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Perché Votare SI

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pag-7-referendum[1]di Xuliano Dule.

Dopo aver riportato le ragioni espresse dal sostenitore del NO, il professor Cheli, durante il dibattito tenutosi a Sciences Po, l’altro lato della medaglia. Quindi, in pieno rispetto della par condicio, ecco perché secondo il professor Ceccanti sia necessario votare SI. Il suo intervento si sviluppa in quattro sezioni.

Riforma condivisa

In primis perché è una riforma condivisa. Bisogna infatti distinguere quello che è il voto da quella che è la formulazione. Da insider del Parlamento, il professore fornisce un resoconto dettagliato della gestazione della Riforma: inizialmente infatti questa riforma, oggi contestata dal centrodestra, venne appoggiata anche da Berlusconi, il quale sottrasse il suo appoggio solo in un secondo momento a causa dei contrasti politici derivanti dall’elezione del Presidente della Repubblica.

La doppia fiducia

Il sistema della doppia fiducia al governo ha chiaramente dimostrato di non funzionare se confrontato con i suoi risultati. Nella nuova era della politica, che il professore correttamente si rifiuta di chiamare Seconda Repubblica, questo meccanismo ha causato ben 4 volte su 6 l’impossibilità di formare un governo. Rispettivamente nel 1994 (Berlusconi), 1996 (Prodi), nel 2006(Prodi) e nel 2013 (Bersani). Ognuno di questi stalli istituzionali è stato risolto in modo a dir poco rocambolesco, dai ritrovati Berlusconiani del 1994 all’ultimo governo tecnico di Monti. Ed è proprio il fantasma del governo tecnico che deve preoccupare i sostenitori del NO. In questo particolare periodo storico in cui le forze antisistema crescono, per difendere le istituzioni dai loro stessi fallimenti è necessario cambiarle. Se si andasse a votare con questo impianto costituzionale, la possibilità di un governo tecnico è quasi una certezza, e porterebbe ad una sconfitta della politica tradizionale, in un paese in cui le istituzioni hanno bisogno di dimostrare di funzionare.

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Il capolavoro

L’articolo 70- secondo il professore –  è il vero capolavoro di questa riforma e si situa in quella tradizione che si è instaurata nella redazione delle più recenti costituzioni europee. Circoscrive l’attività legislativa ad un nucleo molto piccolo di leggi bicamerali (circa il 3%) mentre il resto diviene a prevalenza monocamerale.  L’articolo è stato redatto dalla Finocchiaro, una delle parlamentari più esperte in termini di materia costituzionale, con l’aiuto dei tecnici del Parlamento, e si dimostra estremamente efficace nel risolvere il problema dei conflitti di attribuzione. La tecnica di rimando agli articoli della Costituzione, invece che alle materie di legislazione, riduce sensibilmente le possibilità di ricorso alla Corte Costituzionale per eventuali conflitti derivanti da istanze di interpretazione. La critica del Ginepraio mossa da Cheli e altri costituzionalisti, secondo il professore, non regge, in quanto volendo esaminare il processo legislativo oggi vigente si potrebbero tranquillamente individuare molti tipi diversi di legge.

 Il Senato come camera di compensazione

La riforma della costituzione è frutto di un progetto politico e, in quanto tale, ha bisogno di fare i conti con la realtà al momento della propria formulazione. Quando venne proposta la riforma del Senato le possibilità erano tre: introdurre un monocameralismo secco, il modello proposto dalla riforma o seguire quello del Bundesrat tedesco. Il primo modello non era praticabile a causa della chiara estromissione delle Regioni dal circuito politico, il terzo non era perseguibile a causa della presenza di 17 regioni su 20 in mano al PD, che non avrebbe avuto i numeri per proporre la nascita di una seconda camera che al momento della sua introduzione sarebbe stata in grande maggioranza in mano al PD. Questa occasione non si ripresenterà a breve, le camere hanno votato una riforma che riduce sensibilmente la possibilità di rielezione dei Parlamentari, e l’idea di ottenere una riforma migliore in futuro sembra, a dir poco, utopica, se si pensa all’attuale distribuzione di voti dell’elettorato italiano.

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Governare per Decreto

Al giorno d’oggi un governo può scegliere due modi di approvare le leggi, uno richiede 50 giorni e l’altro cinquecento. Il merito della riforma sta nell’eliminare la decretazione d’urgenza come modello di governo e introdurre un modello intermedio che permette al governo di discutere le proprie proposte entro un termine di 100 giorni. Eliminando questa malsana usanza nel prendere i provvedimenti, si pone fine ad una deformazione del concetto di legislazione, tipicamente italiana, che da fin troppo tempo si sta spostando verso l’eccezionalissimo. Il modello presente non è sostenibile e lo confermano alcune pratiche, come il decreto mille proroghe, che trasformano in peggio il ruolo del Parlamento.

In conclusione, quella che si prospetta, secondo il professor Ceccanti, è una riforma omogenea, nel metodo e nei fini, che ha il merito di migliorare un’anomalia giuridica (come il governare per decreti) e di risolvere un rapporto tra Stato e Regioni reso molto complicato e conflittuale dalla precedente riforma del Titolo V. Il rischio di rimanere con un sistema che richiede la doppia fiducia, potrebbe portare la prossima legislatura ad una situazione di stallo con conseguenze negative per il Paese e per la democrazia italiana.

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