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Interviste

Tutti pazzi per Federico.

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Intervista all’avvocato più famoso dello sport.

Di Tabita Costantino, Federica Torriero, Eleonora Recupero, Sofia Bernardini

Martedì 2 Ottobre 2014 ore 17 e 30. L’Aula Magna di Via Gobbi viene presa d’assalto da quei pochi fortunati (per la maggior parte ovviamente uomini) che hanno prenotato in tempo per assistere alla prima di Sport Frame, programma firmato Bocconi tv. Guest star della serata è Federico Buffa, giornalista sportivo e narratore straordinario di vita, morte e miracoli dei personaggi dello sport. Co-organizzatore dell’evento è l’Associazione “Amici di Dino Ferrari”, rappresentata dal Professore Elio Scarpini, Direttore del centro Unità Valutativa Alzheimer. Nata nel ’74 in memoria di Dino Ferrari, figlio di Enzo (fondatore della casa automobilistica di Maranello), l’Associazione ha lo scopo di raccogliere fondi per la ricerca di malattie neuromuscolari e degenerative, come la distrofia di Duchenne. La collaborazione da cui è nato l’evento ha consentito la raccolta di fondi per finanziare una borsa di studio per la ricerca sull’Alzheimer.

In questa breve intervista Buffa ci racconta il fattore chiave che l’ha portato dove si trova oggi: il caso. L’inizio della sua carriera da commentatore, il passaggio al mondo del calcio, il suo pubblico sempre più eterogeneo e ampio sono per lui casualità che mai avrebbe potuto aspettarsi nella sua carriera di avvocato.

Com’è nata la passione per il basket?

Questa domanda mi porta a mio padre. Avrò avuto 6-7 anni ed è stato un imprinting fortissimo: mi piaceva la velocità del gioco, com’erano atletici i giocatori. Non ero in grado di descrivere un’azione magari, ma avevo la sensazione che giocassero uno sport superiore per tanti motivi, non solo per le dimensioni ma perché aveva un modo di essere raccolto in poco spazio. Gli atleti erano più esplosivi rispetto alla media a cui ero abituato e soprattutto ho visto giocare il mio primo nero, Joe Isac. Lui giocava nella Milano degli anni ’60 e veder giocare un nero a Milano negli anni ’60 era un impatto fortissimo, quest’uomo si muoveva in un modo diverso. Da qui nasce l’attrazione per gli afroamericani e il loro gioco.

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Come si può conciliare la sua passione per lo sport, per il basket in particolare, con il suo percorso di studi in giurisprudenza?

Io ho fatto l’avvocato ma mi occupavo di contratti. Facevo stragiudiziale e ne ho fatti tanti per atleti, iniziando quando ero ancora all’università.  Avevo vent’anni e insieme al mio professore di diritto internazionale privato, il Professor Ziccardi, figlio di un famoso giurista di diritto interazionale, redigevo un contratto che ancora oggi viene utilizzato a tanti anni di distanza. Mentre facevo l’avvocato non ho mai pensato che un giorno avrei potuto fare dello sport la mia fonte principale di esistenza perché nella vita succede che noi facciamo i piani per andare da una parte e lei va dove vuole. Però non ho mai smesso di essere un appassionato, anche se avevo un lavoro. Ho giocato a basket oltre i trent’anni tutti i giorni della mia vita o quasi. Il gioco è più importante di te, sei tu che lo devi onorare e non offendere. Quando ho capito che lo stavo offendendo ho smesso.

Dopo la telecronaca è passato alla narrazione con il programma “Federico Buffa racconta”. Come ha vissuto questo cambiamento?

Ancora una volta c’è una componente di casualità enorme, non l’ho chiesto io. I miei colleghi della redazione di basket hanno inventato questo format e mi hanno chiesto la disponibilità per farlo e ho detto sì. Ho assistito ad una di queste narrazioni e ho pensato che avremmo potuto farlo anche per il calcio. Pensavo di poter scegliere l’argomento, ma mi hanno detto di no. Però i produttori mi hanno fatto una proposta che era abbastanza nelle mie corde: descrivere un giocatore irripetibile, anche una storia umana, come quella di Diego Armando Maradona. Il programma era fatto in maniera “carbonara”, gli scrittori non sapevano niente. Se ne sono accorti quando hanno visto che era in palinsesto, e io l’ho fatto gratis perché era un buon esperimento. Ha avuto un buon riscontro. L’anno scorso siamo arrivati a questo accordo, ma mai avrei pensato che ridare dignità al calcio rendesse così tanto. Non avrei mai pensato di raccontare il calcio di un’altra epoca, con le immagini in bianco e nero, che su Sky non sono neanche vagamente concepite.

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Con sorpresa ci dissero che potevamo permetterci di rallentare di un battito cardiaco, di provare a fare il contrario invece di avere questo culto dell’immagine così marcato, lasciando prevalere l’aspetto narrativo e impegnandoci in un rischio. Io, però, ero convinto che avrebbe funzionato. La cosa sorprendente è che un programma di questo genere attira un pubblico molto giovane, tra l’altro inaspettato, perché il pubblico vuole essere giovanile, vuole accedere all’idea di una cosa attraverso un’altra. Vuole informarsi improvvisamente su una cosa che magari non avrebbe visto. E soprattutto per un giovane italiano è molto meglio di quello che viene raccontato. C’è molta più recettività nel pubblico giovane di quello che si pensa. E poi il pubblico femminile, che non mi sarei mai aspettato. Anche le quarantenni e cinquantenni sono attratte da questa angolazione, dall’idea di contrabbandare un po’ di testo sportivo attraverso la natura morta. Se c’è una cosa che mi ha colpito tanto sono le madri che mi fermano ogni tanto per la strada dicendomi di essersi fermate a guardare il programma insieme ai loro figli.

La soddisfazione più alta è stata questa: ero a Copa Cabana che passeggiavo durante i mondiali e mi arriva un messaggio sul cellulare. Era Marco Tardelli che mi ringraziava per la storia sul 1982 e ho pensato che meglio di così non poteva andare.

Un’ultima domanda: secondo lei quanto l’esposizione mediatica di uno sport si traduce in numero di partecipanti a quello sport stesso?

E’ una bellissima domanda, ma è un grande problema. Mentre è abbastanza evidente che il pubblico televisivo può essere come viene descritto, questo non corrisponde alla cultura dello sport a livello giovanile italiano perché le scuole, da quando esistono, hanno trattato lo sport come un fenomeno estremamente secondario, senza alcuna rilevanza sociale. Se nel 2014 voi presentate un curriculum nel mondo anglosassone e siete state capitane della squadra di pallavolo della Bocconi questa cosa va a curriculum. Nel mondo italiano contemporaneo nessuno lo mette perché non è considerato un plus sociale e questo secondo me risponde alla domanda e ne apre altre dieci sul contesto in cui siamo. Se l’Italia non ritiene lo sport a un livello sociale credo che commetta un errore doppio: nei confronti delle persone a cui non lo riconosce e nei confronti di se stessa, perché non sfrutta la potenzialità enorme dello sport agonistico.

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