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Mani Pulite: cause e conseguenze della grande inchiesta.

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Mani puliteDi Cristina Antoniolli e Federica Torriero

Ventitré anni dopo lo scandalo che ha colpito Milano, quello della corruzione è un tema quanto mai attuale. La famigerata inchiesta del 1992, che ha visto protagonisti i più grandi nomi dell’allora classe politica e imprenditoriale, non ha smesso di destare interesse nelle menti della generazione che ha vissuto quell’epoca, ma anche in quelle di noi giovani studenti. I produttori e gli sceneggiatori di Sky lo hanno capito talmente bene, che vi hanno creato una serie televisiva di indubbio scalpore (e di non poche critiche), per l’appunto “1992”.

Noi redattori di Tra i Leoni abbiamo intervistato per voi, durante l’omonimo evento tenutosi il 20 Aprile scorso nell’ Aula Magna di Via Gobbi , alcuni dei protagonisti di quel periodo: Antonio Di Pietro (di cui potrete leggere l’intervista nel nostro prossimo numero), Goffredo Buccini (giornalista de “Il Corriere della Sera”) e Pietro Colaprico (giornalista de “La Repubblica”).

Poco prima di iniziare le interviste, gli organizzatori dell’evento, Lorenzo D’Angelo, Pasquale Chiofalo e Andrea Nushi, ci hanno raccontato da cosa è nata la loro idea e quali fossero i loro obiettivi.

“L’evento nasce dalla passione per l’attualità politica e dal grande interesse verso certe problematiche che sembrano non esaurirsi mai, ma che anzi continuano a riproporsi. Da qui l’idea di rivivere il caso Mani Pulite, un caso che non sta a cuore solo a noi ma a moltissimi altri italiani.

Abbiamo scelto questo periodo perché la congiunzione degli eventi di cronaca sembra confermare che quello che fu Tangentopoli, i suoi meccanismi e i suoi sistemi in realtà non vennero mai debellati definitivamente, ma anzi hanno resistono e tuttora si manifestano.

Non è stato difficile, perché evidentemente il tema è ancora molto sentito e sta a cuore a parecchi. La disponibilità e l’immediatezza degli ospiti sono state straordinarie.

Ci aspettiamo che questo evento rimanga nella memoria di chi lo ha vissuto e speriamo fermamente che tutti coloro che hanno un’ idea valida, la mettano in pratica, la realizzino, senza temere di non potercela fare. Con cuore e passione si può fare tutto.

In questo senso le nostre aspettative sono state pienamente soddisfatte.”

Da Mani Pulite a EXPO e Roma Capitale: come è cambiato il sistema della corruzione in Italia?

Buccini: Questo si è evoluto e si è diffuso. E’ diventato più capillare verso il basso e più sofisticato verso l’alto. Verso il basso mi viene in mente “Rimborsopoli”, questo orrido neologismo che racconta la corruzione nelle regioni, o meglio il peculato( cattivo uso delle risorse dello Stato). Si parla di 300 consiglieri regionali, 16 consigli regionali su 20, numeri impressionanti. E’ ormai un uso privato e privatistico della risorsa pubblica davvero inquietante.

Mi è capitato di intervistare diverse di queste persone e ciò che mi ha colpito è stata la mancata percezione che loro hanno del reato. Questi hanno l’idea che si tratti di un semplice benefit aziendale, non di denaro pubblico. Questa follia è diventato sentire comune, e ciò la dice lunga sul senso civico degli italiani. In alto, poi, la corruzione è diventata più sofisticata con il filone delle Grandi Opere. Giavazzi e Barbieri hanno raccontato in un bel libro come la legge venga costruita per far sì che poi si possa rubare senza infrangerla ,cioè è la legge stessa che viene corrotta.

L’esempio cardine è la diga di Venezia, il Mose. Le sue leggi speciali sono state un esempio straordinario di collaborazione dei partiti (per 25 anni), per costruire una cosa che era chiaramente criminogena, cioè la nascita di un concessionario unico che potesse gestire in assoluta indipendenza e autonomia tutti gli appalti e i subappalti, senza controlli. Questo ha generato un volano di tangenti in loco, e a Roma, impressionante. Un altro esempio a tal proposito è la “Legge Obiettivo” del 2001, attraverso la quale si permette che il general contractor si scelga anche il direttore dei lavori. Nel momento in cui tu puoi scegliere chi prendere, prendi l’amico degli amici, cioè colui che ti garantisce l’appalto. (Molti di questi argomenti sono trattati nel libro di recente pubblicazione dello stesso Buccini, n.d.r.).

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Colaprico: È cambiata nel senso che prima, chiunque partecipava alla corruzione o alla concussione, lo faceva partecipando all’interno di una casa madre, che possiamo chiamare partito. La decomposizione della prima Repubblica e dei partiti forti ha permesso a dei gruppi di potere di conquistare dei partiti o di avere della leadership all’interno dei partiti, che configurano i due schieramenti polo di centro destra e polo di centro sinistra. E quindi si sono sviluppati, invece di una casa madre, tanti clan (chiamiamoli pure così) legati assieme. In questo modo la corruzione non era più prendere del denaro da dare al partito, ma è diventata prendere del potere, e anche del denaro, da dare al proprio gruppo di rappresentanza. Tanto è vero che a EXPO io stesso ho visto da giornalista l’arresto di Frigerio, che era un democristiano, e di Greganti, che era un comunista, entrambi molto presenti all’interno della vita dei rispettivi partiti. Con Expo li ho trovati assieme a fare lo stesso tipo di accordo con la stessa azienda proprio perché loro due cercavano i soldi per i loro clan di riferimento. Quindi la mutazione genetica l’ho vista attraverso la trasformazione di queste due persone di tangentopoli. Adesso i favori, il potere, il pacchetto di voti, aiutare la propria cricca è diventato l’imperativo di queste persone.

Pensa che il giornalismo d’inchiesta sia più efficace del lavoro svolto effettivamente dai magistrati oppure rischi di inquinare o danneggiare le inchieste?

B: Io penso che in Italia il giornalismo di inchiesta praticamente non esista, che sia solo è una chimera, poiché non esistono editori puri. Si parla davvero di pochissimi casi e questi sono di scuola. Il problema è questo: il giornalismo va a ricasco dei verbali. Se il giornalismo funziona non c’è bisogno delle intercettazioni, perché il giornalista arriva a raccontare delle cose che tutti sanno. In Italia da un lato c’è un giornalismo raramente efficace, mediamente pigro e a ricasco, e dall’altro c’è una politica che continua a non volersi riformare, ad aspettare che la magistratura la prenda per un orecchio, persino con la pubblicazione delle intercettazioni. La storia di Lupi è esemplare in questo: nessun reato, ovviamente, ma è un caso di inopportunità clamoroso. Non è accettabile che tu mandi tuo figlio a lavorare da un signore che prende gli appalti al tuo ministero. Era giusto che si dimettesse. Ma questo sarebbe successo se non si fossero potute pubblicare le intercettazioni? Allora dove è il confine sulle intercettazioni? Questo sta ovviamente nel ruolo dell’intercettato. Se l’intercettato è un personaggio pubblico, è un politico, secondo me non ha diritto a nessuna privacy, perché i cittadini hanno il diritto di sapere tutto su di lui, anche i suoi comportamenti privati. Io ho il diritto di conoscere il tuo livello di coerenza tra quello che dici e quello che fai, anche nel privato.

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C: Il magistrato lavora per l’accertamento dei reati, si muove quindi in un certo ambito. Il giornalista deve partire sicuramente dal concetto di reato perché non può prescindere da esso ma nello stesso tempo il compito del giornalista è quello di descrivere un mondo, e di essere abbastanza onesto nella descrizione dei fatti. Anche se questo è sempre più complicato in Italia. A noi giornalisti interessa scoprire e descrivere i meccanismi che lo hanno portato ad essere condannato. Su EXPO devo dire che la stragrande maggioranza dei giornali milanesi ha cercato di raccontare bene le cose, ma di questo ne parleremo un’altra volta.

Il pubblico si trova due visioni completamente diverse dello stesso accadimento e probabilmente è sempre più difficile riuscire, per noi estranei ai meccanismi interni del potere politico a capire dove stia la verità, fino a che punto la notizia è oggettiva e dove invece è pura manipolazione, romanzo. Da giornalista qual è il consiglio che si sente di darci per riuscire in questa ricerca della verità nel marasma dell’informazione?

B: Mi viene comodo risponderti “segui il grande brand”, ma non è solo marketing quello che faccio. La funzione dei grandi giornali, infatti, è proprio quella di certificare la verità anche nella rete. E’ vero che ci sono anche dei blogger affidabilissimi, ma chi conosce la rete impara anche a distinguere il tasso di affidabilità di quello che legge. Certo, il pericolo è gigantesco, soprattutto per chi entra e non ha grande dimestichezza. La realtà è molto alterata, e si rischia davvero di prendere fischi per fiaschi. Il brand del grande giornale è una garanzia sicuramente.

C: Perché in questi anni il teatro si sta riempiendo dopo avere avuto anni di crisi? Perché questo moltiplicarsi dei media e della confusione in alcune persone più avvertite, più intelligenti, più colte ha creato il desiderio di vedere direttamente ciò che succede senza mediazione alcuna. Questo dibattito è sicuramente un’occasione per voi di avvicinarvi ad un’inchiesta che è stata descritta in modi, anche antitetici, e per capire da che parte può stare la realtà, a seconda che quello che io e gli altri racconteremo vi sembri credibile oppure no. Infatti oggi chi vuole sapere le cose deve cercare di approfondirle in maniera personale ed ecco perché alla fine i social dove ci si scambiano le idee se fatti in persone di buona fede producono informazione altrimenti producono informazione altrimenti degenerano in discussioni futili.

Quanto la stampa può indirizzare nelle grandi inchieste l’opinione pubblica, soprattutto a livello politico?

C: Dobbiamo dire che oggi il moltiplicarsi dei media, il fatto che esistano siti, blog, numerosi programmi di approfondimento in televisione hanno mutato un po’ lo scenario. Negli anni settanta c’erano state delle inchieste molto forti in Italia su “Capitale corrotta, Nazione infetta” (fatto dell’Espresso) ed è rimasto un titolo importante, come le inchieste di Bocca bellissime; oggi c’è una sorta di Governo pubblicitario e giornalistico dell’informazione. Ad esempio sul Bunga Bunga di Berlusconi io mi sono trovato a raccontare esattamente quello che succedeva e, per decisone mia e del direttore, a stare assolutamente nel racconto di fatti reali. Però se io prendo i miei resoconti e quelli dei giornalisti di Mediaset sono resoconti completamente opposti. Questo è il tema. Quale racconto ha vinto?

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È un tema molto delicato in questi anni perché una volta si diceva che la storia veniva scritta dai vincitori perché i vincitori hanno l’inchiostro, oggi la storia viene scritta anche dai perdenti se hanno l’inchiostro e se hanno la possibilità di avere la forza dei mezzi di comunicazione di massa. Questo per chi crede nella Verità, perché la verità secondo me è possibile e anche perché se uno non credesse che la verità sia possibile certi lavori non dovrebbe farli. Allora chi crede nella verità come obbiettivo da raggiungere si trova in difficoltà, perché quello che vede può venire stravolto da chi ha più potere.

L’opinione pubblica è manipolata dai pochi veri potenti, il giornalista sembra, il più delle volte, essere succube al pari del pubblico di questo sistema mediatico che non ricerca più la verità. Come uscire da questo circolo vizioso in cui il pubblico è potenzialmente colui che dovrebbe pretendere la realtà e che invece si accontenta della favola?

C: Esiste una gerarchia delle notizie che fa sì che i telegiornali aprano in una certa maniera e i giornali impostino le notizie in un determinato modo. Ognuno deve costruirsi la propria gerarchia così da discernere i giornalisti affidabili da quelli che non lo sono. Io e lui -indicando il suo collega Goffredo Buccini (n.d.r.)- rappresentiamo gli ultimi dinosauri della stagione in cui l’inviato poteva permettersi di dissentire col Direttore senza patire gravi conseguenze; ora si sta creando un sistema in cui il giovane che accede alla professione giornalistica si trova in un mondo complicato di un lungo praticantato e di un sacco di gente che vuole che lui scriva un determinato articolo e che pretende di stabilire anche il modo in cui l’articolo deve essere impostato.

Io ho tenuto un corso di giornalismo scritto, all’interno della classe c’erano persone proprio brave, di questi ragazzi solo uno è stato assunto. La libertà che avevamo noi è stata un po’ ristretta in questi ultimi anni. Siate strategici, così da raggiungere i vostri obiettivi facendo credere agli altri di fare solamente quello che loro vi chiedono.

Un’importante consiglio, che certo nasconde qualche nota amara: essere bravi ormai non è più sufficiente. Ricadendo in quello che sembra essere diventato uno slogan politico, bisogna essere anche furbi. L’importante è che la furbizia non serva ad occultare le lacune nella preparazione e nelle capacità individuali, o no?

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