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Off Campus

RECENSIONE “MIA MADRE”

mia madre

Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente

Che arriva a fingere che è dolore

Il dolore che davvero sente.”

Pessoa

Di Tommaso Santambrogio

“Mia madre” è un film intimista e sensibile, forte e semplice come solo le cose vere sanno essere. La sintesi che spesso ne viene data, di un “film sulla morte della madre di un regista interpretato da Margherita Buy”, porta forse a sminuirlo e non dargli giustizia per quello che realmente è. Il film di Nanni Moretti ha sì come una delle tematiche principale la morte della madre, ma è qualcosa di più complesso ed elementare allo stesso tempo.

Il film parla della vita, è un affresco personale di ciò che riserva la realtà quotidiana anche a chi si rifugia nella sua finzione, il cinema. Quando John Turturro, esasperando ed esasperato, esclama “voglio tornare alla realtà!”, proclama quello che è il manifesto e il compito che “Mia madre” adempie. Riporta il cinema alla non-finzione, parla con una voce forte e ruvida del dolore e della poesia di ciò che si presenta ogni giorno davanti ai nostri occhi. È qualcosa che affronta tutto ciò che accompagna la nostra esistenza, l’inadeguatezza personale, gli errori, l’affetto genuino, la speranza, i progetti, il senso di ciò che si fa, e più di ogni altra cosa la vita e la morte. Un confine che si cerca di nascondere, di cui non ci si vuole preoccupare, dove il vecchio si scontra con il nuovo, dove l’ingenuità sconfina nella consapevolezza più profonda, che spaventa, come la morte di una madre. La morte di chi ci ha messo al mondo è forse una delle cose che fa più vacillare il senso dell’esistenza, perché è la perdita del legame di ciò che è originario, di ciò che ci ha introdotto al mondo e che ci ha dato la vita. In tutto questo la reazione lacerante e toccante è perdere la bussola, smarrirsi in ciò che si fa e non riconoscerci in chi ci sta intorno.

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Nel film la protagonista Margherita (che altro non è che un alter-ego del regista) non sa come comportarsi, non riesce a capire ciò che dovrebbe fare e ciò che è giusto di fronte al declino della madre, non riesce a relazionarsi come vorrebbe anche con le persone che più le stanno a cuore, come l’ex fidanzato, la figlia o lo stesso fratello. Ed è così che si avverte questa difficoltà incredibile nell’avvicinarsi all’altro, nel dargli ciò che si vuole, nello stargli vicino.

Con la figlia non riesce ad essere sincera rispetto alla salute della nonna, non riesce ad affrontare argomenti che non siano i doveri quotidiani (le versioni di latino) e si perde ciò che di più importante può accadere in mezzo a tutti i problemi e le noie di tutti i giorni: innamorarsi, di un compagno di scuola in questo caso.

Con il fratello non riesce a condividere davvero la sofferenza, perché mentre si confida e crolla davanti alle notizie mediche non riesce a comprendere il terremoto che lo ha colpito, per cui è arrivato a licenziarsi senza alcuna prospettiva di un altro lavoro. E nella figura del fratello, che sembra suggerire come il senso della vita sta nello splendore dei sentimenti che ci legano agli altri e che proviamo, Nanni Moretti non si identifica ma sogna di identificarsi, si augura di ritrovare la strada che lo conduca a essere una persona simile, una persona che va contro i diktat della società perché sa dentro di se ciò che conta e ciò che è giusto.

Infine con l’ex fidanzato, di cui Margherita ha bisogno ma di cui non vuole avere bisogno, emblema di un sentimento di incomprensione che troppo spesso e purtroppo si accompagna all’Amore (quello con la A maiuscola). Proprio nelle parole dell’ex fidanzato, nelle parole dell’amore che resta quando è rifiutato, si rivela la verità sulla propria essenza (sparata a zero e senza peli sulla lingua), in un mondo che non ti dice mai quello che pensa e che continua a fingere come se tutto fosse un set, come se fosse il più gran palcoscenico esistente.

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“Mia madre” si ricollega forse alla tradizione dei film esistenzialisti italiani, come “8 e mezzo” di Fellini, o “La notte” di Antonioni, con una sostanziale differenza rispetto a questi. Mentre infatti condivide lo smarrimento, la continua ricerca e con Antonioni in parte la presenza della morte nel film, Nanni Moretti dipinge un’opera in cui il suppellettile sociale viene spazzato via dall’essenza della persona, in cui la sua ruvidezza elimina l’esistenzialismo frivolo e superficiale, bohémien e alla Oscar Wilde. Moretti si occupa della vita e della morte, della fraternità e dell’onestà; va dritto all’essenza insomma, lasciando perdere i fronzoli. La poeticità che lo contraddistingue propone di non arrendersi infastiditi a tutto, ma di provare a dare risposte, di non imporre verità incontrovertibili, ma di fare tentativi, prerogativa di chi come Moretti è innamorato della vita.

Per cui la prima reazione davanti alla notizia della madre che sta morendo è finire di girare una scena, in cui il copione recita che i soldi non riusciranno a comprare l’anima, che il proprio lavoro ha un valore più grande di uno stipendio. Per cui il film si conclude con il saluto più bello che si possa dare alla persona che si ama, o al pubblico che si ama nel caso di Moretti. Una risposta che è un pensiero, una frase che la madre pronuncia alla figlia mentre sta morendo, un grido di speranza sussurrato nonostante il dolore, nonostante la vita e nonostante la morte. “A domani”.

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