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Il cielo è azzurro sopra Dublino

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di Federica Torriero

C’era una volta un’isola dalla vegetazione rigogliosa, circondata da acque gelide, popolata da gnomi e fatine dei boschi. Per tutti coloro che se lo chiedessero questo non è l’incipit di una fiaba, non c’è una seconda stella a destra da poter seguire, ma solo tre ore di volo (e un’ora di fuso) prima di atterrare nella verde Irlanda. Ho vissuto qui durante le ultime sei settimane, ovvero tutta la mia estate, prima di tornare tra le mura del Velodromo. Vi chiederete perché mai la mia mente squilibrata abbia preferito le intemperie e il fish and chips dublinese al caldo e al buon cibo italiani. Domanda lecita. Inizialmente me lo chiedevo anche io, ma dopo aver trascorso la prima settimana a cercare di non perdermi nel tragitto casa-scuola-Grafton Street-casa, ho avuto modo di visitare le maggiori attrazioni di questa città e mi sono ricreduta. Ora posso dire di avere una buona conoscenza dell’architettura e dello stile di ogni singolo pub di Temple Bar, oltre che delle discoteche più economiche e popolate della zona.

Eppure tra una pinta di birra ed un bicchiere di whisky and ginger ale mi sono accorta che il numero di italiani presenti in città è di gran lunga superiore a quello degli altri cittadini europei e mondiali, spagnoli a parte. Dunque escludendo tutti i nostri connazionali che scelgono Dublino solo come meta per trascorrere la fine di Luglio, ho conosciuto molti miei coetanei con intenzioni più serie (delle mie sicuramente) e progetti a lungo termine. Mi sorgevano spontanee diverse domande: “Perché Dublino e non Londra?”, “Come si fa a convivere con questo clima incerto e deprimente?”, ma soprattutto “Perché preferire le boiled potatoes ad un bel piatto di carbonara?”. Le risposte che ho ricevuto sono state varie e non sempre coincidenti.
Iacopo, che ha studiato per tre mesi nella mia scuola con lo stesso intento di migliorare il suo inglese (o almeno di provare), mi ha raccontato la sua esperienza : “Ho scelto Dublino perché non mi piace e volevo avere meno distrazioni possibili, ma a quanto pare non ci sono riuscito. Il primo mese sono stato bene perché eravamo in pochi, ero costretto ad esercitarmi con la lingua e mi sono accorto che stavo davvero migliorando. Poi con l’arrivo dell’alta stagione e l’invasione degli italiani è diventato sempre più difficile. Dopo tutto questo tempo non vedo l’ora di tornare a casa.

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Maria Teresa, invece, è una giovane neolaureata in psicologia a “La Sapienza” di Roma, e dopo aver studiato per un mese a Dublino ha deciso di ritornare e di rimanere lì per un anno, nella speranza di trovare lavoro. Mi ha raccontato di come abbia scartato subito Londra perché troppo grande e dispersiva e dell’amore che ha per l’Irlanda e i suoi paesaggi sempre verdi. Nonostante i molti curricula inviati in giro per la città, non è stato semplice per lei trovare un impiego adatto che le permettesse di mantenersi, soprattutto per via della sua scarsa conoscenza dell’inglese. Attualmente lavora come hostess in un ristorante di cucina italiana, gestito da Irlandesi (potete immaginare lo stupore e la perplessità quando me lo ha raccontato), ma a breve inizierà un internship presso lo studio di uno psicologo in zona. Le ho chiesto cosa le mancasse di più dell’Italia e lei mi ha risposto: “Assolutamente niente. Sono contenta di vivere a Dublino perché qui la vita funziona: la loro burocrazia è molto più veloce della nostra ed ho la sensazione che questo paese si stia riprendendo molto bene dalla crisi. Il clima cosi incerto non mi crea disagio, eccetto che d’inverno, quando camminare per strada con la pioggia e il vento è impossibile. Inoltre gli Irlandesi sono persone ospitali e gentili, ma questo non lo scrivere altrimenti si trasferiscono tutti qui.” Maria Teresa non ha molte certezze per il suo futuro, ma questo non la spaventa perché sa che nella peggiore delle ipotesi avrà investito bene il suo tempo.

Per quel che mi riguarda alla fine di queste sei settimane sono tornata a casa con un bagaglio di esperienze che supera di molto i kg concessi da Ryanair. Non so quanto sia migliorata la mia conoscenza della lingua, e per tutti quelli che immaginavano questo mio articolo scritto in inglese, mi dispiace deludere le vostre aspettative, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo. In compenso, però, credo di aver capito il segreto di questa terra: la birra prima di tutto, ed il whisky (ma solo per i palati più raffinati), i giovani musicisti ad ogni angolo della città, la vita notturna nei pub di Temple Bar, le distese di verde e le immense scogliere. Tutto ciò unito alla gentilezza e al calore umano dei suoi abitanti probabilmente non sostituiranno la cucina italiana, ma mi fanno sentire come se fossi a casa.

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