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In morte di un europeo

Senza titoloDi Michele Magnani

Quanto segue non ha nulla di scientifico. Nessun ammasso di dati a supporto della tesi, pochi esempi a sostegno dell’argomentazione e portati alla rinfusa, la concreta possibilità che sia tutto sbagliato. Probabilmente nessuna tesi. Tengo a rimarcare come questo articolo sia frutto delle stupide fisime dell’autore e le conclusioni – sempre che si incontrino delle conclusioni – siano del tutto inutili. È stato complicato sin dall’inizio, la scelta di un titolo adatto. Avrei potuto chiamarlo, chissà, Riflessioni sul cittadino in crisi, ma poi ho scelto questo.

Perché? Perché ho voluto porre l’accento sull’appartenenza ad un contesto sovranazionale, sull’europeità. Perché in fondo mi piace sentirmi affine a tutta una stirpe che ha calcato il suolo del Vecchio Continente e ha offerto all’umanità un contributo sul viale del progresso civile. Mi sento fratello di Rousseau e Kant ed Hegel, benché a quest’ultimo avrei messo volentieri le mani addosso per il pensiero che professava, in barba a Voltaire. E sono fratello anche di Voltaire, perché aveva ragione lui, si può morire per aver sostenuto un’idea, per la libertà di esporre un’idea, com’è accaduto a Bernard Maris, Oncle Bernard si firmava, morto insieme ai suoi colleghi al 12 di rue Nicolas-Appert, nell’XI arrondissement, il 7 Gennaio scorso.

Tra le vittime dell’attentato parigino, oltre a vignettisti, giornalisti d’inchiesta e satirici, c’era anche un “nostro collega”, un economista che aveva studiato nell’università dell’ultimo premio Nobel Jean Tirole, aveva insegnato sulle due sponde dell’Atlantico e soprattutto scriveva su Charlie Hebdo. Per la verità, una vittima accidentale dell’attacco alla redazione, Maris non era stato l’estensore delle vignette danesi su Maometto, non si era macchiato del peccato della blasfemia, lui scriveva di politica ed economia e la sua unica colpa è stata quella di trovarsi nella redazione del settimanale al momento sbagliato – ma questo è poco importante. “Zio Bernard” era un commentatore acuto, spesso caustico, in linea con la filosofia del giornale su cui scriveva, fortemente critico dell’impostazione economica attuale, avversatore convinto delle politiche europee correnti. Aveva tutti i difetti che solo un eretico può presentare: keynesiano, mancante di fiducia nel mercato (“lasciare che i mercati governino i Paesi è, molto semplicemente, una vergognosa viltà”), addirittura affascinato da Marx.

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Ha lasciato contributi interessanti sulla costruzione, lo stato ed il futuro della moneta unica. In uno stile provocatorio ed irriverente paragonava la nascita dell’Euro nel 1992 ad una nuova “guerra dei trent’anni scatenata da Mitterand a Maastricht nell’intento di imbrigliare la Germania e legare il destino di questa a quello dell’Europa”. Dopo più di vent’anni, argomentava l’economista, la guerra sarebbe pressoché conclusa con la vittoria della Germania, che avrebbe realizzato economicamente ed involontariamente quello che un cancelliere folle aveva già attuato settant’anni prima: la distruzione del continente mediante “l’annientamento delle industrie italiane e francesi”.

Maris proponeva allora una ricetta per evitare la “lenta e dolorosa morte” delle economie europee: un’uscita coordinata dall’unione monetaria e la costituzione di una moneta comune di riferimento definita da un paniere di monete nazionali, libere di fluttuare entro certi vincoli così da risolvere le asimmetrie che caratterizzano l’Europa odierna. Un ritorno allo Sme? No, rispondeva il professore, piuttosto la costituzione di una “camera di compensazione”, sul modello della Clearing House proposta da Keynes a Bretton Woods.

In questo sta la forza del messaggio di Oncle Bernard, la volontà di salvare l’unione degli europei dall’Unione Europea, preservare i passi in avanti fatti dal Dopoguerra nella direzione di una pacifica convivenza di popoli e con ciò sbarrare la strada ai nazionalismi che già si affacciano sugli scenari politici di vari stati. Al di là dei pareri e dei suggerimenti, è significativo l’approccio alla questione dell’Euro, trattata con apertura mentale e scevra di ogni dogmatismo.

Da tempo il dibattito si tiene tra le due fazioni contrapposte degli europeisti e dei cosiddetti euroscettici, questi ultimi contrari ad ogni forma di unione sovranazionale ed i primi favorevoli tout court. Si potrebbe parlare (e c’è chi l’ha già fatto) dell’Euro come oggetto Kitsch (per le facili battute basta dare un’occhiata al terribile monumento davanti alla sede della Bce) nel senso kunderiano del termine, ovvero la sistematica rimozione della merda dalla realtà, l’eliminazione di qualsiasi aspetto inaccettabile dell’esistenza.

L’Euro come necessario stadio finale di un processo storico che ha portato al trionfo del bene, irreversibile e immutabile, quasi un fenomeno fisico che presto verrà studiato nelle facoltà di scienze naturali invece che in quelle di economia in qualità di costruzione umana. È perlomeno curioso notare, infatti, come anche le forze che si definiscono “progressiste” antepongano l’esistenza dell’unione valutaria (e più in generale dell’UE) ad un’analisi critica degli effetti sociali e civili di questa.

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C’è un altro aspetto che mi ha colpito quando ho letto alcuni degli ultimi scritti di Bernard Maris, su un piano più prettamente politico in questo caso. Su Charlie Hebdo gli articoli a firma “Oncle Bernard” mettevano spesso alla berlina i padroni del destino dell’Europa, i governanti dei singoli stati ed i burocrati di Bruxelles, rilevandone le debolezze, sottolineando gli straordinari errori commessi, in nome di una libertà di critica totale e senza sconti per nessuno. Analogo discorso si potrebbe fare per i suoi colleghi della redazione. Ora si provi a ripensare alla manifestazione di Parigi di qualche giorno successiva all’attentato, la sfilata di potenti in prima fila a difendere la libertà di un giornalista di giudicare i gesti, le parole ed anche la religione altrui.

Ecco, io credo che Maris e con lui il direttore Charb, Wolinski e tutte le altre vittime si sarebbero irritati per quella celebrazione. Sarebbero inorriditi alla vista del corteo, di uno dei due cortei, ché quello di popolo, della reazione emotiva della cittadinanza avrebbe fatto loro piacere, ma all’altro, cioè alla sfilata di eminenti autorità avrebbero gridato tutto ciò che avrebbero ritenuto opportuno e che già avevano scritto negli articoli e rappresentato nelle vignette. Viene naturale chiedersi “dove abbiamo sbagliato”, quando abbiamo affidato il potere di decidere sulle nostre vite a persone che nemmeno più eleggiamo, tanto chi va più a votare?

Perché le file successive – non dico la seconda o la terza dove stanno i pesci piccoli, gli imboscati e i quaquaraquà – ma la quarta, la quinta e via fino all’ultima non si sono rivolte all’inclito collegio per dire: “eccoci, noi crediamo di poter vivere in pace in Europa, siamo tutti insieme qui, bianchi, neri, gialli, rossi e a pallini; cosa avete da offrirci? Perché piangete ora dopo aver lasciato marcire le periferie da cui vengono quei disgraziati che hanno commesso questo scempio? Non provate vergogna a vedere migliaia e migliaia di disoccupati alle vostre spalle e non tendere loro la mano?” Niente di questo; al massimo, rientrati a casa o spenta la tv col collegamento da Parigi, abbiamo scritto un pensiero sul social network di turno e poi siamo tornati a riflettere su quale sia la destinazione dell’estate, se Zante, Gallipoli o ancora una volta sia tornata in voga Ibiza.

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Non ho nostalgia per anni che non ho vissuto e non nutro alcun tipo di odio per gli indifferenti. Non mi sfugge l’importanza del disimpegno, direi il valore del disimpegno. Del resto schierarsi, come lavorare, stanca. Ma poi chi ce lo fa fare, se rossi e neri sono tutti uguali, manco fossimo in un film di Alberto Sordi. Così facendo però ci condanniamo alla dittatura della maggioranza che non si esprime, che demanda ad altri, viviamo in una situazione costantemente grave ma mai seria abbastanza da prendere decisioni.

E dire che basterebbe così poco, se è vero che il potente non ha alcuna forza se non quella che gli viene riconosciuta dai sottoposti. È un po’ il discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie, ma qui si scade nel filosofico e non si sentiva alcun bisogno di ulteriori occasioni di tedio, oltre al rischio di ricevere meritati improperi da un già stremato lettore. L’ho già tirata troppo per le lunghe, meglio chiuderla qui; faccio un salto su Facebook e poi sarà meglio prenotare il volo per Ibiza, non sia mai che siano finiti i posti.

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