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Io ho scelto la vita

Liliana Segre
La testimonianza di Liliana Segre, ospite alla conferenza “La Shoah in Italia e l’indifferenza che uccide” lo scorso 27 febbraio

Io sono molto vecchia, ho 87 anni, e c’ero.

– Liliana Segre

Liliana Segre

Di Elisa Navarra

Inizia così la testimonianza di Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e neo Senatrice a vita per alti meriti sociali, in occasione della conferenza tenutasi lo scorso 27 Febbraio: “La Shoah in Italia e l’indifferenza che uccide”.

Mettendo a tacere un’intera aula Magna gremita di adulti e ragazzi, Liliana Segre prende parola a seguito dell’intervento storico-culturale del Prof. Michele Sarfatti – studioso della persecuzione antiebraica ed ex direttore della Fondazione CDEC Milano -, il quale si è focalizzato su cause ed effetti delle leggi razziali, sulla ‘ghettizzazione senza mura’. Liliana Segre, con un quell’umiltà emozionante che poi caratterizzerà tutto il suo racconto, ci tiene a specificare fin da subito la propria posizione: “Non sono una filosofa, non sono una storica, non sono nessuno. Sono una testimone”, dice. Così, oltre la tragedia, sono proprio la voce flebile e l’innocenza con cui ripercorre la propria storia a commuovere la platea che, per un’ora e mezza, pende da quelle labbra increspate eppure incredibilmente forti.

Comincia dalla Terza elementare, dall’indifferenza delle compagne di fronte alla sua espulsione dalla scuola, che “fa più male della violenza”. La stessa indifferenza che avrebbero in seguito manifestato chiedendole, di ritorno da Auschwitz, dove fosse sparita per tutto quel tempo. Poi invece c’erano anche gli Amici quelli veri, quelli con la A maiuscola, come le piace dire, disposti a rischiare la vita per te.

Da Milano ai mancati tentativi di fuga in Svizzera, i contrabbandieri, il carcere con il padre a San Vittore, dove la figlia, vecchia, diventa sorella e madre. La freddezza del poliziotto che ritira i documenti, e la pietà dei detenuti. Il treno, il viaggio verso il nulla ed infine Auschwitz, la città della disperazione. Separata dal padre Alberto dalle guardie naziste, non lo rivedrà più.

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È nel racconto drammatico e surreale di questi giorni che più si manifesta un pensiero che si potrebbe dire essere il fulcro della sua testimonianza. Citando Primo Levi, ‘La tregua’, Liliana Segre ritrova nella propria sofferenza ‘lo stupore per il male altrui’. Quelli che compivano gli orrori su di noi non erano diversi da noi, dice.  Così senza nascondersi, né giustificarsi, racconta di come quell’inumanità avesse asciugato anche il suo cuore. Con riferimento a quei giorni si definisce egoista, affamata, orribile per il non voler più amare né essere amata. Ciò che fa rabbrividire nelle sue parole è la forza con cui, nonostante l’orrore, afferma decisa di aver sempre scelto la vita che definisce, senza esitazione, stupenda. “Io non sono in vita perché ho voluto vivere, perché tutti volevano vivere”, dice con quell’umiltà con cui si definisce una ‘viva per caso’, “La spinta alla vita è connaturata in noi. E io ai ragazzi a cui parlo regolarmente dico sempre che la vita è stupenda, di amarla e di non perdere un minuto di questa vita. Non c’è solo l’orrore di Auschwitz per fortuna, infatti quella si chiamava morte. La vita può avere dei risvolti stupendi e la spinta che c’è dentro ogni essere umano alla vita è grandissima” (Discorso di Liliana Segre in un’intervista del 24/01/2018 a ‘Bel tempo si spera’).

Il primo maggio 1945 Liliana Segre viene liberata e torna a casa dai nonni materni. La sua storia rimarrà nascosta per quarantacinque anni, quando iniziò a parlare. A rompere il suo silenzio, indotto dall’orrore, il dolore e l’indifferenza, fu proprio quella stessa pietà che sempre le fu negata, che solo i carcerati di San Vittore le avevano saputo dimostrare. “Capii di essere pronta a diventare testimone quando compresi di esser stata più fortunata io ad essere vittima, rispetto a quei ragazzi figli di Nazisti che ad Auschwitz ci guardavano con spavento, e ne ebbi pietà. Ma mi ci vollero anni per capirlo”.

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