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Made in Italy?

100 made in italy

di Eleonora Recupero

Cammino per via Montenapoleone, culla per eccellenza dell’alta moda milanese, e penso ai brand che l’Italia vanta ai nostri “fashion rivals” francesi. Bulgari, Fendi, firme che trasmettono con slogan e pubblicità l’arte della tradizione manifatturiera italiana. Poi ci penso meglio ed ecco i due esempi appena citati crollano uno sull’altro. Entrambi sono stati acquistati dalla compagnia francese LVMH insieme ad altri due grandi nomi del lusso italiano, Loro Piana ed Emilio Pucci: da mettersi le mani nei capelli! Il prestigio, la tradizione e soprattutto l’italianità di questi nomi rispecchia un “Made in Italy” fasullo o non interamente appartenente al nostro paese. Dove troviamo quindi l’autenticità italiana? È davvero un’usanza ormai archiviata dalla globalizzazione?

L’unica speranza è quella del settore manifatturiero, una possibile strategia sia per deviare l’attuale crisi economica, che per reintrodurre la qualità di una volta, quella ormai andata persa con la standardizzazione dei prodotti. Purtroppo i vecchi artigiani sono oggi pressoché inesistenti; basta recarsi a Capri e scoprire che le botteghine dei tipici calzolai capresi sono oggi paninerie e negozietti turistici. Data la perdita di quelli che hanno creato i primi sandali fatti a mano o introdotto l’alta pelletteria, si fa affidamento sui giovani, quelli che intendono riprendere la tradizione nel produrre capi d’abbigliamento, stavolta italiani fino al midollo. La ricetta perfetta è quella di saper abbinare conoscenze antiche alla tecnologia odierna; si creerebbero così dei capolavori, e qualcuno ci ha provato.

Carlotta Danti ha rilanciato con il brand “Rosamosario” l’usanza dell’”haute loungewear”, ovvero camicie da notte, come afferma lei stessa “costruite come un abito da sera d’atèlier”: “con me lavorano cinque sarte, produciamo tutto qui alla vecchia maniera, a mano… si preferisce l’università piuttosto che imparare un lavoro d’alto artigianato per il quale la richiesta è fortissima.” Ritroviamo anche giovani che gestiscono i brand di famiglia: un esempio è Matteo Perego, trentaduenne oggi dirigente del marchio fondato dal trisavolo nel 1880, specializzato in cappelli. Oppure la risalita del brand di valigeria Bertoni, rinato grazie all’intraprendente erede Gaia Bertoni. “I nostri bauli sono tutti personalizzati per far sentire speciale il cliente” afferma quest’ultima, la quale ammette la criticità del cambio generazionale, deleterio per continuare a tramandare la manualità dei nostri antenati.

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Esistono poi quelli che basandosi su tecniche più antiche fondano nuovi marchi come “Geraldina”, brand ambasciatore del look atemporale pret-a-porter che come definisce la fondatrice “è sviluppato su diverse taglie e materiali ed è adattabile sartorialmente ad hoc, per scavare quella perfezione che fa gioire la cliente.” Tali considerazioni valgono anche per l’industria del design o del cibo italiano; Stefano Micelli, direttore della Venice International University nel suo libro “Futuro Artigiano” afferma l’importanza della tecnologia e delle richieste della clientela moderna anche in questi campi. Ad esempio, come egli stesso afferma, i recentissimi Grom e Eataly hanno saputo genialmente esportare la competenza italiana legata al cibo, ovvero “comunicare l’abilità dei maestri attraverso i nuovi mezzi di comunicazione”.

Ebbene si fa affidamento su un ritorno del Made in Italy non attraverso l’alta moda, ma quello che potremmo chiamare l’artigianato di nicchia. Sta nelle nostre mani, letteralmente, far spiccare il volo alle capacità quasi perdute che ci hanno insegnato i nostri nonni e perché no anche sfruttare l’occasione per guarire quella che è la crisi economica nazionale.

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