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Renzi si è dimesso. Ma perchè, esattamente?

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010744510-28d24f7e-4f65-42d8-92aa-9f92ebb9e34bDi Nicolò Carnevale.

Cosa è accaduto e come è stato raccontato

A mezzanotte e mezza della lunga notte del referendum costituzionale, Matteo Renzi ha annunciato che avrebbe consegnato le proprie dimissioni al Presidente della Repubblica la mattina seguente. Sui media si è delineato un chiaro rapporto causale fra la vittoria del “no” e la sconfitta di Renzi, fino al punto in cui le due cose sembrano fondersi e si afferma che “Renzi ha perso il referendum”: “Renzi’s Loss Is Clear, But Who Are The Winners?” (New York Times), “After Mario Renzi’s defeat in the constitutional referendum vote […]” (Wall Street Journal), “Monte Dei Paschi readied for state bailout after Renzi’s defeat” (Financial Times), “Italy PM resigns after heavy poll defeat” (BBC), “Renzi pierde el referendum” (El Pais). Eppure, Renzi non ha perso in un voto di fiducia e non era vincolato dalla legge a dimettersi.

Il referendum del 4 dicembre verteva su una riforma costituzionale che Renzi aveva posto 1000 giorni prima al centro del proprio programma di governo, affermando più volte che questa riforma fosse così importante da implicare un obbligo morale di abbandono della politica in caso di vittoria del “no”. Nella prima metà del 2016, Renzi si era speso per una forte personalizzazione del referendum(“Mi dimetto se il referendum costituzionale sarà bocciato”). Verso la fine dell’estate Renzi ha poi cambiato strategia e nei mesi più intensi di campagna elettorale ha raccomandato al popolo italiano di votare sul merito della riforma e non contro questo o quel partito.


Una vera sconfitta politica?

È incerto quanto poi effettivamente il referendum sia stato sulla riforma invece che sul futuro politico di Renzi. Tuttavia, credo che in nessun caso ci siano elementi che implichino una “sconfitta politica”. Se ipotizziamo che tutti i votanti abbiano strumentalizzato il referendum per esprimere un parere su Renzi, il 41% non è un pessimo risultato per delle elezioni politiche; inoltre, se veramente si fosse trattato di elezioni politiche, la campagna elettorale sarebbe stata condotta diversamente da tutte le parti e avrebbe prodotto un risultato differente. Se ipotizziamo, invece, che tutti abbiano votato nel solo merito della riforma, semplicemente i cittadini non si sono espressi su Renzi; in questo scenario, qualunque sia l’esito del referendum, sarebbe sbagliato inferire un giudizio degli italiani su di lui. Anche tutte le combinazioni intermedie possibili fra questi due ipotetici casi estremi non mostrano elementi inequivocabili di una sconfitta politica.

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C’è un unico motivo che resta per spiegare le dimissioni di Renzi: Renzi stesso e la sua retorica. Fin dai suoi esordi da rottamatore, l’ex sindaco di Firenze ha promosso una maggiore alternanza delle forze politiche alla guida del Paese, similmente a quanto accade negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Perché questo modo diverso di fare politica valesse la pena di essere perseguito, nel suo storytelling gran parte dei diversi problemi dell’Italia è stata semplicisticamente ricondotta allo scarso ricambio generazionale della classe politica italiana. Con un carisma forse senza precedenti nella nostra politica, Renzi ha portato avanti questa visione ignorando spesso la complessità e le diverse origini delle singole problematiche. Questo, con buona pace dell’”usato sicuro” di Bersani che, forse, qualche ragione pure aveva, se è vero che i concetti di “vecchio” e “nuovo” da soli non vogliono dire nulla.

 

Una causa per cui combattere a ogni costo

Di questa precisa visione per cui la scarsa alternanza delle forze politiche al governo sia la principale fonte dei mali dell’Italia è denso il discorso di Renzi della notte del 4 dicembre:

“Nella politica italiana non perde mai nessuno, non vincono ma non perde mai nessuno. Dopo ogni elezione resta tutto com’è. Io sono diverso, ho perso e lo dico a voce alta, anche se con il nodo in gola. […] Come era evidente e scontato dal primo giorno, l’esperienza del mio governo finisce qui. Credo che per cambiare questo sistema politico in cui i leader sono sempre gli stessi e si scambiano gli incarichi ma non cambiano il Paese, non si possa far finta che tutti rimangano incollati alle proprie consuetudini prima ancora che alle proprie poltrone. Volevo cancellare le troppe poltrone della politica: il Senato, le Province, il Cnel. Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia.”

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Nel dichiarare le dimissioni, la cosa a cui Renzi mostra di essere più fedele è la coerenza della propria immagine politica, della propria retorica e della propria storia. Presta particolare attenzione a raffigurare la vittoria del “no” al referendum non come un suicidio politico, ma come la sconfitta in una battaglia combattuta per la visione che descrive.

Tuttavia, il fatto che sia disposto a “morire” politicamente per la sua visione ha un’altra, importante implicazione. Non importano le reazioni dei mercati, il futuro delle riforme in Italia (è “onere e onore” dei suoi avversari, dice, badare a questo), e qualunque altra conseguenza del “no”: lui scompare comunque. In altre parole, si esonera da ogni responsabilità che non riguardi i pochi impegni dell’Italia per il 2017 che elenca alla fine del suo discorso.
È da notare come si sia esonerato dalla responsabilità delle conseguenze del “no” nelle ore in cui queste erano più incerte, quelle della notte del referendum. Nel caso in cui Mattarella lo convinca in questi giorni a rimandare le dimissioni, Renzi farà particolare attenzione ad affermare pubblicamente che questo ritardo della sua uscita dalla politica è dovuto al Presidente della Repubblica. L’idea di fondo è che nessuno potrà definirlo un politico bugiardo e attaccato alla propria poltrona; al massimo, ce la si potrà prendere con il Presidente della Repubblica per essere stato troppo “invadente”.

 

Populismi istituzionali e post-verità

Nella terzultima frase del passaggio citato sopra (“Credo che per cambiare […] prima ancora che alle proprie poltrone”) esplicita che l’atto del dimettersi sia giustificato dalla mera circostanza che nessun politico l’abbia fatto prima. Il comportarsi diversamente dal passato viene implicitamente rivendicato come un valore a sé stante. Ma è comune proprio della retorica populista e anti-sistema celebrare la diversità dal passato come valore autonomo. L’establishment, in quanto già “stabilito”, “instaurato”, porta nella propria stessa definizione l’idea di “vecchio” e di “passato”. Combattere contro la casta equivale dunque nella retorica populista a lottare contro un qualunque problema che abbia origini “passate”. Eppure, ritenere che la diversità sia da sola positiva è dannoso quanto il contrario, ovvero, ritenere che la diversità sia da sola negativa.

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Renzi mostra implicitamente questo populismo in un discorso che conclude con un appello ai giornalisti di compiere il proprio dovere nell’epoca della post-verità. Senza negare che lui stesso si sia abilmente adattato all’epoca della post-verità con uno storytelling che, nel finale, lo ha voluto sconfitto.

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