendere scelte autoreferenziali.
    Certo bisogna trovare modi, tempi e luoghi consoni per la consultazione, ma non è di certo uno spreco di risorse perché poi tutti sapranno di aver fatto parte della decisione e non potranno lamentarsi.
    La mediazione è uno strumento importantissimo, così come la diplomazia.
    Se tu escludi completamente gli attori coinvolti nelle decisioni, devi tenere conto delle conseguenze di questa scelta, ovvero riforme fatte male perché non si conosce la materia, disapprovazione da tutte le parti, perdita di consensi, strafalcioni abnormi all’interno dei testi di legge e potrei continuare ancora per molto.
    E per quanto riguarda la previdenza complementare, trovo sia l’unica via d’uscita, e vedrai che quando prenderà più piede(cioè quando l’importo delle pensioni erogate dal sistema pubblico scenderà talmente tanto da non permettere un tenore di vita simile a quello dell’età lavorativa), verrà maggiormente regolamentata e pubblicizzata, e sarà un buon compromesso. Anche perché l alternativa sarà ricevere un importo mensile risibile di pensione,se si va di questo passo.
    Quindi sicuramente la contrattazione fra più parti è fondamentale, e fra poco diventerà fondamentale per i cittadini anche informarsi e cominciare a fidarsi degli strumenti di previdenza complementare.

    Grazie per il commento costruttivo che mi ha fatto ragionare sui limiti dell’azione pubblica e sulle grandi differenze fra contesto pubblico e contesto privato. E grazie per la stima, che sai che ricambio allo stesso modo.

    L’autrice

  2. Federica Bandera

    La tua ultima riflessione in cui dici di vedere le cose da un punto di vista aziendale è molto significativa.
    Purtroppo uno dei compiti della politica è quello di ottenere approvazione, e uno dei compiti delle amministrazioni pubbliche è quello di coinvolgere tutti gli stakeholder nei processi decisionali. Non c’è un capo o un DG o un CEO, la PA lavora per i cittadini e il governo esiste perché esistono i cittadini. Quindi è scorretto prendere scelte autoreferenziali.
    Certo bisogna trovare modi, tempi e luoghi consoni per la consultazione, ma non è di certo uno spreco di risorse perché poi tutti sapranno di aver fatto parte della decisione e non potranno lamentarsi.
    La mediazione è uno strumento importantissimo, così come la diplomazia.
    Se tu escludi completamente gli attori coinvolti nelle decisioni, devi tenere conto delle conseguenze di questa scelta, ovvero riforme fatte male perché non si conosce la materia, disapprovazione da tutte le parti, perdita di consensi, strafalcioni abnormi all’interno dei testi di legge e potrei continuare ancora per molto.
    E per quanto riguarda la previdenza complementare, trovo sia l’unica via d’uscita, e vedrai che quando prenderà più piede(cioè quando l’importo delle pensioni erogate dal sistema pubblico scenderà talmente tanto da non permettere un tenore di vita simile a quello dell’età lavorativa), verrà maggiormente regolamentata e pubblicizzata, e sarà un buon compromesso. Anche perché l alternativa sarà ricevere un importo mensile risibile di pensione,se si va di questo passo.
    Quindi sicuramente la contrattazione fra più parti è fondamentale, e fra poco diventerà fondamentale per i cittadini anche informarsi e cominciare a fidarsi degli strumenti di previdenza complementare.

    Grazie per il commento costruttivo che mi ha fatto ragionare sui limiti dell’azione pubblica e sulle grandi differenze fra contesto pubblico e contesto privato. E grazie per la stima, che sai che ricambio allo stesso modo.

    L’autrice

  3. Michael Vecchi

    Cara Federica B.,

    tra le due soluzioni proposte quella più percorribile è senza dubbio la seconda.
    Aprire una sorta di tavola rotonda coinvolgendo tutte le parti sociali potrebbe rivelarsi eccessivamente oneroso in termini di tempo, nonchè far giungere a decisioni di compromesso in grado di accontentare tutti e nessuno. I benefici saranno in grado di compensare i costi di coinvolgimento di tutti gli enti competenti?
    Anche la seconda soluzione non è priva di insidie; ricordiamo che l’eccessiva de-regulation storicamente non ha mai portato a nulla di buono. Fino a che punto dunque estendere le forme di previdenza complementare basate sul mercato e quanto invece far rimanere tra le prerogative dello Stato?
    Sono domande molto accattivanti a cui è difficile dare una risposta certa e univoca, considerando (come al solito) il ruolo e la peculiarità del Settore Pubblico.

    Comprendo che le mie affermazioni siano troppo legate ad un’ottica aziendale con considerazioni costi-benefici.
    L’affermazione del dottor Paris a questo punto mi sembra azzeccatissima: “i diritti individuali non devono essere subordinati alla spesa pubblica”, ma è da ricordare come sia proprio la spesa pubblica a garantire tali diritti soggettivi.

    Concludo complimentandomi per l’interessantissimo articolo e rinnovo il mio (già noto) sentimento di stima nei tuoi confronti.

    Michael Vecchi

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