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Andreas Lubitz, Anders Breivik, Eric Auvinen: lo spettro dei mass murderer sull’Europa

Prof.sa Eleonora Montani

La professoressa Eleonora Montani, titolare della cattedra di criminologia presso la nostra Università, illustra cause e fenomenologia dell’ omicidio di massa nel Vecchio Continente.

di Jacopo Epifani

mass murderer Jacopo Epifani

Alle ore 10.31 del 24 marzo 2015 un Airbus 320-200 della compagnia aerea tedesca Germanwings, partito dall’aeroporto di Barcellona in direzione Düsseldorf , sorvola le Alpi dell’Alta Provenza a 37.600 piedi d’altezza. D’un tratto, i radar percepiscono che il velivolo stia perdendo repentinamente quota, parrebbe quasi in picchiata. Il copilota Andreas Lubitz, 28 anni e 630 ore di volo, lasciato solo in cabina di pilotaggio dal comandante Patrick Sondenheimer, ha rivolto la cloche di comando verso il basso e conduce deliberatamente l’aeromobile allo schianto contro le montagne francesi, in località Prads-Haute-Bléone. Alle ore 10:47, l’impatto provoca la morte di tutti i 144 passeggeri e dei 6 membri dell’equipaggio a bordo.

La diffusione della notizia sconquassa le coscienze di milioni di cittadini europei i quali apprendono come, quando siedono su un volo di linea, esista la possibilità, benché remota, che i comandi siano affidati a un assassino di massa.

Il 22 luglio 2011, alle ore 15.25 un’autobomba deflagra nel quartiere di Regjeringskvartalet, nel centro di Oslo, di fronte al palazzo governativo che ospita il primo ministro norvegese. Otto decessi e 209 feriti. Quando i soccorsi giungono in loco, l’attentatore, Anders Behring Breivik è già in rotta sulle acque del Tyrifjorden, a bordo di una piccola imbarcazione presa a noleggio. Destinazione: l’isola di Utøya che in quei giorni ospita centinaia di ragazzi per il tradizionale raduno estivo organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista norvegese. Breivik, travestito da poliziotto e armato fino ai denti, attracca sull’isolotto e apre il fuoco. Muoiono, trafitte dai proiettili, 69 persone; altrettanti i feriti.

Poco meno di quattro anni prima, nella tarda mattinata del 7 novembre 2007, la penisola scandinava aveva vissuto un trauma analogo. A Tuusula, cittadina costiera della provincia finlandese, Pekka-Eric Auvinen, diciotto anni, irrompe nella scuola di Jokela di cui era alunno, brandendo una pistola calibro 22.Ucciderà otto persone -tra studenti, insegnanti e collaboratori scolastici- prima di togliersi la vita.

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E ancora: l’eccidio del Parlamento cantonale di Zugo, compiuto da Friedrich Leibacher nella mattina del 27 settembre 2001; il massacro della scuola di Winnenden, 11 marzo 2009, a opera di Tim Kretschmer; l’attentato esplosivo in prossimità dell’Istituto Professionale Morvillo-Falcone a Brindisi e la sparatoria al Tribunale di Milano, in Italia di recente.

Non c’è più d’aver paura di notte, del buio, del maniaco omicida. O almeno non basta: stragi di proporzioni catastrofiche possono consumarsi in pieno giorno, in posti e per mano di persone apparentemente insospettabili. Cosa succede all’Europa da vent’anni a questa parte?

La generazione che ci ha preceduto ha scoperto i mass murder tramite i collegamenti in mondovisione con gli Stati Uniti. Gli school massacre, la prima strage nel complesso militare di Fort Knox turbavano anche l’opinione pubblica continentale ma erano lontani, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Noi potremmo ritrovarci direttamente coinvolti in episodi simili.

Cosa sono, allora, gli omicidi di massa? Quali le radici del fenomeno? Perché si distingue tra mass murderer e spree killer? Ce lo spiega la professoressa Montani: “In criminologia, l’assassino di massa viene definito, secondo gli standard della Federal Bureau of Investigation, come un soggetto che uccide quattro o più persone con un’unica azione criminale, nello stesso luogo e nello stesso momento. Per l’ordinamento giuridico italiano, tale condotta integra la fattispecie di cui all’art. 422 codice penale: il delitto di strage. Per strage la Corte d’Appello di Lecce ha condannato all’ergastolo Giovanni Vantaggiato, il responsabile dell’esplosione della bomba che uccise Melissa Bassi, al quale è stata inoltre riconosciuta l’aggravante terroristica. L’omicida di massa si distingue, dunque, dallo spree killer. Quest’ultima è una classificazione che, personalmente, ritengo soltanto di colore: corre sul confine tra mass murderer e serial killer. Anche lo spree killer commette un omicidio plurimo ma, a differenza dell’ assassino di massa, il gesto è di natura compulsiva e si completa in luoghi e momenti separati. Qualcuno ha definito Anders Breivik uno spree killer, per le modalità di azione. Mi sento di smentire: nulla, infatti, suggerisce che abbia agito per istinto compulsivo.

Prof.sa Eleonora Montani
La professoressa Eleonora Montani

Spesso, erroneamente, stampa e commentatori qualificano il mass murderer come un soggetto depresso. Nella quasi totalità dei casi, non si tratta e non può trattarsi di soggetti depressi. Chi soffre di depressione supera raramente la soglia dell’autolesionismo, il gesto più estremo che possa compiere è un suicidio, in nessun caso coinvolgerebbe terzi se non involontariamente. L’omicida di massa, invece, infligge intenzionalmente del male a un numero di persone spesso molto elevato. Generalmente soffre di gravi psicopatie: principalmente disturbi paranoidi della personalità o schizofrenie. Sul retroterra di simili patologie, già aggravate dalla graduale disgregazione dei rapporti affettivi in atto nel nostro tempo, si innesta, poi, un sentimento di sconfitta sociale. In una società che insegue il successo professionale come unico veicolo di affermazione del proprio io, queste persone accusano un senso di inadeguatezza abnorme se non riescono a raggiungere i traguardi che si erano prefissati. È il caso di Lubitz, che dagli esiti di alcune perizie mediche, sostenute nei mesi precedenti lo schianto, sarebbe stato costretto ad abbandonare la propria mansione di pilota; di Breivik, figlio di un affermato diplomatico ma disoccupato da anni; di Giardiello e Vantaggiato, entrambi imprenditori sommersi dai debiti e sull’orlo del fallimento. Da qui nasce l’idea di compiere un gesto eclatante di riaffermazione del proprio io su quel sistema e quella società che li hanno esclusi e che hanno decretato il loro “fallimento”. Tale profilo criminogenetico si riflette sul versante della vittimologia: le vittime sono soggetti pressoché sempre casuali, che però alle volte possono personificare l’oggetto dell’ astio provato dall’assassino. Ciò emerge in modo esemplare nell’azione di Anders Breivik. Strenuo oppositore di una presunta invasione culturale islamica in atto in Europa, egli ha aggredito luoghi e soggetti appartenenti alle istituzioni e al partito politico che avallano politiche di immigrazione nel suo paese. Meno evidenti parrebbero le ragioni alla base del gesto di Andreas Lubitz: audacemente si potrebbe ipotizzare che abbia individuato nei suoi passeggeri la rappresentazione di quella società che ne ha rifiutato i servizi professionali, se non addirittura il lavoro per il quale non sarebbe più stato idoneo.”

Viene da chiedersi se, per professioni delicate dal cui esercizio dipende la vita di decine di persone, non sia possibile approntare un apparato preventivo adeguato: “Naturalmente, anche in presenza di una diagnosi di psicopatia, che magari necessita di ulteriori accertamenti, non è facile prevedere che il soggetto possa giungere al compimento di un gesto tanto esasperato quanto, fortunatamente, raro. È, tuttavia, da rilevare e stigmatizzare un trend particolarmente negativo riguardo le modalità con le quali vengono effettuati i controlli medici finalizzati al rilascio di certificati e autorizzazioni. Non voglio banalizzare ma a titolo esemplificativo la invito a pensare ai controlli cui si deve sottoporre l’automobilista per il rilascio o il rinnovo della patente. Gli chiederanno: “Assume sostanze?”, “Beve?” e naturalmente risponderà di no. Controllo superato. Queste procedure richiederebbero diagnosi molto più accurate e approfondite che alla lunga potrebbero incidere positivamente sulla riduzione degli omicidi stradali che avvengono sulle nostre strade.”

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