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Il nazista qualunque

Un ritratto inquietante e allo stesso tempo familiare

Di Barbara Balcon.

La soluzione finale fu definita per la prima volta nel gennaio del 1942 con la conferenza di Wannsee, i cui verbali costituiscono uno dei più importanti documenti sulla Shoah. Immaginare i partecipanti intenti a discutere di questioni ideologiche o morali è tanto vicino al senso comune quanto lontano dalla realtà. In quell’incontro, infatti, i nazisti si preoccuparono piuttosto degli aspetti pratici dello sterminio, per poi dedicarsi al riposo con grande soddisfazione.
Una vicenda che potrebbe apparire completamente assurda, quasi irreale. Non è possibile, allora, fare a meno di chiedersi chi ne siano stati i protagonisti: chi erano i nazisti?

Nell’immaginario collettivo il nazista per eccellenza è Hitler, che incarna quelle caratteristiche che sole sembrerebbero poter spiegare ciò che è avvenuto: follia e sadismo. Ma è forse possibile affermare che ogni persona coinvolta nei misfatti del Terzo Reich fosse un malato o possedesse un’indole crudele per natura? Difficile immaginare un’epidemia di tali proporzioni. E allora, accanto a follia e sadismo, devono esistere altri fattori.

Questi emergono se ci si sofferma su un personaggio che può rappresentare l’archetipo del nazista qualunque, ben più dello stesso Hitler. Si tratta di Adolf Eichmann, processato a Gerusalemme dopo un periodo di latitanza in Sudamerica, diversi anni dopo Norimberga.
Numerose perizie psichiatriche non rilevarono nulla che impedisse di definirlo come del tutto “normale”, con grande sorpresa degli stessi dottori che se ne occuparono.Nell’arco del lungo processo reso celebre da Hannah Arendt furono raccolte numerose testimonianze, da cui emerge la sua principale caratteristica: la banalità. Il perfetto nazista è una persona più che normale, è un omuncolo banale. Ciò si declina in vari aspetti della personalità di Eichmann, un esempio così lampante da poter essere accomunato ai dannati che Dante sceglie per il suo Inferno.

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Sia durante le sue risposte alle domande dell’accusa che negli argomenti in sua difesa appare evidente un certo egocentrismo: i fatti che considera importanti sono quelli cruciali per la sua carriera, non per la storia mondiale. Così, nel raccontare la già citata Conferenza di Wannsee si sofferma sui suoi contatti con varie persone illustri, piuttosto che sugli argomenti trattati.
Un altro aspetto fondamentale è il rapporto di Eichmann con la linguatedesca, uno scontro da cui egli, come afferma Hannah Arendt, usciva immancabilmente sconfitto. Eichmann, infatti, aveva difficoltà ad esprimersi in maniera efficace, ricorrendo molto spesso all’utilizzo di frasi fatte, proverbi popolari o citazioni illustri che fossero. Grazie a questi motti dai toni roboanti Eichmann si esaltò anche in punto di morte. Non stupisce, quindi, che i discorsi del Führer facessero grande presa sulle masse e nemmeno sembra troppo avventato individuare una stretta correlazione tra pensiero e linguaggio e ipotizzare che Eichmann facesse ricorso tanto a frasi fatte e a slogan esaltanti quanto a “pensieri fatti” e a “pensate esaltanti”.

Non sarebbe, tuttavia corretto concludere di conseguenza che Eichmann fosse una persona totalmente ignorante. Pur poco istruito, egli non era privo di cultura, piuttosto ne possedeva una estremamente superficiale. Agli inizi della sua carriera era considerato un esperto in questioni ebraiche, quando, in realtà, egli aveva semplicemente letto alcune opere di autori sionisti.
L’esempio forse più eclatante dell’approccio di Eichmann al sapere è la sua citazione addirittura della “Critica della ragion pratica” di Immanuel Kant, che egli pensava di sottoporre alla giuria del processo come validissima giustificazione del proprio operato. Egli, infatti, aveva frainteso il pensiero del celebre filosofo prussiano, arrivando ad identificare l’imperativo categorico (meglio noto come “devi perché devi”) con i comandi dei superiori. Risulta, quindi, evidente l’assenza di un pensiero critico e una volontà di reale comprensione.
Poco importa che si tratti di un detto popolare, di una frase del Führer o di un affermato filosofo: anziché un bagaglio culturale, Eichmann si costruiva una sorta di “cassetta degli attrezzi” da cui sfoderare lo strumento più opportuno per la necessità del momento.
Se, infatti, egli avesse realmente riflettuto sul pensiero kantiano, si sarebbe reso conto di come quell’imperativo morale sia quello della coscienza e di come il principio dell’universalità dell’azione individuale fosse agli antipodi del proprio operato.
Come nell’epitaffio di Kant è riportata la famosa frase: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, così Eichmann ha voluto essere ricordato con una frase ad effetto, incurante del fatto che questa fosse manchevole di un reale significato: “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò.
Come gli eroi romantici, Catone l’Uticense o il Pompeo della Pharsalia (per citare solo alcuni esempi) con la morte hanno confermato l’eccezionalità della loro vita, così Eichmann morendo ha dimostrato la granitica ed inossidabile banalità della propria.

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Quest’analisi, come ogni giudizio storico, non va limitata a fenomeni passati, ma deve essere anche e soprattutto una riflessione sul presente. Pensiamo a come sia comune snocciolare aforismi sui social network giusto per non lasciare uno spazio vuoto e quanti presunti adoratori di Oscar Wilde (celebre proprio per i suoi epigrammi) non conoscano l’estetismo, a quante volte dopo un colloquio di lavoro andato male ci accontentiamo di un “chiusa una porta, si apre un portone”, a quante volte guardiamo i soliti film ricchi di cliché, a quante volte consoliamo chi è in lutto con un “ora è in posto migliore” pur non essendo credenti, a quante volte liquidiamo l’amico depresso con “la vita è come uno specchio: ti sorride se tu le sorridi”.
E chi sa che a questa gremita schiera di banalità non si aggiunga anche quella del male.

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