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Interviste

Ritratto di un imprenditore

Intervista a Pietro Guindani, Presidente del Gruppo Vodafone Italia e Presidente della Bocconi Alumni Association dal 2010 al 2015.

di Francesca Badaracco e Federica Torriero

All’inizio dell’anno ci eravamo ripromessi di stupirvi con una nuova rubrica dedicata agli Alumni Bocconi e alle loro esperienze di vita universitaria e professionale. Poiché siamo fiduciosi di essere riusciti nella nostra impresa, abbiamo deciso di alzare le vostre aspettative puntando ancora più in alto, fino ai vertici dell’associazione. In questo numero vi raccontiamo la storia del dott. Pietro Guindani, presidente della BAA dal 2010 al 2015 e, dal 2008, del CDA del gruppo Vodafone Italia. Durante la chiacchierata ci ha svelato alcuni trucchi del suo mestiere.

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Quale esperienza universitaria è stata più importante per la sua crescita professionale?

Ricordo con grandissimo piacere il rapporto che ebbi con il professor Demattè, che fu il mio relatore della tesi di laurea. La tesi era sul tema dei mercati finanziari internazionali ed in particolare sull’accesso che le imprese italiane dell’epoca iniziavano ad avere al mercato degli Eurobond. Il rapporto con il professore e la tesi mi portarono a fare delle esperienze di lavoro all’estero durante il periodo universitario (in banche internazionali di Olanda e Canada). Quelle furono la premessa per iniziare la mia carriera in Citibank a Milano, dove ho lavorato per i primi cinque anni: per me è stata una nave scuola, molto formativa. Lì ho imparato cosa sono i servizi finanziari alle imprese, l’analisi del rischio di credito, come valutare un’impresa. Più in generale lo studio della macroeconomia è stato un qualcosa che mi ha aperto la mente e mi ha permesso di capire la dinamica dell’economia a livello macro e a livello imprenditoriale.

Durate la sua carriera ha lavorato in settori molto diversi tra loro: quello bancario, chimico, ed infine quello della telefonia. Quali competenze bisogna avere per riuscire ad adattarsi ogni volta con successo?

I requisiti fondamentali sono la curiosità, la voglia di imparare continuamente e la capacità di mettersi in gioco e di rischiare entrando in attività che sono contigue. Non bisogna, invece, forzare la specializzazione rimanendo in un campo troppo limitato. D’altra parte sono stato anche un po’ costretto dai fatti: sono entrato in Citibank perché ritenevo che fosse una grande esperienza formativa, ma il mio desiderio era quello di lavorare in impresa e per questo motivo ho lasciato Citibank e sono entrato in Montedison. Lì mi sono occupato di mercati finanziari dal lato dell’impresa e poi sempre di più di finanza d’azienda, prima come responsabile finanziario e poi come responsabile di amministrazione, finanza e controllo. Il tema della telefonia è venuto più avanti, perché dopo essere stato nove anni direttore generale amministrazione, finanza e controllo di Omnitel, sono stato nominato Amministratore Delegato. A quel punto, infatti, non sei più una persona che domina una specifica competenza professionale, ma una persona d’azienda, che vive l’azienda a trecentosessanta gradi: se hai la curiosità e l’interesse di ampliare la sfera dei temi di cui ti occupi, alla fine ti viene data più responsabilità.

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Moltissimi ragazzi brillanti, con doppie lauree o programmi Cems, vorrebbero lavorare in consulenza, mentre lei ha fatto un’esperienza di impresa. A questo proposito, come orienterebbe un giovane di 24/25 anni che si sta per laureare?

Questa è una scelta soggettiva. Io sono figlio di un imprenditore e quindi il mio desiderio era di lavorare in impresa. Era il mio istinto che mi portava lì e non è stata una scelta razionale; volevo entrare nella gestione operativa. Ho fatto la scelta di lavorare in conto proprio anziché in conto terzi. Il punto è se tu vuoi gestire o dare buoni consigli. Se vuoi gestire devi lavorare in impresa. D’altro canto lavorare nel mondo della consulenza gestionale e di quella strategica ha un grande vantaggio, ti permette di vedere un novero molto ampio di situazioni. Se lavori come consulente su tanti progetti e con tanti clienti, hai un percorso di apprendimento che è più veloce rispetto a quello aziendale. Il motivo per cui io non l’ho fatto è perché sono stato abbastanza fortunato da fare rapidamente carriera in azienda e quindi l’incentivo è venuto a mancare. La consulenza è un percorso molto formativo che può consentire di rientrare poi in azienda, purché non lo si faccia troppo tardi.

In base alla sua esperienza professionale, quanto le associazioni di ex allievi forniscono un aiuto nell’ambito della selezione del personale?

Queste associazioni forniscono orientamento e assistenza mediante lo scambio di esperienza. In altre parole un’associazione di Alumni mette in contatto persone di età e seniority molto diverse e quindi la sua missione è quella di far sì che i giovani fruiscano dell’esperienza dei più grandi mediante seminari, testimonianze o attività di mentoring diretta. Questo succede nella BAA, nella quale ci sono seminari rivolti a segmenti diversi di Alumni che sono in fase introduttiva o di riorientamento, a seconda delle fasce di età. Questo fa molto bene in un ambiente di persone diverse, che proprio dalla diversità si arricchiscono reciprocamente.

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Recentemente è stato lanciato da Assolombarda il “Manuale dello stage”. Questo strumento riuscirà ad incentivare l’offerta di tirocini da parte delle imprese, così da permettere a un numero sempre maggiore di giovani di entrare nel mondo del lavoro?

Tirocinio e stage sono esperienze fondamentali per qualsiasi studente. Io stesso nel mio percorso accademico in Bocconi ne ho fatti quattro, ma adesso avete la fortuna che l’Università si occupa molto più di voi. Questa esperienza, durante il periodo formativo, è fondamentale per l’orientamento individuale, ma anche per familiarizzarsi con l’operatività del lavoro, che è un momento di passaggio fondamentale tra l’apprendimento e la messa in atto delle competenze e delle potenzialità. Assolombarda ha redatto questo manuale per aiutare università e imprese ad applicare le norme e le regole che esistono in Italia al riguardo, ma è uno strumento operativo. Secondo me nessuna persona dovrebbe completare un periodo di formazione e di studi senza avere avuto una o più esperienze di lavoro significative.

I dati mostrano con chiarezza una crescita esponenziale della “fuga di cervelli” dall’Italia. A questo proposito, come sta operando Vodafone nella gestione dei talenti?

Noi assumiamo neolaureati ed MBA. Per i primi offriamo il Vodadone Discover Program, un programma di formazione e di orientamento che dura ventiquattro mesi. Durante i primi dodici mesi la persona ha una serie di assignment in diverse funzioni aziendali, cominciando da quelle rivolte al cliente, quindi vendite e custumer care, ma anche marketing, per proseguire nelle funzioni delle tecnologie e concludersi nell’aree di staff, come finance, HR e Strategy, cosicché il giovane veda l’intero ciclo di gestione aziendale. A questi assignment di lavoro, ma al tempo stesso di formazione, segue un primo incarico lavorativo vero e proprio in un dipartimento che è scelto d’intesa tra la persona e l’azienda. Al completamento di questi mesi c’è un momento di valutazione dei risultati raggiunti per mettere a fuoco la scelta di inserimento in un’area aziendale con tutto il bagaglio di competenze necessario. Vodafone gestisce le proprie risorse migliori su scala globale, quindi noi offriamo agli italiani l’opportunità di andare all’estero e abbiamo stranieri che vengono in Italia. Di conseguenza il tema non è la fuga dei cervelli, ma l’arricchimento dei cervelli mediante le esperienze internazionali, in una logica di mobilità. Questo arricchisce l’azienda e le persone stesse.

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Sulla base di questo, quanto è importante un’esperienza internazionale?

Tantissimo, anzi è imprescindibile e fondamentale. Intanto perché viviamo in un mondo senza frontiere, in particolare quello del digitale. Poi perché tutta l’economia si digitalizza, anche quella della produzione e distribuzione dei beni fisici. Partendo dal presupposto che non c’è più l’internazionalizzazione, ma la mondializzazione del contesto in cui viviamo, bisogna saper vivere senza frontiere e senza barriere, essendo predisposti e aperti alla diversità culturale. Questo non vuol dire non avere delle radici: bisogna averle e saper al tempo stesso spaziare ed accettare con slancio di vivere in un ambiente che non è più circoscritto, ma neanche circoscrivibile.

Alla fine di questa chiacchierata siamo curiosi di saperlo: rifarebbe la Bocconi?

Certamente! Sono stati anni indimenticabili: Bocconi mi ha dato tantissimo ed io credo di aver saputo usare molto bene Bocconi. Come al solito le opportunità vanno colte.

Nota: l’intervista qui riportata risale al cartaceo di Novembre 2014 disponibile sempre su questo sito.

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