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Finance

Virus in JP Morgan: colpo di freddo dalla Russia?

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di Federica Colli Vignarelli

HACKERAGGIO e BANCHE D’INVESTIMENTO. Due tematiche dall’indubbia attualità che se googlate separatamente forniscono senza stupire decine di milioni di risultati. Ciò che invece di stupore ne suscita è vederle comparire insieme, il 28 agosto, all’interno di uno stesso aggiornamento ANSA. Nel mirino la quasi inespugnabile JP Morgan. “Quasi” perché, come è facile immaginare per un megalite finanziario di simile portata, i tentativi di cyber-intrusione sono all’ordine del giorno. “Quasi” perché in genere, però, falliscono. Come del resto è auspicabile che sia, visti quei 250 milioni di dollari spesi ogni anno per garantire la sicurezza informatica.

Questa volta, però, a prendere la mira parrebbe non essere lo studente di ingegneria un po’ troppo curioso di turno, ma una mano dal clic esperto e dalla mente pericolosamente sofisticata. L’FBI ha aperto un’indagine e chiuso ogni spiraglio informativo verso l’esterno: nulla ci è dato sapere in merito agli istituti di credito coinvolti (indiscrezioni di Bloomberg ne indicano ulteriori quattro), né alla tipologia di dati violati, né di conseguenza all’entità del danno causato. Si parla solo di gravità. E della modalità d’attacco: un malware, con lo scopo di danneggiare e/o sottrarre informazioni al sistema, sarebbe stato lanciato facendo ingresso dal PC di un funzionario, dal quale poi penetrare nei circuiti interni della banca deve essere stata una -ai più incomprensibile- banalità.

Già. Ma perché?

L’alto livello tecnologico dell’operazione -e l’elevata competenza di chi l’ha portata a termine- conduce l’FBI a escludere la pista di un generico dispetto ai danni del capitalismo moderno. Se un qualche tipo di movente finanziario resta tutt’ora possibile, sembra che gli uomini del Federal Bureau of Investigation ritengano probabile una ben più cinematografica -e allarmante- matrice russa. Paranoia latente da guerra fredda? Forse no.

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Innanzitutto, non sarebbe la prima volta. Nel periodo dei conflitti con Estonia e Georgia, infatti, alcuni hacker erano stati reclutati (o quantomeno appoggiati) dal Cremlino con lo scopo di indebolire i sistemi di comunicazione e difesa attraverso infiltrazioni nei siti web governativi del nemico.

In secondo luogo, la Russia ha giusto un paio di ragioni per avercela con gli Stati Uniti. Tralasciando le rigidità storiche, Obama ha di recente supportato l’Unione Europea nel perpetrare alla Russia una serie di sanzioni piuttosto difficili da digerire. In merito a cosa è presto detto. Secondo gli accordi presi a Minsk e Ginevra riguardo alla defibrillazione della situazione ucraina, Putin avrebbe dovuto intervenire in modo consistente con un disarmo dei separatisti filorussi, entrando in modalità paciere convinto così da sedare i suoi ribelli sostenitori in terra ucraina. Agli occhi del Presidente USA, della Merkel e di molti altri Capi di Stato, però, il loro omologo sovietico non ha rispettato la parola data. Non in modo evidente, non come avrebbe dovuto.

Così Obama, sempre più spesso tacciato di eccessiva morbidezza nella gestione dei rapporti con il postmoderno zar di tutte le Russie, ha colto l’occasione per mostrare il proprio pugno di ferro: dichiarando esplicitamente di voler indebolire la già precaria economia sovietica, ha collaborato nella stesura delle manovre punitive lanciate dall’UE. Si tratta di sanzioni, di durata annuale ma liberamente revocabili in caso di collaborazione da parte della Russia, che vanno dal divieto di accesso al mercato dei capitali da parte delle maggiori banche sovietiche, all’embargo sulle armi, alle limitazioni sull’acquisto di tecnologie a scopi civili, militari e petroliferi. Unica eccezione l’intoccabile industria del gas, per la fornitura del quale l’Europa dipende ancora fortemente dal colosso sovietico.

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Insomma, una certa voglia di sguinzagliare due o tre pirati informatici e causare una sincope ai bankers americani a Putin potrebbe anche essere salita. Seppur attendibile però, questa resta solo una delle tante angolazioni da cui gli investigatori statunitensi stanno inquadrando la scena del cyber-crimine. Per capire se si tratti di un falso allarme o di una secchiata d’acqua fredda -tanto quanto la pericolosamente riecheggiante guerra- non possiamo che attendere che in FBI inizino a sbottonarsi i white collars.

One comment
  1. Francesca

    Cara Federica,
    Ho letto con interesse e ti ringrazio per aver riportato una notizia abbastanza trascurata dai media italiani.
    sarà una certa allergia per le “teorie del complotto” (let’s pretend che questa possa appartenere a questo gruppo), o un semplice dubbio, ma non credo che questa ipotesi sia vera.
    il fatto che l’fbi la riporti come probabile è innazitutto un segno: gli americani sanno dissimulare bene le loro informazioni e non diffonderebbero mai il vero colpevole dell’accaduto – ci farebbero una discreta figuraccia.
    secondo: sono proprio gli Usa ad avere alti interessi a screditare la Russia e aizzare l’opinione pubblica è un’arma potente.
    terzo e ultimo: jp morgan è americana di nascita, ma non dimentichiamo quanto i mercati siano integrati. I Russi hanno miliardi depositati li. Tu colpiresti i tuoi stessi soldi? Io no.

    grazie 🙂
    Francesca

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