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Off Campus

Critica e autocritica dei “social radical clic”

Reading time: 3 minutes

The New Yorker

Di Saverio Marziliano

Ormai non si tratta più di saper scrivere o meno. Credo sia più opportuno lasciare ai manieristi il puro esercizio di stile. Ormai non basta. Non è più sufficiente plasmare lo strumento, decidere la forma, scegliere il mezzo che trasmetta il messaggio.
Bisogna avercelo questo messaggio. Avere qualcosa da dire e crederci, fino alla fine.
Siamo tutti Charlie Hebdo? Non lo so. Chi può indicare quale sia il rasoio che divide l’emulazione dalla reale partecipazione? Pochi, chissà. Quanto accaduto nella capitale francese alcuni giorni fa ci ha fatto riscoprire fragili, immersi in una quotidianità che è solo networking, una realtà simulata e mediata da algoritmi che ci offrono solo quello che vogliamo vedere o sentirci dire.
Ma quello che accade ogni giorno fuori, nel mondo reale, è un’altra faccenda.
Parigi, fine anni ‘60: la camera di Bertolucci inquadra Matthew, Isabelle e Theo nel salone di un borghese appartamento parigino, ormai abbandonati a quello che sembrerebbe essere l’epilogo dell’avventura surreale da loro vissuta in quei giorni. Ma è proprio la storia ad entrare con prepotenza nella vita di questi tre ragazzi. Qualcosa lanciato da un manifestante in strada rompe il vetro di una finestra. Le urla della folla spezzano quella sorta di equilibrio che i tre protagonisti avevano costruito E’ il ’68 e questo è soltanto un film.

A violare la nostra quotidianità la mattina del 7 gennaio sono state proprio la storia e la realtà. Impossibile esimerci dal porci degli interrogativi. L’unica risposta certa che siamo riusciti a darci è che, in verità, non sapevamo più cosa dire, forse neanche cosa pensare.
Ritornando alla nostra piccola e limitata realtà, nelle ultime settimane ho avuto modo di leggere una serie di articoli e commenti scritti da studenti sull’accaduto, ma non solo. Nonostante un’esposizione pulita e lineare, in tutti gli interventi ricorreva un elemento. Mi riferisco a quella che un nostro vecchio direttore definiva “polemica tanto al chilo”.
La paura, il timore, il disorientamento ci rendono aggressivi. Forse è solo un alibi, oppure consuetudine. E allora l’invettiva diventa scudo e arma che colpisce indistintamente. Impensabile fermarsi, fare una pausa e passare all’analisi.
Da quando ho scritto il mio ultimo pezzo per “Tra i Leoni” ho avuto non poche difficoltà a buttar giù due righe. Il motivo è che, come ho sempre pensato, le uniche parole che abbiano davvero un senso oggi sono quelle che non diciamo. E non mi si fraintenda. Con questo voglio dire che gli strumenti di cui disponiamo per arginare il fiume di informazioni frammentarie da cui siamo quotidianamente sommersi sono l’analisi, la comprensione, l’approfondimento, la valutazione e il giudizio critico. Non solo, quindi, reazioni emotive, post o tweet. Mettere un like, scrivere un commento, caricare una foto sono un’estensione estemporanea del nostro ego, ma la nostra percezione si limita al significato che tutto questo in realtà poi assume: il superficiale slancio di un momento già accantonato qualche post fa nella nostra timeline.

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A questo riguardo mi torna sempre in mente l’explicit di Jep Gambardella ne “La grande bellezza”: “Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla”.

Non si tratta di pensiero debole, né di società liquida. L’aggressione e l’arroganza diventano leitmotiv della nostra quotidianità di utenti e, in quanto tali, persone. Alla fine cosa resta? Fragilità, solitudine, paura.
A cosa serve sostenere una causa, condividere un post, pubblicare una fotografia e ancora avere una perfetta padronanza della penna se tutto questo ci porta a ripercorrere pedissequamente linee già tracciate e accarezzate distrattamente dal nostro cursore?
Spesso mi viene ripetuto che, ovviamente, chi scrive per TiL non dispone in tempo reale di notizie d’agenzia e che, quindi, difficilmente avrà qualcosa di nuovo da aggiungere rispetto ai contenuti degli articoli già pubblicati e presenti sul web. Giusto, ma non del tutto.
Quello che un giornale studentesco dovrebbe fare è dare voce alle analisi condotte dalla penna critica di quegli studenti che abbiano davvero qualcosa di nuovo e ragionevole da dire. L’emulazione e il manierismo, come detto, li lasciamo a chi se la sente.

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