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BOCCONI: PERCHÈ INTRODURRE IL REFERENDUM STUDENTESCO

Nelle università più prestigiose al mondo è una pratica consolidata e nel 2007 ad Harvard ne è stato indetto uno riguardo la modifica del calendario degli appelli d’esame.

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di Jacopo Epifani

Che l’Università Commerciale Luigi Bocconi rappresenti uno dei poli d’eccellenza dell’istruzione nazionale ed europea è constatazione sufficientemente suffragata dai rilievi statistici e qualitativi dei più autorevoli ratings accademici. Ogni studente bocconiano può, dunque, ragionevolmente affermare con orgoglio di esser tale, sempre conoscendo i limiti e la perfettibilità delle dinamiche dell’ateneo. Tra le obiezioni che si potrebbero ricevere, tuttavia, esiste una domanda che forse sarebbe capace di suscitare imbarazzo in più di un alunno: in qualità di studenti, come e quanto partecipiamo alla vita ed all’evoluzione dell’istituto?

Riguardo al come, c’è poco da dire e le scelte sono obbligate: escludendo le associazioni universitarie, che assolvono un compito prettamente cultural-ricreativo, l’unica maniera per partecipare allo sviluppo ed al progresso dell’ateneo è collaborare al dibattito politico iscrivendosi ad una delle associazioni di rappresentanza studentesca, partecipando alle riunioni, votando o candidandosi. Per quanto inerisce invece le dimensioni della partecipazione studentesca alle decisioni, agli eventi e ai processi che innovano la struttura accademica, bè, qui accusiamo il colpo.  

Primo -e di più semplice consultazione- indice dell’interesse degli alunni alla vita politica universitaria non può che essere il dato dell’affluenza alle elezioni per gli organi di rappresentanza studenteschi. Il piatto piange, in Bocconi ma non solo. Anzi, i 4389 partecipanti all’ultima tornata elettorale, datata maggio 2013, ammontano al 32,8% degli iscritti ed il dato, rispetto allo standard nazionale, risulta addirittura essere confortante. Alle contemporanee elezioni in Cattolica parteciparono 7573 votanti su un totale di 37324 iscritti (20,3%); stesso dicasi per la Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM), di cui soltanto 442 studenti su un totale di 3473 aventi diritto (12,72%) hanno presenziato in cabina, nel dicembre 2013, per il rinnovo del Senato Accademico e del rappresentante in Consiglio d’Amministrazione. Senza tediare con un infinito sciorinamento di numeri e percentuali, il dato nazionale rivela un’affluenza alle elezioni per il rinnovo degli organi di rappresentanza che oscilla tra il 10% ed il 20% degli iscritti: poco, pochissimo.

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Non si tratta, tuttavia, di un malcostume esclusivamente nazionale: persino nella tanto conclamata e agognata Oxford, alle ultime student elections, soltanto 4086 studenti su un complessivo di 22116 hanno espresso la propria preferenza per la nomina a Presidente della Oxford University Students Union. Chi e come ricoprirà la carica di rappresentante, dunque, sembra interessare poco sia ai tanto bistrattati studenti italiani sia alle brillanti menti albioniche e, se è vero che a tale osservazione non bisogna rassegnarsi -tutt’altro- è necessario quantomeno accogliere il dato come assodato e difficilmente modificabile nell’immediato: scandagliando i siti istituzionali degli atenei anche la storia meno recente conferma l’impressione ricavata dai rilievi più attuali. Il Sessantotto è abbondantemente trascorso e degli anni Settanta ci sono rimasti soltanto Bruce Springsteen e gli occhiali da sole a goccia, così come il fatto che alla maggior parte degli universitari, ormai, interessi unicamente laurearsi.

La ridotta affluenza alle elezioni sarà sì la lamentela di chi chimericamente anela l’affezione politica dei nostri padri e non va certamente inserita all’ordine del giorno del prossimo consiglio d’amministrazione universitario, tuttavia non può essere considerata come una realtà del tutto priva di ripercussioni. La principale conseguenza di un basso afflusso elettorale è, banalmente, lo scarso di grado di legittimazione e rappresentanza conseguito da chi viene eletto. Chi vince le elezioni può sbandierare quanto vuole la percentuale di consensi ottenuta. Questa lo autorizza a dichiararsi, a ragione, vincitore. Ma se a costituire la maggioranza sono di fatto gli astenuti e i non-votanti, quanto sarà legittimato il suddetto vincitore a dichiararsi rappresentante?

Esistono però delle decisioni, assunte da organismi accademici in cui presenziano anche i rappresentanti degli studenti, che possono influire profondamente sull’iter universitario dei corsisti e sulle condizioni della comunità studentesca tutta. Come combinare allora l’ineluttabile circostanza dello scarso interesse alla nomina dei rappresentanti -e la conseguente bassa rappresentatività di cui essi sono forieri- con l’esigenza che, per alcune questioni di particolare delicatezza, questi siano portavoce del maggior numero possibile di studenti? Come evitare che la voce del rappresentante riproduca il pensiero del suo solo nugolo di elettori in merito a decisioni che interessano, o potrebbero interessare, la generalità degli alunni?

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L’astensionismo universitario è fenomeno tanto diffuso -oltreoceano qualcuno ha osato addirittura porsi il problema- che non si può pretendere certo che pervenga un Deus ex machina a ragguagliarci del rimedio.

Nei sopracitati college anglosassoni, però, hanno da tempo elaborato la più scontata delle soluzioni: il referendum studentesco.

Nel maggio del 2014 il CUSU (Cambridge University Students Union) ha allestito il suo ultimo students referendum in merito alla modifica di alcune funzioni, prerogative dello stesso organo di rappresentanza. Nell’aprile dello stesso, anno a Carleton si chiedeva agli undergraduates se approvassero o respingessero un innalzamento marginale delle tariffe inerenti alcuni servizi offerti dall’ateneo. Presso l’ Università della California Irvine è possibile addirittura consultare un prontuario su come indire e proporre quesiti referendari ai propri colleghi universitari. Potrebbe risultare illuminante scoprire che il referendum studentesco indetto nell’aprile 2007 a Harvard vertesse sulla revisione del calendario degli esami, uno degli argomenti maggiormente dibattuti tra i circoli di confronto e dialogo, reali e telematici, all’interno della nostra Università.

Il referendum studentesco è uno strumento di consultazione poco dispendioso sia in termini di energie che di denaro (è possibile, ad esempio, svolgerlo interamente via web, come fanno a Cambridge), che fa appello alla volontà di categoria affinché siano veramente contemplati, nelle decisioni assunte, gli interessi di tutti. Strumento, inoltre, il cui ricorso è già frequentissimo in realtà quali fabbriche o altri luoghi di lavoro, facilmente assimilabili all’ambiente universitario, sia in termini numerici e strutturali che in merito alle esigenze di democraticità nella rappresentanza degli interessi di categoria. Sia chiaro: il risultato referendario non può e non deve esser vincolante per gli organi decisionali (che sicuramente sono più competenti di uno stuolo di ventenni nell’assunzione di decisioni vitali per l’Università) ma può, e dovrebbe, essere vincolante per il rappresentante degli studenti stesso riguardo alle posizioni da perorare in consiglio.

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Potrebbe essere questo l’unico modo di garantire che siano rappresentati gli interessi della comunità studentesca tutta e di evitare che la misura della rappresentanza si riduca alla volontà del corpo votante?

Sta di fatto che se è vero che agli infingardi studenti italiani e stranieri non sembra interessare particolarmente chi li rappresenterà negli organi collegiali, quanto il peccato possa essere veniale o meno sta a fior di sociologi deciderlo. Sicuramente interessa, e tanto, poter esprimere la propria opinione riguardo a decisioni nevralgiche per la vita dell’ateneo e per la propria carriera accademica.

Tutto il pianeta bocconiano esorta all’adeguamento agli standard delle più prestigiose facoltà internazionali e reclamizza quanto l’Università ad essi sappia conformarsi. Perché non considerare anche che in tutti gli atenei assunti a modello gli undergraduates tengono referendum studenteschi?

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