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Fintech Trilogy

Un viaggio nell’innovazione targato BAA

28698956_1859326507445075_7737809288717608033_oDi Lorenzo Diaferia.

Si è aperta il 15 febbraio con un evento dedicato al mondo Fintech, la rassegna sull’innovazione digitale promossa da Bocconi Alumni Association. Una vera trilogia, che vedrà coinvolta la comunità bocconiana in giro per il mondo con altri due eventi in programma a Londra e Zurigo. Per quanto riguarda l’Italia, seguiranno nel 2018 due ulteriori manifestazioni, che affronteranno i più recenti sviluppi in tema di Artificial Intelligence e Smart Cities.

Di riguardo gli ospiti della serata, che con background diversi ma complementari, hanno dipinto un quadro completo del mondo Fintech, bilanciando entusiasmo per la rivoluzione in atto e cautezza verso temi ancora troppo giovani per essere valutati appieno. Dalla Professoressa Omarini di SDA Bocconi, a Marta Testi, Head di ELITE Growth Europe, società del gruppo London Stock Exchange. Da Marco Scappa, oggi a capo del Business Development del Fintech District di Milano, fino a Simone Martini, investment banking trader. Non poteva mancare poi la storia di chi, in Italia, ha saputo cogliere con maestria la sfida del Fintech. Jacopo Anselmi e Sabino Costanza, entrambi un passato sui banchi Bocconi, sono infatti co-founders di Credimi, una delle startup Fintech più promettenti del nostro Paese.

La realtà Fintech è legata a doppio filo a due parole chiave: user experience e tecnologia. L’esperienza di utilizzo e il customer engagement sono infatti da sempre uno dei cavalli di battaglia delle startup che si affacciano in questo settore. L’obiettivo, nella visione di chi innova, è “dare potere al cliente, riportarlo al centro e farlo sentire appagato e felice del servizio di cui sta usufruendo” spiega la Professoressa Omarini. “Le persone si aspettano la customer experience di Uber e di AirBnB. Non sono più disposte a rinunciare alla semplicità e abbassare i propri standard solo perché si stanno relazionando con una banca” rilancia poi Marco Scappa. Ecco dunque che la qualità, e forse ancor di più la qualità percepita, diventano fattore differenziante e fonte di vantaggio competitivo per le Fintech, che si guadagnano la possibilità di confrontarsi con giganti nel mercato da decenni.
Vi è poi la tecnologia, argomento che entra sempre con prepotenza nel dibattito, non solo per i grandi contributi che può portare al settore finanziario, ma anche per la natura quantomeno variegata delle società che ormai operano nei financial services. Sarebbe interessante capire cosa pensasse dieci anni fa un tradizionale istituto bancario del fatto che Amazon potesse finire per offrire servizi finanziari. Ebbene, quella che poteva sembrare una fantasia qualche anno fa, è oggi una realtà consolidata che coinvolge tutti i grandi nomi high-tech tra cui Google, Amazon, Facebook e Apple.

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Interessanti spunti arrivano poi da ELITE e Credimi, esempi di come il mondo Fintech possa adattarsi alle esigenze del panorama imprenditoriale italiano. Come spiega Marta Testi infatti, “il problema vero non è l’assenza di capitali, quanto piuttosto la difficoltà di connettere le imprese che vogliono crescere con tali capitali”. E così, ELITE ha l’obiettivo connettere le PMI con il mercato dei capitali, concentrandosi sugli investitori istituzionali. Il ruolo della piattaforma non si limita a questo, puntando anche su mentoring e programmi di formazioni dedicati alle PMI pronte a lanciarsi alla ricerca di investitori.
Esempio di grande valore è poi quello di Credimi, startup che si rivolge alle imprese offrendo un servizio di anticipo sulle fatture in entrata in tempi certi e rapidi. Anche in questo caso, il segreto del successo di Credimi, che sta crescendo a livelli più elevati della concorrenza, sta nell’esperienza d’uso cucita sulla pelle degli imprenditori. Tempi certi, risposte sicure e un processo interamente online.

L’innovazione nel settore finanziario sembra dunque un fenomeno che poggia su alcuni dei trend più evidenti degli ultimi anni. La posizione del nostro Paese tuttavia, rimane lontana dai posti più alti delle classifiche. Gli investimenti sono pochi e il framework istituzionale non aiuta. Per colmare il divario italiano occorre lavorare sull’aggregazione di competenze, per dotare anche l’Italia di un hub innovativo nel comparto finanziario. Il Fintech District di Milano a questo proposito, pare un interessante passo in questa direzione.

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