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Interviste

Resoconto di una conversazione informale con Camillo Langone

Langone Parma
Langone Parma
Camillo Langone, fotografia di Lorenzo Cicconi Massi, Parma.
Davanti a un bicchiere di lambrusco e a un pesto di cavallo, Jacopo Epifani chiede lumi a Camillo Langone su dibattito pubblico, cattolicesimo e società dei nostri giorni

Di Jacopo Epifani

Camillo Langone non vuole che lo si chiami giornalista, né tantomeno critico d’arte, scrittore, gallerista, sommelier o intellettuale perché –afferma ricordando una lettera di Flaubert a Maupassant – ‘il titolo degrada’. Eppure cura una rubrica a cadenza quotidiana, la tanto seguita e discussa “Preghiera”, per Il Foglio; nel 2013 ha dato alle stampe il trattato “Eccellenti Pittori”, epitome delle biografie e delle produzioni dei migliori pittori italiani viventi; il 15 settembre 2017 ha inaugurato l’esposizione “Gotico Sardo”, aperta fino al 15 ottobre presso la Chiono Reisova Art Gallery di Torino. Proveremmo allora a spiegarlo in negativo: non è, certamente, uno ‘specialista (com’è chiaro, non può esserlo) senza intelligenza (meno che mai)’ di weberiana memoria.

Un paio di definizioni in positivo, invero, me le offre egli stesso: gli piace immaginarsi il secondo parmigiano vivente più illustre, a pari merito con Paolo Nori e dopo Franco Maria Ricci. E considerarsi un allievo, fra gli altri, di Alberto Arbasino (‘nipote’ intellettuale di Carlo Emilio Gadda che ha a sua volta istruito un drappello di ‘pronipoti’ dell’Ingegnere, tra i quali figura lo stesso Langone) e di Emilio Mazzoli, gallerista modenese, promotore della Transavanguardia – l’ultima corrente pittorica italiana- e scopritore di Jean-Michel Basquiat, prelevato quando ancora bivaccava nei sobborghi di New York, vendendo cartoline autografe ai passanti, condotto in Emilia e rivelato al pubblico con la prima mostra personale a Modena, nel 1981.

Poiché, effettivamente, già per etimologia la definizione ‘riduce’ e ‘circoscrive’, assecondando l’idiosincrasia di Langone per i titoli, ne proponiamo una descrizione perifrastica. Se Gianni Brera, indispettito da Umberto Eco che lo ritrasse come ‘un Gadda spiegato al popolo’, soleva commentare coi suoi proseliti ‘date a Gadda mezz’ora e vediamo cosa vi porta’, Langone è il Gadda del XXI secolo italiano condensato – come da costume corrente – nei tempi e negli spazi di Brera. Basti pensare che la sua Preghiera di rado supera la ventina di righe.

Di seguito, en abrégé, la chiacchierata che ci ha concesso, sezionata per argomenti.

La sua professione giornalistica (ovvero, sulla partecipazione di Langone al dibattito pubblico nazionale).

Gli rivelo, con stima sincera e una punta di bramosia per tale qualità, di ritenere sua esclusiva un particolare talento: pur perorando, di frequente, cause invise al pensiero dominante, costringe chi gli controbatte –e milita, allora, a favore della communis opinio– all’invettiva personale, all’offesa gratuita (“Ignorante! Incommentabile!” e via dicendo) . È cosa sorprendente –aggiungo- perché si tratta di persone di spessore culturale e che partono avvantaggiate nell’agone retorico, disponendo di argomenti che riscontrano il consenso del lettore ordinario.

Langone, però, guicciardinianamente, non si sorprende di nulla, men che meno del male. Come Guicciardini, posto che tali e tante sono le cause della sventura, non si stupiva se un raccolto andava perso o un uomo moriva, bensì del contrario, Langone non si meraviglia se Diego Fusaro, a seguito di una critica mossagli, risponde “Langone chi?”, pur conoscendolo benissimo. Il disconoscimento dei meriti dell’avversario è reviviscenza della retorica togliattiana, comunista, quale Fusaro è. Se l’Unità, organo del Partito comunista, alla morte di Guareschi intitolò “È morto lo scrittore che non era mai nato”, Fusaro risponde al critico televisivo per antonomasia appellandolo come un “tale Aldo Grasso”. Ricorrono a espedienti dialettici consolidati e ritriti, recitano filastrocche e le ripetono, senza interrogarsi mai sulla validità di ciò che affermano; non provano imbarazzo.

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Obietto che, invece, si imbarazzano, eccome: altrimenti, se non percepissero la sconfitta dialettica, se non soffrissero per esser posti spalle al muro e non aver argomenti per divincolarsi, non devierebbero sull’offesa personale.

Langone mi taccia icasticamente di sopravvalutarli, afferro un invito implicito a recidere con il rasoio di Hanlon. Coloro che aderiscono a un’ideologia sono perennemente convinti di essere nel giusto, non li assale il minimo dubbio; altro che scetticismo metodologico cartesiano, altro che falsificazionismo popperiano. Per dirne una, i fautori del politicamente corretto (una delle tante ideologie che contaminano l’opinione pubblica nel secolo che avrebbe dovuto seppellire le ideologie) sono convinti di vivere nell’epoca della più compiuta libertà d’espressione. Ci mancherebbe: loro -Gramellini o Severgnini ad esempio, ma gli esempi si sprecherebbero- sono liberissimi di scrivere e dire ciò che pensano, siccome questo non infastidisce nessuno. Langone invece vive da bersaglio di querele in un tempo in cui i magistrati sono onnipotenti, sempre  nel timore che un’affermazione troppo audace possa costargli processi e sequestri. Perciò -al pari di Montale che dichiarò di vivere “al cinque per cento”- per evitare seccature scrive al cinque per cento, ossia appena un ventesimo del suo pensiero.

Protesto: sono convinto di esser al cospetto di uno tra gli intellettuali più spavaldi dei tempi che corrono.

Conveniamo allora sul dieci per cento. Dopo esserci congedati, rifletto e arrivo alla conclusione che, per un uomo erudito che abbia forgiato la propria coscienza sullo studio di millenni di storia, riuscire a trasmetterne un decimo non sia poco, considerato che il pensiero in potenza va tradotto in scrittura comprensibile in atto e si dispone mediamente di poco più di cinquant’anni per riuscirci. Io mi riterrei appagato.

Comunque sia, a Langone non interessa il dibattito pubblico: è un antipolemico allergico allo scontro dialettico. È giornalista per forza di cose, prigioniero, seppur riottoso, dell’attualità. Quanto gli interessa è scrivere libri, fare letteratura, di quella che, insegna Gómez Dávila, può essere letta due volte perché valida oggi quanto lo sarà tra dieci o cento anni. Probabilmente si dedicherà alla narrativa, non perché lo alletti particolarmente il genere ma perché, schermandosi dietro alla formula introduttiva “Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o persone esistenti è puramente casuale”, potrebbe liberare le sue convinzioni, affrancate dalla minaccia della censura o dell’azione legale.

Diagnosi (senza prognosi di guarigione) dello stato di salute del cattolicesimo in Italia.

Chiedo un parere sulle condizioni odierne del sentimento cattolico in Italia. Dopotutto, le rivendicazioni di alcune correnti subculturali che si irradiano nella società moderna possono ben essere giudicate interpretazioni deviate, figli illegittimi, di alcuni importanti insegnamenti biblici ed evangelici. E, allora, nei proclami di chi esorta a un’accoglienza indiscriminata dei migranti che raggiungono le coste siciliane, quali che ne siano la provenienza o le ragioni, riecheggia la reprimenda del Profeta Isaia verso quei fedeli ligi al rito ma che rifiutano ospitalità all’affamato (Isa 58: 3,7 ma anche Isa 16: 4,5, per un accoglienza –però- funzionale a un offrire un rifugio al popolo dei Moabiti durante la tirannia in attesa che si restauri pace e concordia). Parimenti, le pretese dei movimenti per la casa traggono fondamento dagli articoli 2 e 47 della Costituzione, di chiara ispirazione misericordiosa (tra gli altri, Isa 43: 21) e via dicendo.

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Langone replica che la risposta è già contenuta nella domanda. Il cattolicesimo di questi tempi è ridotto a sentimento. Sentimento diffuso -d’accordo- ma la religione è altro. La fede cattolica è appartenenza collettiva a un culto che non esige continue valutazioni o riflessioni. Opera automaticamente sulla coscienza del credente. Per operare automaticamente abbisogna di oggettività e quindi si sostanzia, anzitutto, nel rito, nel Messale. Il sentimento implica individualismo: il contrario dell’appartenza religiosa. Forse, però, sarebbe meglio declinare il discorso al condizionale: la religione cattolica dovrebbe essere come la descrive il mio interlocutore. Il fedele contemporaneo ha perso la bussola, anzi: più che perderla gli è stata sfilata dal taschino. Il Pontificato attuale rende dottrina ufficiale tutto ciò che prima era considerato incompatibile coi canoni. Basti pensare che il Papa ha dichiarato pubblicamente di esser stato dallo psicanalista. Faccia bene o faccia male, il problema non è questo: il problema è già discuterne (com’è avvenuto sulle pagine de l’Avvenire, ndr). Langone ha allora provato a recuperare l’ortodossia –o meglio: un trait d’union tra il cattolicesimo primigenio e quello attuale- rifugiandosi nella lettura diretta dei testi dei Padri della Chiesa: il Commento al Padre Nostro di Origene, per esempio. Nulla: ne ha tratto ancora più sconforto; non è possibile individuare un punto di contatto, sembra di leggere testi di religioni diverse. Una consolazione gliel’ha offerta la quotidianità. Alla sera della domenica precedente, non avendo fatto in tempo ad andarci prima, è entrato nella chiesa di Parma dove si celebrava l’ultima messa della giornata. Intitolata a Santa Lucia, è stata riaperta al culto solo di recente e dunque non ha subito l’ammodernamento architettonico successivo al Vaticano II. Brevemente: non ha l’altare postconciliare, quello staccato dalla parete che permette la celebrazione coram populo, frontalmente ai fedeli. Conserva invece solo l’altare preconciliare, addossato all’abside, che impone al celebrante – nei momenti in cui è previsto – di rivolgersi coram Deo, ossia voltanto le spalle ai fedeli. Gli è bastato questo, combinato al fatto che, essendo a tarda ora, il sacerdote si sia attenuto strettamente al Messale (senza cimentarsi in lunghe prolusioni sull’attualità) per riscoprire l’oggettività del rito, foriera di misticismo e spiritualità. Certo, è stata un eccezione: fortunato lui. La realtà diffusa è ben altra: proliferano le chiese ‘a forma di astronave’, le sedie soppiantano i banchi, le candele in cera sono l’eccezione a favore di quelle elettriche. Dilaga ovunque il cattolicesimo parrocchiale e chitarristico che a Langone piace poco.

Sintesi: il panorama socioculturale nazionale degli anni 2010, il contributo di Langone

Riferisco al mio interlocutore l’opinione del Professor Galli della Loggia, a parer del quale con l’ampliamento omnibus della base discente –in parole povere: la diffusione a tutti, la massificazione dell’istruzione scolastica- operato dallo Stato Italiano nel secondo dopoguerra, pur intraprendendo una politica necessaria e sacrosanta, si sarebbe commesso un errore: appiattire la qualità dell’insegnamento, senza conservare poli d’eccellenza dell’istruzione pensati per favorire la crescita dei più capaci. Gli chiedo se, con la massificazione telematica e informatica dell’informazione contemporanea, non possa essere lui (e quei pochissimi che, come lui, studiano un argomento prima di scriverne e, soprattutto, curano la qualità e il dettaglio della propria scrittura) il polo d’eccellenza della scrittura nazionale, il vettore di una sublimità nel linguaggio appartenente al passato, capace di resistere allo scadimento generale che deprime giornalismo e letteratura.

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Lo paragono a San Benedetto da Norcia, il fondatore dell’Ordine dei benedettini che, formando stuoli di amanuensi addetti alla trascrizione dei testi di autori greci e romani, permise che gli insegnamenti della cultura classica si salvassero dalla furia distruttiva delle invasioni barbariche. Ma per Langone, che di essere paragonato a un Santo, e a un Santo di tale levatura, non ne ha la minima voglia, è bene chiarirsi: la massa, il popolo, la società globalmente intesa non ha più speranza. Ha perso la forma. La forma pur elementare che le conferiva la Chiesa. Come? Ad esempio con l’onomastica: il nome del nascituro, fino a non troppi decenni fa, doveva esser approvato dal parroco che ne verificava la presenza nel Calendario dei Santi. Era già questo un argine all’anarchia dei modi e dei costumi, cui invece la società contemporanea è relegata. Oggi per trasmettere tradizioni e valori preziosi l’unica soluzione appare quella di organizzarsi in gruppi ristrettissimi, realtà ultraminoritarie: l’ormai nota ozpione Benedetto. Langone, però, non saprebbe ipotizzare quali queste possano essere. Un modello potrebbe essere quello dei neocatecumenali, il gruppo più prolifico di autoctoni italiani: gli unici a dare alla luce, ancora oggi, anche sette-otto figli per nucleo famigliare. Per quanto non godano delle simpatie antropologiche dell’intervistato, è indubbio che, sfruttando la propria compattezza, possano tramandare inveterati i propri valori e il proprio credo per generazioni. Egli comunque vorrebbe esser ambasciatore di una filosofia maggioritaria, non costretta nella nicchia.

Lancio, infine, una provocazione, considerata la biografia del mio interlocutore: non sarà mica l’abolizione della censura e di qualunque forma di controllo, politico o giurisdizionale, su letteratura, cinematografia e televisione la causa principale del disfacimento delle masse e della loro morale? Beninteso, si parla della censura di memoria platonica e hobbesiana, volta alla selezione, tra i messaggi che le arti possono trasmettere alla comunità, degli insegnamenti virtuosi ed educativi; censura funzionale a formare nuove generazioni probe e perspicaci, non a imporre un pensiero politico.

No, Langone è, per conformazione intellettuale, contrario a ogni forma di censura. Anelando a scrivere liberamente, non potrebbe impedire agli altri di fare altrettanto. Insomma si rivela un liberale, refrattario al litigio e alla polemica. Tutto il contrario delle apparenze. O di come vorrebbero presentarlo.

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