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Tra melanina e darwinismo: l’insostenibile leggerezza dell’essere bagnino

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di Federica Colli Vignarelli

In principio era Baywatch. Nella fattispecie lui, Mitch Buchannon. La California degli anni ’80 ci ha veicolato la scarsamente credibile -ma bellissima- immagine del principe azzurro in versione estiva: impeccabile ricciolo biondo, occhio color fondale marino con sfumature alga, sorriso tipo il davanti del bidet. Torace depilato ma non troppo, di un palestrato discreto che lascia intuire non serie forsennate di push-up alla panca ma un più genuino sollevamento gommoni sgonfi. Inseparabile compagno di viaggio non il cavallo bianco ma il salvagente rosso. Rosso emergenza, sangue, ambulanza, chissenefrega. Non facevamo nemmeno caso a quella sua inspiegabile forma aerodinamica che in caso di lancio avrebbe potuto tramortire un cavallo adulto più che salvare un bagnante in pericolo. Non importa. C’era Mitch. Che sentiva una richiesta d’aiuto anche se fatta a ultrasuoni e dal canale di Panama, correva a rallenty verso il bagnasciuga e in tempo zero raggiungeva il mare aperto, conscio non solo del fatto che sarebbe uscito perfettamente asciutto e col capello in piega, ma anche che l’interdetta di turno non si sarebbe ripresa se non dopo l’agognata respirazione bocca a bocca. O forse no. Perché il bagnino anni ’80 era modesto, per non dire ingenuo, per non dire tardo. Procacità al silicone e cosce chilometriche quanto la west coast gli sventolavano intorno quotidianamente ma a lui interessava solo il cucciolo di orca col pinnino sifolo da portare in salvo. E a noi piaceva così.

Gli anni ’90 ci hanno ridimensionato. Avevo tre anni quando mi innamorai di Ruben, il bagnino della mia spiaggia. Quei tre lustri che ci separavano non erano affatto un problema. Convinta per via degli ordini al megafono che di cognome facesse “pedaló”, frequentai un corso di nuoto per poterlo stupire con la mascherina di gomma e la mia temeraria sinuosità fra le onde. Trotterellavo fino a riva cadendo ogni sei passi e assistevo a quello che sembrava il suo principale compito: intrattenere le diciottenni locali ipnotizzate dal bermudino a vita alta. Tra un rastrellamento di sabbia e un gonfiaggio materassini, il bagnino anni ’90 si distingueva per la discrezione con la quale si rapportava alle innumerevoli vittime del suo codino di riccioli neri, l’allora ultimissima moda. Cappellino, occhiale scuro e t-shirt di rappresentanza celavano il piacevole stupore per una tale affluenza di estrogeni al suo capezzale: nessun salvataggio eroico, nessun esemplare in via d’estinzione. Il bagnino era ormai tipizzato: attraeva in quanto tale, a prescindere che la massima dimostrazione del proprio coraggioso altruismo fosse sventare asfissie polmonari o realizzare merletti sui castelli di sabbia.

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Negli anni 2000, che considereremo una decade per evitare di sentirci drammaticamente vecchi, i bagnini sorprendono. Dopo una fase in cui il preconcetto l’ha fatta da padrone, e con esso l’affermarsi del trinomio palestrato-monosillabico-spietato castigatore di turiste, si è assistito a un sottile ma significativo cambio di rotta. Una prima osservazione da vera economista attenta è che il bagnino non è più solo bagnino. Se fino a qualche anno fa era possibile intraprendere una vera e propria carriera in questo senso, oggi “sta la crisi” e questa senza sarcasmo impegnativa attività di totale rinuncia alle vacanze diventa un’occupazione collaterale con cui rinforzare la propria indipendenza finanziaria. Un intermezzo agli studi in Informazione ed Editoria, una momentanea alternativa al ruolo di insegnante di sub a Capo Verde, un’abitudine redditizia in attesa dell’imminente impiego invernale da bartender. Codino e occhiale scuro rimpiazzati da ciuffo antigravitazionale e wayfarer a specchio, il bicipite valorizzato non da steroidi ma dai più inaspettati tatuaggi. L’anno di nascita, l’iniziale della fidanzata? No, paragrafi di Baudelaire e scorci iconizzati di Seurat. Parla più di cronaca che di calcio, racconta più di esperienze all’estero che di donne estere con esperienza. Accanto alla Gazzetta c’è Pessoa, accanto a Pessoa i quotidiani locali, grazie ai quali commentare le tensioni in Medio Oriente snocciolando nozioni che farebbero impallidire Tony Capuozzo. E molti plurilaureati. Ulteriore novità portata dal nuovo millennio è l’esemplare di bagnino casto. Fidanzato, magari seriamente, magari da anni. Consapevole del fin troppo inflazionato fascino della divisa, sa che non ha bisogno di passeggiare gocciolante tra i lettini per mietere vittime. Cordiale ma mai fuori luogo con le turiste, sorride dinanzi agli episodi di autolesionismo che vedono protagoniste le precoci tredicenni dello stabilimento al grido di “dai facciamoci medicare dai”.

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Mi chiedo come sarà il bagnino del futuro. Continuerà il climax ascendente, portandolo ad assumere le sembianze di un Vittorio Sgarbi che sventolerà quadri convinto di poter evitare l’altrui annegamento con il potere salvifico dell’arte rinascimentale o si assisterà a un’involuzione, a causa della quale il Pasquale Laricchia di turno fraintenderà quando la mattina gli verrà chiesto di innalzare la bandiera?

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