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Off Campus

Uber, tra noi è finita

hs2ddjNon dimenticherò mai la nostra prima volta.

Né il perché sia stata anche l’ultima.

Di Federica Colli Vignarelli

Milano. Un tranquillo giovedì sera di aprile. Vengo invitata  al palazzo Brian&Berry di Via Durini: presentazione della nuova Ducati Scrambler. Moto, accessori, atmosfera vintage, brani alternative-rock anni ‘90, open bar, hamburger e risotti a profusione. Per alcuni la descrizione del paradiso. E in parte anche per me. Fino alle 22, quando il locale inizia a svuotarsi, la birra a finire, i gadget a esaurirsi e i Depeche Mode a sfumare in sottofondo. Io e lo sfortunato accompagnatore (non specificherò se l’aggettivo sia legato alla serie di eventi successivi o al fatto di accompagnare me) ci dirigiamo all’esterno. Salutiamo modelle mancate e fantastici amici diversamente etero e, dovendo raggiungere l’auto parcheggiata in Ripamonti, ci apprestiamo a prenotare un’UberPOP.

Perché?

Doveroso passo indietro.

Io, presa da poderoso slancio tecnologico e avanguardista, scarico Uber qualcosa come due giorni prima. Creo l’account, inserisco i dati della carta e con qualche sormontabile difficoltà inizio a capirne il funzionamento. Mi sembra eccezionale: prenoti un’auto dall’applicazione che ti localizza in automatico, ti viene affidato un autista con relativa foto rassicurante da buon padre di famiglia, visualizzi la graziosa macchinina spostarsi mentre ti sta raggiungendo e in massimo dieci minuti il tuo chauffeur è pronto a prelevarti. Mi piaceva soprattutto la parte in cui visualizzi la macchinina. Alla luce di tutto ciò, non vedevo nessun motivo per non usufruirne. Non ancora.

Saverio ci viene a prendere con la sua Audi A3, mi chiede di sedermi davanti e iniziamo a chiacchierare. Mi chiede di seder..? Bah, non c’è problema. Incuriosita gli chiedo di illuminarmi sul servizio e lui mi spiega di come il funzionamento sia totalmente affidato al libero arbitrio degli autisti: hai la giornata libera? Prendi tutte le prenotazioni che vuoi. Hai saturno contro e la gente ti procura reflussi gastrici? Ti metti offline e ti crogioli nell’alienazione. Da brava economista penso subito che sia una gran bella idea per aggiungere un’entrata al bilancio mensile, ma subito dopo abbandono il progetto pensando che solo un pazzo si farebbe dare un passaggio in auto a Milano da una donna. Siamo circa a metà strada, stiamo discutendo di come secondo noi i venditori di rose in realtà le rubino dai cimiteri quando Saverio improvvisamente si incupisce, si lascia sfuggire un’imprecazione a mezza bocca e inizia a rallentare fino ad accostarsi al marciapiede. Io, con i tacchi che mi avevano da tempo bloccato l’afflusso di sangue al cervello, ci metto un po’ a realizzare. L’autista fa appena in tempo a bisbigliarci un “mi raccomando, niente Uber, mi conoscete da tempo” prima che quattro poliziotti in borghese accerchino la macchina e mostrino il distintivo intimandoci di scendere.

“Polizia locale”.

Sì, questo l’avevo intuito dalla sirena e in parte anche dalla paletta.

“Scendete dalla macchina. E i vostri documenti, prego”.

Il sangue avrà anche ricominciato a fluire gioioso nel mio corpo ma io ho comunque difficoltà a realizzare ciò che sta accadendo. Ciò che intuisco subito è che la richiesta di Saverio di sedermi dal lato passeggero non era casuale, né tantomeno dettata dalla piacevolezza della mia vicinanza. Il piglio delle forze dell’ordine, all’inizio inspiegabilmente aggressivo e soprattutto sproporzionato rispetto all’entità della situazione (qualunque essa fosse) mi fa sentire una pericolosa delinquente ancor prima che inizi a pensare a cosa possa aver fatto. Mentre scorre nella mia mente l’immagine delle due tartarughe ninja rubate all’asilo, di qualche semaforo giallo preso troppo tardi, di un paio di recensioni facilmente scambiabili per diffamazioni e di quanto sia labile il confine tra “amore” e “atto osceno in luogo pubblico”, una poliziotta che è senza dubbio l’anello di congiunzione tra Maria De Filippi e Susanna Camusso inizia a farmi domande a raffica. Nel frattempo, ma a qualche metro di distanza in modo che non potessimo sentire l’uno la versione dell’altra, il mio decisamente sventurato accompagnatore veniva interrogato da un altro poliziotto, che avrei di gran lunga preferito perché aveva un che di Robert Redford in Proposta Indecente. Le domande erano semplici ma dirette, le mie reazioni, bè, piuttosto stupide.

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“Il signore è vostro amico?”

“S…ì. Certo”

“Ah. E Come si chiama?”

La so, la so.

“Saverio”

“E di cognome?”

Merda.

“Ecco, non siamo poi così amici”

“Come l’ha contattato?”

Questa è facile.

“Con il cellulare”

“Ah, bene. Quindi ha il suo numero?”

Mi aveva chiamato per identificarmi fuori dal locale.

“Certo!”

“Quindi vi siete sentiti. Sul cellulare. Lei non ha usato Uber”

Merda.

“N… Io… Uber, eh?”

Mento? Non mento? Mentre ci penso è evidente come lo stia già facendo. I tacchi sono troppo alti, il vestito troppo stretto, fa troppo caldo e io voglio andare a casa. Stavo solo cercando di andare a casa. Com’è possibile che io non possa andare a casa? Perché diavolo ho chiamato Uber. Certe idee solo a me proprio. Lui, il mio accompagnatore, mi odia. È chiaro. Non può picchiare tutti quelli che si trovano nel suo raggio d’azione perché quattro di essi sono poliziotti, ma so che lo farebbe. Lo sta già facendo. Nella sua mente è in corso una rissa platonica. Non è possibile che io sia qui, con la polizia, bloccata. Già mi vedo nella foto segnaletica, con il medio alzato stile George Jung o con la pupilla dilatata e la tipica acne da cocaina stile Lindsay Lohan. Da domani mi compro un autista. Deciso. Accendo una sigaretta. Stavo cominciando a innervosirmi e inquietarmi. Non tanto per il fatto che sia quasi totalmente incapace di mentire, o perché non mi esaltasse il pensiero di farlo e spudoratamente e senza un barlume di credibilità davanti a quattro poliziotti, quanto perché ancora non avevo un’idea precisa di cosa sarebbe dipeso da quelle dichiarazioni.

La De Filippi-Camusso deve avermi letto nel pensiero, o perlomeno aver interpretato correttamente il mio sguardo da cerbiatto che saltella in una riserva di caccia, perché chiama a rapporto Robert Redford e con lui il mio ormai conclamato partner in crime. Il quale, peraltro, fortemente avverso a ogni forma di nuova tecnologia e totalmente all’oscuro dell’esistenza di Uber fino a mezz’ora prima, emanava nervosismo e blasfemia dallo sguardo, tutti meravigliosamente, romanticamente rivolti alla mia persona. A questo punto la tensione si spezza, i due agenti ammorbidiscono i toni e ci rassicurano sul fatto che per noi non ci sarebbe stata alcuna conseguenza: non una multa, nessuna sanzione e nessun tipo di richiamo amministrativo.

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“Vogliamo solo che ci aiutiate a trovarli”.

La domanda sorge spontanea: se noi non rischiamo nulla, e l’attività è quindi lecita, perché siete in modalità Beep Beep e Wile E. Coyote?

Colpiti dal nostro interessamento iniziano a illuminarci. Voi non rischiate nulla perché l’applicazione è liberamente scaricabile sul mercato, gratuitamente e in modo del tutto lecito. Uber non è sanzionabile perché –sapete, sono dei geni– si presenta come attività di intermediazione, che mette in contatto chi necessita di un servizio con chi lo eroga [non per niente è sostenuta da soggetti del calibro di  Google e Goldman Sachs, ndr]. Se lei leggesse un contratto di quelli che Uber stipula con i propri autisti si accorgerebbe che si tratta di un continuo esonero da responsabilità, che, come diretta conseguenza, è tutta in capo a loro. Indica con un cenno il povero Saverio, messo non solo metaforicamente spalle al muro da un’agente decisamente meno morbida dei nostri due nuovi amici.

“Responsabilità di cosa, di preciso?” chiediamo.

“Ci sono diversi elementi non ammissibili. Innanzitutto, soprattutto per quanto riguarda la categoria UberPOP, quella più economica e più utilizzata dai giovani, è tutto in nero. Gli autisti non hanno partita IVA, non fatturano, non dichiarano. Da questo punto di vista sono evasori a tutti gli effetti. In secondo luogo, è una questione di sicurezza: vi fate portare in giro da persone che non sono autisti professionisti. È come se lei si mettesse a dare passaggi a pagamento con la sua macchina. Semplicemente non può. Le serve innanzitutto una licenza, come quella del taxi [acquistabile alla modica cifra di 180/200mila euro, ndr] o del noleggio con conducente. E in più un’automobile immatricolata come veicolo commerciale anziché privato, perché come tale non potrebbe produrre reddito. Si immagini poi cosa succederebbe tra lei, il cliente e le assicurazioni in caso di incidente”.

Le idee iniziano a farsi chiare. E una poliziotta dai capelli a spazzola ad avvicinarsi, con un simpatico verbale a mio nome in cui dichiaro quale sia stato lo svolgimento dei fatti. Lo leggo, lo firmo. Fortunatamente non si fa nessun accenno al mio imbarazzante tentativo di falsa testimonianza: “Siamo abituati, all’inizio tentano tutti molto carinamente di proteggere l’autista… Cosa che in realtà vogliamo fare anche noi”.

A proposito, che ne sarà di Saverio?

Saverio rischia, dipendentemente da se e quanto sceglie di collaborare, il ritiro della patente da 4 a 12 mesi e il sequestro della vettura. Ritiro della patente. E della vettura. Della sua vettura. Di quella che usa per accompagnare i bambini a scuola, per portare a casa le borse della spesa, per andare al lavoro, quello vero. Starà collaborando, ho pensato. E invece no. Stava adottando in pieno la filosofia del “negare, negare sempre”, solo che a quel punto era credibile come Bill Clinton che dice che lo sperma sulla gonna di Monica Lewinsky non è suo. Il confine tra furbo e ridicolo si fa sempre più labile, ma del resto Saverio era fin dall’inizio perfettamente consapevole dei rischi cui sarebbe andato incontro.

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“Non vi preoccupate per lui, ci sono centinaia di cause nei confronti di Uber, sono protetti da uno dei maggiori studi legali di Milano. Ed è incredibile come non dicano la verità sulla loro occupazione neanche quando si tratta di difendere i loro interessi. Non molto tempo fa un autista Uber è stato preso a botte da un tassista. Noi siamo intervenuti, ovviamente a difesa del primo, ma per proteggerlo ci servivano prove e testimonianze. Tutti i suoi colleghi hanno negato di esserlo”.

Wow. Un altruismo tra driver che neanche in GTA San Andreas.

E what about me?

“Molto probabilmente verrà bannata dall’applicazione”.

“Certo, del resto sicuram.. No un attimo. Può ripetere?”

“Sì. Se si era veramente appena iscritta come mi ha detto -bè, innanzitutto è un po’ sfortunata”

“Ah lei dice”

Ride.

Beato lui.

“Dicevamo, se davvero si è iscritta da poco, e questa era la sua prima corsa, e Uber vede che è stata subito fermata dalla polizia… Bè, penseranno che sia un nostro gancio. E la bloccheranno”.

Molto bene. In una sera sono passata da stagista a finta motociclista a potenziale criminale ad agente sotto copertura.

“L’hanno fatto anche con noi: inizialmente ci siamo iscritti per poter individuare le vetture, che come sa sono ben localizzabili sulla mappa. Poi hanno iniziato a bloccarci. E se vuoi riscaricare l’applicazione devi cambiare sia telefono, che SIM, che indirizzo mail”.

Diciamo che magari anche no.

Per la prima volta dall’infelice interruzione del nostro viaggio mi guardo in giro, osservo la zona circostante e sconosciuta che per quell’ora e mezza di tragicomico colloquio aveva cessato di esistere. Molte macchine, qualche scooter, due o tre pedoni semisbronzi che ci passano di fianco concedendoci un’occhiata sfuggente, noncuranti del contrasto non solo cromatico tra il nero dell’Audi A3 e il bianco lucido della BMW, con la sirena blu che campeggia sul lato esterno del finestrino.

“Ragazzi, per noi ovviamente potete andare. Riuscite a raggiungere la vostra macchina?”

“L’indecisione è forte ma penso chiameremo un taxi” rispondo sorridendo.

Volto le spalle e il luccichio dorato del vestito agli agenti, la cui serata, a giudicare dalle convulsioni di Saverio, si prospettava ancora piuttosto lunga. Quasi quanto la mia, che non sapevo ancora bene come interpretare – rovinata? sprecata? da dimenticare? – quando, senza farlo apposta, la risposta mi arriva da una voce vellutata tradita solo velatamente dal nervosismo per il tempo bruciato.

“Una cosa è certa.. Con te è molto difficile annoiarsi”.

Tassista, più veloce che può.

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