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Sport

La partita del secolo

B-Fischer_Spassky_1972aDi Domenico Genovese

The match conditions I proposed were non-negotiable…I therefore resign my FIDE world chess champion title. Sincerely…”

Con questo semplice telegramma inviato alla FIDE, la World Chess Federation, Robert James Fischer, detto Bobby, il 22 Giugno del 1974 rinunciava a difendere il titolo mondiale conquistato due anni prima nell’incontro del secolo.

È il 1972, siamo in piena Guerra Fredda. Un conflitto diverso da tutti i precedenti: il mondo è diviso in due blocchi e la frontiera parte dal Polo Nord, passa dalla Finlandia e corre giù dividendo in due la Germania. Berlino proprio fisicamente. È l’equilibrio del terrore. Dalla metà del 1945, gli scontri tra USA e URSS vanno avanti con diversa intensità e su terreni “secondari” in Africa, Asia e Sud America. Ma la guerra fredda si combatte soprattutto con la politica, l’economia, i servizi segreti, la cultura e anche lo sport. Già nel 1936, con le Olimpiadi di Berlino, si era visto come lo sport potesse essere una potente arma e un terreno di battaglia dal significato che va oltre il colore delle medaglie.

E in periodo di guerra tutto ciò che è internazionale è campo di battaglia.  Anche il campionato mondiale di Scacchi.

La tradizione scacchistica sovietica ha origini millenarie. Anche Lenin era un grande appassionato. È un gioco praticabile da tutti e stimola la mente. Se ne occupa quindi il Consiglio Supremo per l’Educazione Fisica dell’URSS con un piano quinquennale di sviluppo. I giocatori aumentano e con questi i maestri. La scuola sovietica diviene imbattibile: dal ’48, quando hanno battuto un americano in una partita giocata via radio, vincono tutti i mondiali.

Nel 1972 il campione in carica è Boris Spassky. Nato il 30 gennaio del 1937, ha imparato a giocare a scacchi a 5 anni, mentre scappava in treno da Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale. A 10 anni batte il campione Mikhail Botvinnik in una partita simultanea. Diventa Maestro a 15 e arriva Quarto ai mondiali a 16.

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Ha uno stile particolare: ogni maestro ha dei pezzi e delle zone della scacchiera preferiti, lui inventa lo stile universale. Si adatta a ogni situazione di gioco. Non si scompone mai. Un po’ il riflesso del suo carattere tranquillo, pacato. Gioca le sue partite col pugno sotto il mento e lo sguardo glaciale.

Lo sfidante di Spassky è Bobby Fischer. Figlio di tedeschi che vivevano in Russia, cresce a Brooklyn mentre l’FBI controlla la madre, sospetta spia. Ha imparato a giocare da solo. Quando è ancora un bambino, la madre lo presenta a un esperto che lo porta a una partita simultanea. Ma perde. Non è Spassky. Un maestro, però, lo nota e decide di seguirlo. Così inizia a prendere delle lezioni.

Ha un carattere particolare: taciturno, misogino “They’re all weak, all women. They’re stupid compared to men. They shouldn’t play chess, you know. They’re like beginners. They lose every single game against a man. There isn’t a woman player in the world I can’t give knight-odds to and still beat” e antisemita, nonostante le sue origini ebraiche. A 16 anni molla la scuola: “You don’t learn anything in school. It’s just a waste of time. You lug around books and all and do homework. […] I don’t remember one thing I learned in school. […] If they’d have let me, I would have quit before I was sixteen”.
Gli scacchi però sono un’altra cosa. Nel 1956 a 13 anni vince il campionato juniores USA, battendo un maestro. Bobby è un genio. Qualcuno dei suoi conoscenti insinua sia affetto dalla sindrome di A.S.P.E.N. È inquieto. Irregolare. Gioca una serie di brutte partite e vorrebbe quasi ritirarsi, poi torna in vetta. Nei tornei internazionali Bobby arriva sempre in fondo e poi perde contro un russo. Accusa i sovietici di mettersi d’accordo e pareggiare nel momento giusto. Il 1972 però è il suo anno. Batte tutti e arriva a sfidare Spassky.

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I due sono uno l’opposto dell’altro. Spassky arriva in anticipo ed è forte della sua calma e tranquillità. Fischer fa la rockstar: pretende una poltrona in pelle, impone restrizioni sulle riprese TV, ha una piscina privata, il ristorante dell’hotel aperto H24 e un istruttore disposto a giocare a tennis quando vuole rilassarsi. Vuole una scacchiera particolare, con caselle da 54 mm e non 57 e accetta di giocare solo quando uno sponsor alza il montepremi dell’incontro.

La partita si gioca a Reykjavik. Sul fronte. Boris e Bobby sono due soldati e quando Fischer, poco tempo prima, sembra non voler giocare a chiamarlo è Kissinger in persona. In palio non c’è solo il titolo. È l’incontro del secolo. 21 partite giocate da luglio a settembre. Spassky vince la prima, per un errore banale dell’americano che perde anche la seconda: non si presenta. Kissinger chiama di nuovo… Bobby cambia gioco, inizia a vincere e un giorno è così brillante che Spassky si alza in piedi ad applaudirlo mentre un altro giorno rimane impietrito a guardare la scacchiera.

Alla fine vince Fischer. E da quell’anno gli scacchi sono diventati un gioco di moda in USA e in tutto il mondo. Perfino in Italia in quella estate potevi vedere qualcuno giocare in spiaggia.

Nel 1975, Fischer avrebbe dovuto difendere il titolo contro Anatoly Karpov che aveva battuto Spassky nelle eliminatorie. Bobby fa tre richieste: “The match should continue until one player wins 10 games, without counting the draws; There is no limit to the total number of games played; In case of a 9-9 score, the champion retains his title and the prize fund is split equally“. La FIDE rifiuta alcune richieste e Fischer rifiuta di giocare. Scompare e riappare dopo 20 anni, nel 1992. Vorrebbe partecipare nuovamente al campionato mondiale ma il torneo è nella Ex Jugoslavia e il Governo gli vieta di andare. Il suo carattere, però, non è cambiato. Va lo stesso. Vince. E non rientra più in USA. Nel 2004 viene arrestato in Giappone, su mandato internazionale. Allora Spassky scrive al presidente Bush. Chiede la grazia e chiude la lettera così: “Bobby and myself committed the same crime. Put sanctions against me also. Arrest me. And put me in the same cell with Bobby Fischer. And give us a chess set“. Una radio filippina raggiunge Fischer al telefono, chiedendogli se avesse saputo della lettera: “I saw it, I didn’t like it. I didn’t like the tone – he was trying to make me sound like a weirdie. And he is begging, asking Bush for mercy? What is this? […] I don’t want him in my cell! I want a chick in my cell! How about that young chick, what’s her name, what’s that Russian chick, Kosteniuk? This Spassky, he is a very good “frenemy” of mine – a friend and enemy”.

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Il 23 Marzo del 2005, Fischer viene rilasciato e accolto dalla folla al suo arrive a Reykjavik. Trascorre lì i suoi ultimi giorni, proprio dove aveva combattuto la sua battaglia. Muore a 64 anni. 64 come le tessere della scacchiera.

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