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L’EMERGENZA ABITATIVA A MILANO

Trascorso un inverno dai clamorosi sgomberi del novembre 2014, abbiamo visitato i quartieri del Giambellino e della Barona per tastare le condizioni attuali della periferia meneghina. Cause e conseguenze del fallimento delle politiche di edilizia popolare in città.

Di Jacopo Epifani

abitazioneMilano da qualche anno affronta la questione di una grave emergenza abitativa. La definizione prescinde da qualsiasi impulso di scandalismo giornalistico approssimativo: “emergenza” è il termine adoperato dal Comune per descrivere lo stato attuale delle cose e rispecchia fedelmente il dato numerico della Prefettura di Milano che, al 18 novembre 2014, registrava complessivamente 89.949 alloggi di edilizia residenziale pubblica in città, di cui 4.016 occupati abusivamente e 9.754 vuoti, perché inabitabili (definizione che pecca di precisione tecnica: è considerata “inabitabile” tanto un’abitazione effettivamente pericolante quanto una semplicemente sprovvista di allacciature e pavimentazione). Poiché, mediamente, le residenze popolari hanno una capienza di 2,5 posti-letto l’una, ci sono circa 25.000 persone in aspettativa per l’attribuzione di un tetto.

Le procedure di assegnazione, però, sono lentissime -ne vengono effettuate meno di milletrecento all’anno- quando non ferme e l’aspettativa si trasforma prima in speranza poi in rassegnazione: piuttosto che di 25.000 persone in attesa sarebbe opportuno parlare di 25.000 persone senza un tetto, o almeno senza il tetto che la Pubblica Amministrazione dovrebbe procurargli. È come se esistesse un’intera cittadina italiana di dimensioni medie, da 32-33000 unità, in cui la maggior parte degli appartamenti fosse inabitabile. I restanti risulterebbero invece agibili ma per fruirne sarebbe necessaria un’assegnazione cui nessuno provvederà in un lasso di tempo ragionevole. Come potranno mai arrangiarsi i residenti?

La cittadina fantasma composta di case vuote si snoda, in realtà, tra gli storici quartieri milanesi del Giambellino, della Barona, di Gratosoglio e di San Siro. I suoi residenti sono nostri concittadini, esattamente il 2,4% della popolazione complessiva, 1.322.000 abitanti. Facendo un paragone, più della metà degli studenti fuori sede in città.

Chi gestisce il patrimonio immobiliare della Città di Milano. La sezione milanese dell’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale –ALER-, ente pubblico economico della Regione Lombardia, possiede 61.134 degli 89.949 alloggi popolari presenti sul suolo urbano. Gli altri appartengono invece al Comune di Milano ma, fino a settembre dell’anno scorso, erano affidati in gestione all’ALER.

Sulla scorta delle esortazioni provenienti dalla maggioranza che appoggia il sindaco Pisapia, nel settembre 2014 il Comune ha avocato a sé la gestione degli edifici di sua proprietà, sottraendola all’ALER, accusata di disinteressamento e cattiva gestione delle risorse disponibili, e l’ha affidata a Metropolitana Milanese, società partecipata dal municipio. Stanti gli auspici del Comune, la nuova gestione dovrebbe provvedere in tempi brevi al ripristino delle condizioni di abitabilità del maggior numero di edifici possibile e sbrigare le procedure di assegnazione.

ALER e Comune presentano una considerevole disparità di vedute circa la gestione del patrimonio immobiliare cittadino che episodicamente sfocia in scontro e accuse reciproche. Ultimamente, ad esempio, ALER sembra preferire l’indizione di aste, puntualmente disertate dai potenziali acquirenti, per la vendita degli alloggi da riqualificare. Come recita il testo della Delibera n.27 del 19 febbraio 2015, il Consiglio Comunale non concorda, anzi esprime “il proprio disappunto nei confronti della ripresa, avallata dalla Regione Lombardia, dei piani vendite del patrimonio edilizio pubblico portati avanti senza tutele per chi non può acquistare […] che paiono orientati a ripianare i disavanzi di bilancio (e quindi a pagare dipendenti e fornitori)”. Propone, invece, “che la questione –dei buchi di bilancio- sia affrontata attraverso una contribuzione pubblica diretta a valere sul bilancio regionale”.

Quella delle perdite in bilancio dell’ALER Milano è questione annosa. Puntualmente, il distaccamento cittadino dell’ente regionale si presenta in Consiglio Comunale per chiedere lo sblocco di fondi, stimabili in varie decine di milioni di euro, volti a risanare i disavanzi. Le proteste della maggioranza consigliare riguardo la destinazione dei fondi ricevuti dal Comune non paiono poi così infondate: l’esame dell’ultimo consuntivo disponibile, datato 2013, testimonia come ALER spenda circa 23 milioni di euro l’anno in compensi a dirigenti e quadri, il 30% del monte stipendi complessivo (da redistribuire, quest’ultimo, tra tutti gli altri 1.591 dipendenti). Secondo alcuni osservatori, inoltre, sin da tempi non troppo recenti ALER avrebbe adottato una politica da immobiliarista puro, sempre più orientata verso l’acquisto di terreni e la costruzione di nuovi edifici, nonostante la rovina delle costruzioni già di proprietà.

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Politica che probabilmente si sposa poco con la funzione di assistenza sociale cui dovrebbe essere votato un ente pubblico economico per l’edilizia popolare. L’abbandono degli stabili in gestione ha provocato una situazione quasi insanabile di morosità dei locatari e lo stralcio annuale di volumi sempre crescenti di crediti. Gli inquilini, quando hanno visto cedere infissi, pareti e, non raramente, i balconi hanno dovuto decidere come impiegare le scarse entrate mensili di cui può disporre l’assegnatario di una casa popolare: se per pagare il canone d’affitto oppure per rimunerare, di persona, carpentieri, idraulici ed elettricisti. Comprenderete le ragioni di coloro i quali hanno propeso per la seconda soluzione.

In aggiunta, esiste un perspicace vincolo di approvvigionamento per la manutenzione: sono impiegabili in opere di ristrutturazione degli edifici soltanto i soldi provenienti dagli affitti. Che non arrivano.

Balcone crollato in via Lorenteggio 181. Immagini tratte da Corriere.tv.
Balcone crollato in via Lorenteggio 181. Immagini tratte da Corriere.tv.

Gli sgomberi. Seppur per finalità diverse, ALER e Metropolitana Milanese condividono il proposito di procedere allo sgombero delle case occupate. La prima per consegnarle vuote ai futuri acquirenti, la seconda per disporre integralmente del patrimonio immobiliare da riqualificare. Differenti, come testimoniano i comitati di quartiere, anche le modalità di esecuzione: ALER opera generalmente durante le ore diurne, Metropolitana Milanese agisce in sordina, nottetempo, avvalendosi delle incursioni mirate della forza pubblica (spesso con modalità particolarmente aggressive, quale l’irruzione dalle finestre).

Che lo sgombero porti la firma dell’uno o dell’altro, gli agenti ricevono l’ordine di rompere tutto quanto si possa spaccare: infissi, sanitari ed elettrodomestici acquistati e installati dall’occupante. Così facendo, si dovrebbe prevenire l’eventualità di una nuova occupazione, o quantomeno complicarla. L’abitazione però, al pari di tante altre migliaia di alloggi, rimane ostaggio delle procedure di assegnazione e dell’abbandono; prima o poi, per necessità, qualcuno ci ritorna e, al più, dovrà ricostruire quanto è andato distrutto.

Sanitari, infissi e pareti sfondati dalle forze dell’ordine durante uno sgombero in via Odazio. Immagini offerte dal Comitato degli Abitanti di Giambellino-Lorenteggio.
Sanitari, infissi e pareti sfondati dalle forze dell’ordine durante uno sgombero in via Odazio. Immagini offerte dal Comitato degli Abitanti di Giambellino-Lorenteggio.

Col suffragio dei numeri, la politica degli sgomberi presta il fianco a parecchie obiezioni. Ne è dubbia l’utilità perché quelli occupati costituiscono soltanto un terzo del totale degli appartamenti non assegnati. Si tratta di operazioni esose –ogni sgombero costa in media 5000 euro di danaro pubblico– e di poca efficacia, come comprovato dal dato del fallimento di sette sgomberi su dieci per carenza di strutture di accoglienza.

Se si volesse risolvere il fenomeno delle occupazioni abusive unicamente attraverso il ricorso allo sgombero servirebbero più di 25 milioni di euro solo per svuotare tutte le case, col problema di alloggiare 6-7 mila persone prima che il bisogno di un tetto li induca a occupare nuovamente.

Cionondimeno, la Regione Lombardia perora risolutamente la causa degli sgomberi. Il 21 novembre 2014 il Presidente Roberto Maroni ha salutato l’approvazione del Piano operativo contro l’abusivismo, operazione che contemplava duecento sgomberi, dichiarando che “il tema delle occupazioni va risolto perché l’abusivismo non si può tollerare”. Nell’ottica del medesimo programma di ripristino della legalità nelle periferie milanesi, la Regione ha avallato un progetto sperimentale del costo di 250.000 euro che prevedeva l’immediata assegnazione degli appartamenti sgomberati ai soggetti in graduatoria –vox clamantis in deserto-, lo stacco degli allacciamenti agli abusivi e l’estromissione degli occupanti dalle graduatorie per cinque anni.

Dal varo del progetto ad oggi sono stati realizzati 188 sgomberi. Secondo l’assessore regionale alla Sicurezza, Protezione civile e Immigrazione, Simona Bordonali, “questo significa che il Piano funziona bene ed è segno della determinazione nel voler ripristinare la legalità e il rispetto delle regole. Non si può infatti pensare di lasciare le abitazioni pubbliche a persone che non ne hanno diritto. Esistono delle graduatorie e queste vanno rispettate, come succede in uno Stato di diritto.”

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Che la salvaguardia della legalità rappresenti una delle priorità di uno Stato di diritto è un assunto basilare. C’è da chiedersi, tuttavia, se lo strumento dello sgombero sia l’unica alternativa esperibile. È infatti possibile, che l’occupante corrisponda ad ALER un’indennità di occupazione, pari alla tariffa di locazione di settima fascia, la più alta. In contropartita, però, non ottiene niente: “Nonostante abbia pagato il canone da occupante, continuavo a ricevere bollettini di morosità a cifre astronomiche che mi imponevano pagamenti immediati e non rateizzati alla cui scadenza sarebbe giunto lo sfratto. L’ indennizzo è un espediente per racimolare soldi senza compromettere la possibilità di cacciare gli inquilini” lamenta un abusivo

Ai meno cinici può interessare conoscere il destino delle famiglie sgomberate: la scelta è tra la comunità, che comporta la scissione del nucleo famigliare, e la strada.

Gli occupanti e i comitati di quartiere. Negli ultimi mesi, in tutti i quartieri protagonisti dell’emergenza abitativa milanese è sorto un comitato autonomo degli abitanti. Sono spontanee formazioni sociali di solidarietà popolare che raccolgono la parte onesta, e maggioritaria, degli occupanti. Pare doveroso ricordare che sfoggiano tutte bandiera antirazzista, se si pensa ai recenti fatti di Tor Sapienza. I comitati si dedicano prevalentemente alla gestione collettiva delle occupazioni in quartiere: aprono le case vuote, procurano infissi e sanitari agli inquilini e li aiutano nel montaggio, contrastano, spesso con successo, gli sgomberi.

Proprio il successo nel contrasto agli sgomberi dovrebbe fondare un elemento di riflessione. Paolo, del Comitato Abitanti Giambellino-Lorenteggio sostiene che “non riusciremmo a sventare gli sgomberi in pochi, se ci riusciamo è perché quando si sparge la voce di uno sgombero affluiscono decine e centinaia di persone a supportarci. Noi del Comitato siamo gente per bene, sono venute delle signore anziane a segnalarci le case vuote e a chiederci di farle occupare a membri del Comitato, perché così sono sicure che il loro vicino sia una brava persona e che gli appartamenti del loro palazzo non finiscano in mano a malintenzionati.”

I comitati non sono frequentati solamente dagli “scappati di casa“, bensì da anziani, famiglie, studenti-lavoratori e disoccupati. “In Giambellino, non ci preoccupiamo soltanto delle occupazioni –continua Paolo- ma cerchiamo di procurarci tutti quei servizi che lo Stato si è dimenticato di fornire al nostro quartiere: abbiamo organizzato una scuola calcio, un doposcuola e un ambulatorio popolare.” 

Il doposcuola alla Base di solidarietà popolare in via Odazio, sede del Comitato Abitanti Giambellino-Lorenteggio. Immagini concesse dal Comitato.
Il doposcuola alla Base di solidarietà popolare in via Odazio, sede del Comitato Abitanti Giambellino-Lorenteggio. Immagini concesse dal Comitato.

Lo spettro del racket. Gli agenti che sgomberano non rappresentano l’unica minaccia da cui devono guardarsi i comitati. Verso la fine dell’anno scorso, la Commissione parlamentare antimafia ha ammonito il Prefetto di Milano circa il pericolo incombente che le condizioni di degrado in cui versa la periferia urbana possano alimentare i circuiti delle infiltrazioni mafiose.

Un’inchiesta del giornalista Davide Milosa ha focalizzato ulteriormente l’attenzione sulla probabilità che le dinamiche di occupazione degli appartamenti finiscano sotto il controllo del racket malavitoso. In soldoni, la preoccupazione è che l’abbandono e la mancata assegnazione di interi stabili suggeriscano a cosche italiane ed estere di chiedere il pizzo per permettere ai bisognosi di occupare.

Paolo, però, avverte: “Ogni quartiere ha una storia a sé e questo è importante. Ci sono quartieri più “nuovi”, di più recente conformazione, in cui –ma su questo non sono abbastanza informato- le preoccupazioni riguardo il racket potrebbero essere fondate. Il Giambellino però è un quartiere storico della città, qui ci conosciamo praticamente tutti da una vita e siamo una comunità coesa. Come Comitato, abbiamo avuto notizia di qualche speculatore occasionale che, conoscendo la situazione del quartiere, è andato da chi aveva bisogno e gli ha proposto di occupare una casa dietro pagamento. I casi più gravi sono di gruppi che occupavano tutto un pianerottolo e poi minacciavano chi occupasse un appartamento adiacente che se non avesse pagato l’avrebbero cacciato. Comunque, sono fenomeni sporadici: è bastato che intervenisse il Comitato e questi cretini si sono dileguati. Almeno in Giambellino, non si può parlare di un racket su vasta scala.”

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Il paradosso della Barona. Paolo fa bene a precisare come ogni quartiere presenti le sue peculiarità. Mentre in Giambellino il fenomeno delle occupazioni genera -principalmente ma non del tutto- dalla presenza in quartiere di decine di condomìni abbandonati, in Barona le ragioni sono diverse. Spiega Luca, del Comitato Autonomo del quartiere: “La Barona, se vogliamo, può persino essere considerato un esempio di urbanistica popolare da imitare. Qui i servizi, a parte qualche deficit nell’assistenza sanitaria, non mancano: abbiamo il verde, palazzi abbastanza recenti e una bella biblioteca. Certo, anche nella nostra zona esistono gli appartamenti vuoti ma non sono più di due-tre per stabile. I problemi sono sorti a partire dal 2007 quando ALER, per ripianare i buchi di bilancio, ha dato il là a un programma di vendita delle case in cui abitavamo e di cui eravamo regolarmente assegnatari. Con la Legge Regionale 4 dicembre 2009 n.27, hanno posto gli inquilini di fronte ad una decisione secca: comprarsi la casa oppure accettare il trasferimento in un altro appartamento di proprietà dell’ente, in un’altra zona della città. I prezzi non erano eccessivi –circa 1000 euro/mq- ma bisogna sempre ricordarsi delle condizioni economiche in cui versiamo noi beneficiari di una casa popolare. Immagina una famiglia abbastanza numerosa, cui quindi era stata affidata una casa di almeno 80 mq, alla quale da un giorno all’altro viene chiesto di sborsare 80.000 euro. Quasi nessuno in quartiere poteva pagare quindi non avremmo avuto altra opzione se non quella di accettare il trasferimento. Ma qui parliamo del trasferimento di migliaia di persone, se pensi che il progetto di vendita interessava 10.000 case in tutta la città di cui 3.000 soltanto in Barona: un intero quartiere praticamente deportato. Naturalmente, non abbiamo accettato e di lì è nata una situazione di irregolarità. Con il “Piano di risanamento” del novembre 2014 ALER ha rinnovato i propositi di vendita e sgombero: da allora sono nati il Comitato e la volontà di fare blocco.”

È fuor di dubbio che una situazione globale tanto complessa necessiti urgentemente di una soluzione. Ciò che la Pubblica Amministrazione trascura –sebbene nel 2007 la Suprema Corte di Cassazione abbia puntualizzato l’innocenza penale di chi si impossessi di un’abitazione in stato di necessità- è l’importanza di applicare un distinguo tra i vigliacchi che rubano gli appartamenti ai pensionati in ricovero ospedaliero o quanti adibiscono le dimore vuote a covo di spaccio o deposito d’armi e gli occupanti di case sfitte ovverosia coloro che, avendo diritto all’assegnazione, occupano esausti per l’attesa.

D’altronde, è ciò che chiedono i comitati. Chiosa Luca: “Noi non reclamiamo una sanatoria generale che regolarizzi tutti gli occupanti, buoni e cattivi, perché siamo i primi ad avere un interesse a che i malavitosi vengano espulsi dai nostri quartieri. Noi chiediamo una sanatoria mirata –come è stata fatta con successo negli anni Novanta- attraverso la quale si offra un contratto regolare a quegli occupanti che rientrano nelle graduatorie statali ma non si vedono assegnata la casa da anni. E che magari prenda in considerazione anche gli altri che comunque rispettano i requisiti di assegnazione. Rimarrebbero sempre 10.000 alloggi vuoti a disposizione di ALER e Metropolitana Milanese.”

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