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Chi è Bolsonaro e cosa ha promesso al Brasile?

Di Chiara Gilardi

A termine di quella che si dice essere stata l’elezione più imprevedibile dal 1985, che ad un certo punto ha visto il candidato di estrema destra lanciare offensive da un letto d’ospedale e quello dei lavoratori difendere (e difendersi) dal carcere, il Brasile ha trovato il suo nuovo Presidente: con il 55,29% di consensi (58 milioni di voti) è Jair Messias Bolsonaro, del Partito Social-Liberale.

Non si può dire invece che abbia trovato la pace, dopo mesi di campagna elettorale, segnata da un contrasto “Ele Sim/Ele Nao”, senza sfumature, come se si trattasse di un referendum. Sentendo il parere dell’elettorato sulla propria scelta di voto, sono quindi molti coloro che affermano di non avere avuto opzioni: se da un lato è stato perché non si è razzisti, sessisti, omofobi, sostenitori delle armi e contro l’ambiente, dall’altro è stato perché, di fronte a condanne, processi penali ed impeachment che hanno raggiunto persino i vertici, non si può più perdonare la corruzione della passata classe dirigente. Ed è proprio su questi temi (più che in fatto d’economia e lavoro) che si sono accaniti i due candidati passati al secondo turno, il “petista” Fernando Haddad, delfino dell’ex presidente-operaio Lula da Silva, e il nazional-conservatore Bolsonaro. Ma chi è Bolsonaro e cosa ha promesso al Brasile?

IL TRUMP DEI TROPICI

I suoi statement hanno fatto il giro del mondo, e così da subito l’Occidente lo ha ribattezzato il Donald Trump del Brasile. Molti sono i punti in comune, a partire dal suo motto: “il Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti”, che rispecchia un nazionalismo trumpiano rivisitato in chiave religiosa.

Come il presidente degli Stati Uniti, sostiene la tesi secondo cui l’accordo sul clima di Parigi sarebbe un pessimo accordo per il suo paese. Secondo i suoi piani, il “polmone verde del mondo” verrebbe così incancrenito dai grandi interessi economici privati che vorrebbero sfruttare l’Amazzonia, il ministero dell’ambiente verrebbe soppresso ed accorpato con quello dell’agricoltura e negato qualsiasi ulteriore diritto sulla terra ai popoli indigeni.

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Da populista come si deve, sarà guerra anche sul fronte immigrazione, sicurezza, burocrazia e corruzione. Squisitamente trumpiane sono invece le sue frequenti “perle”, echeggiate poi dai titoloni dei giornali progressisti. “Non ti stupro perché non te lo meriti”; “Meglio un figlio morto che un figlio gay”; “Distruggeremo tutte le forme di attivismo”. I suoi oppositori non vogliono neanche nominarlo, preferiscono chiamarlo con il soprannome “Lui no” lo slogan coniato dalle donne, divenuto poi un simbolo di lotta in Brasile.

Sarà davvero così inaccettabile la sua politica? Loris Zanatta, professore di Storia dell’America Latina all’Università di Bologna e senior advisor ISPI, non si definisce ipercatastrofista: la storia brasiliana non è una storia di grandi leader che abbiano calpestato le istituzioni intermedie, ovvero quelle che limitano i poteri dell’esecutivo (considerate tra queste anche le forze armate, gli Stati Uniti e le big corporations). E così anche Bolsonaro dovrà scontrarsi con il suo prossimo peggior nemico: quella sorta di presidenzialismo proporzionale che costituisce la forma di governo della sua nazione. Non sarà facile infatti, in un Parlamento tra i più frammentati al mondo – si parla di quasi 30 partiti – trovare una coalizione per ogni provvedimento legislativo.

L’OUTSIDER

Tralasciando i 27 anni in qualità di Deputato federale di Rio de Janeiro, Bolsonaro è pur sempre considerato un’outsider (forse per il suo curriculum politico che riporta solo 2 progetti di legge approvati su un totale di 171 presentati). Comunque sia di questi tempi un’outsider viene percepito maggiormente come un’incorruttibile che come un’incompetente, e dunque a Bolsonaro giova tale reputazione: lui che ha riconosciuto candidamente di avere una comprensione superficiale dell’economia, intende farsi paladino dell’anticorruzione e della sicurezza. Qui l’opposizione gli ha regalato ampi margini di consenso quando è venuto a galla il caso “Lava Jato” una sorta di Mani pulite brasiliana: prima Lula, reso incandidabile nonostante la sua popolarità perché condannato a dodici anni per corruzione ed imputato in altri sei processi; poi Dilma Rousseff, ultima presidente sospesa per impeachment dalle funzioni di governo nel maggio 2016. A questo proposito, per risolvere il problema, l’Outsider ha spesso minacciato da casa in diretta Facebook l’establishment e tutta l’opposizione: “o vanno all’estero, o vanno in prigione”.

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IL CAPITANO

Al servizio della patria per 17 anni, Bolsonaro fece lunga vita militare ai tempi della dittatura fino a conquistare il grado di Capitano, carriera questa forse di maggior successo rispetto a quella politica. I suoi superiori lo ricordano come “ambizioso ed aggressivo”. Questi tratti potrebbero non aver mai smesso di caratterizzarlo e anzi spiegare alcune sue convinzioni politiche.

Ad esempio, secondo il Capitano, l’unico errore del regime dittatoriale rimasto in vigore fino a 34 anni fa è stato quello di torturare, invece che uccidere: “la situazione del paese sarebbe migliore oggi se la dittatura avesse ucciso più persone.” Così la sua linea politica per fronteggiare la criminalità prevede la pena di morte per qualsiasi crimine premeditato, maggiore autonomia e più poteri alle forze dell’ordine, che dovranno avere capacità di uccidere poiché “un poliziotto buono in questo paese è un poliziotto morto.” Più potere anche ai cittadini che fin da bambini devono saper sparare per evitare di crescere generazioni di vigliacchi. Molta gente non prende sul serio queste sparate elettorali, ma l’immagine che l’ex militare si è costruito in tema di sicurezza è sicuramente più credibile rispetto a quella dei politici precedenti, che restituiscono oggi un paese dove si registrano 62000 omicidi all’anno.

IL PRESIDENTE SOCIAL

La rete Globo che in diversi studi ha dimostrato di condizionare le decisioni più intime dei brasiliani, tanto affezionati alle sue novelas, questa volta sembra non aver plasmato il nuovo Presidente: Geraldo Alckmin, del Partito Social Democratico Brasiliano (PSDB), ha goduto in campagna di 5 minuti e 32 secondi di pubblicità elettorale, più del doppio di Haddad (2 minuti e 33 secondi) e ben 42 volte il tempo di Bolsonaro (cioè…8 secondi). Ma se l’impero nazionale della TV non è riuscito ad “inglobarlo”, dal letto d’ospedale a cui è stato costretto dopo un attentato a inizio campagna, Bolsonaro ha trovato sfogo ed arma vincente nei social media. Vale la pena ricordare che questo è un popolo che spende una delle maggiori percentuali di tempo giornaliere al mondo sui social network e che sei brasiliani su dieci si informano via WhatsApp; ed è proprio attraverso questo canale che sono circolate vorticosamente le più grandi bufale elettorali.

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A questo proposito, si è verificato un risvolto giudiziario. Il partito dei lavoratori ha denunciato il Presidente Social al tribunale elettorale: avrebbe pagato fino a 3 milioni di euro ad agenzie private per diffondere su questa chat messaggi di propaganda e contro l’avversario più temuto, Haddad. In Brasile è vietato. Se il tribunale dovesse condannarlo, Bolsonaro risulterebbe ineleggibile per 8 anni. Lui, tuttavia, si professa tranquillo e fa una promessa anche al nostro paese: se diventerà presidente, verrà consegnato alle nostre autorità il terrorista italiano Cesare Battisti, condannato all’ergastolo e rifugiatosi in Brasile, che fino ad oggi non lo ha estradato in Italia.

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