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Interviste

Con la scrittura si (con)vive: 3 domande e 3 risposte per conoscere Beatrice Masini

di Marta Mancini

Mi catapulto nella stanza, per l’intervista abbiamo poco tempo. Beatrice Masini è lì, mi accoglie con un sorriso dolce, ci presentiamo, anche se lei non ha bisogno di presentazioni: nota scrittrice per adulti e ragazzi, ora direttore editoriale di Bompiani, ha iniziato come giornalista, e per il pubblico italiano è lei ad avere in mano le chiavi del magico mondo di Hogwarts, grazie alle sue traduzioni di Harry Potter.

Ma mentre ci stringiamo la mano, lei non sa una cosa: ci eravamo già incontrate, una decina di anni fa, quando passavo le giornate a leggere, e mi ero persa tra le righe dei suoi libri; una collana, in particolare: quella di Scarpette Rosa, che ha occupato le mie estati di bambina. Glielo confesso, lei ride, “Non ci credo, che buffo!”, esclama.

Da piccola facevo danza, ed ho sognato spesso di diventare una di quelle ballerine che lei, tanto amorevolmente, descriveva. Ma il suo sogno da bambina qual era? La scrittura è sempre stata presente?

Sì, da quando ho cominciato a ragionarci sopra; ed ero piccola, avevo sette o otto anni. Mi piaceva tantissimo leggere – era la cosa che preferivo fare in assoluto – e mi sono detta: proviamo a vedere se sono capace di scrivere una storia. Quindi ho cominciato così, e da allora ho sempre risposto, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, che volevo fare la scrittrice. Poi ho capito che non si diventa scrittori a 18, 19 o 20 anni, finito un corso di studi. Allora dicevo: voglio fare la giornalista e la scrittrice – comunque io volevo scrivere. E infatti ho fatto per dieci anni la giornalista per due quotidiani, il che mi consentiva di scrivere tutti i giorni; non erano le storie mie, erano le storie degli altri, però comunque potevo usare lo strumento che mi veniva più naturale, che mi piaceva di più, e ad oggi è la cosa che mi costa meno fatica.

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Una vita dedicata alla scrittura.

La scrittura mi isola dal resto del mondo: quando lavoro sono sempre molto vigile; quando scrivo no, sono vigile, ma sempre dentro lo scrivere. È l’unica bolla in cui, in qualche modo, il tempo si ferma. Non vuol dire che sia particolarmente piacevole o facile, perché tante volte è un corpo a corpo con te stesso, non ottieni quello che vuoi, stai provando; la fatica è proprio quella di trovare la forma giusta per le cose che vuoi dire; a volte non sai neanche cosa stai per dire. È un momento molto faticoso, ma è anche un momento di sospensione di tutto il resto.

Però definirla solo una scrittrice è molto riduttivo, perché oltre a quello, lei, appunto, è anche traduttrice, direttore editoriale, giornalista… in che modo questi diversi ruoli si influenzano tra di loro?

Io credo di aver avuto una grande fortuna: quella di poter fare dei lavori che sono tutti connessi tra loro; cioè che si parlano, in qualche modo. Tante volte uno scrive, ma nella vita fa altro: il medico, l’accademico – molto spesso gli scrittori sono insegnanti. Io invece ho questa fortuna di fare due mestieri che sono in continua comunicazione, sono vasi comunicanti, anche proprio nell’equilibrio; poi, certo, ci sono volte in cui essere molto occupata sull’altro fronte mi fa patire. Però so anche che la scrittura ha tempi molto lunghi, bisogna lasciare lì, bisogna pensarci, rifletterci; non è un rush, è un qualcosa su cui bisogna tornare molto lentamente. Quindi va bene anche darle questi tempi lunghi, mentre il tempo prevalente della giornata è dedicato ai libri degli altri. D’altra parte, a me leggere continua a piacere tantissimo, è ancora la cosa che preferisco fare. Quindi l’idea di poter leggere per mestiere, e fare delle scelte, e portare degli autori che mi fanno provare qualcosa di speciale, sentire una voce nuova che viene da un altro mondo, scoprire un giovane scrittore, magari anche italiano, oppure straniero… è proprio qualcosa di bello, e avere la possibilità di farlo con lo strumento della casa editrice è davvero qualcosa di speciale. In questo si parlano questi mestieri.

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E la traduzione?

La traduzione anche, perché è una forma di scrittura, però è allo stesso tempo un servizio verso un’altra forma di scrittura ancora, verso un’altra poetica. Anche quello è molto importante e utile, perché ti dà un’altra sensibilità nel valutare i testi altrui; leggendoli da dentro, con questo scopo di “smontarli” e “rimontarli”, capisci un sacco di meccanismi che ti servono anche poi per valutare i libri degli altri, e servono anche molto per essere poi valutati nella propria forma, nel proprio modo di scrivere. Quindi tutto si tiene in qualche modo. È molto faticoso, perché sono tutte cose impegnative, ma è anche molto bello.

«La traduzione è una delle poche attività umane in cui per principio accade l’impossibile» (Marie von Ebner-Eschenbach). Spesso il verbo tradurre viene accostato al verbo tradire: lei è d’accordo?

Abbastanza. Ci sono poi lingue più affini; i mondi che rappresentano sono un po’ più affini ai nostri, quindi si può “tradire” di meno; e ci sono anche forme letterarie che si “tradiscono” meno rispetto ad altre. È sempre una grossa sfida, è sempre una grossa responsabilità, però anche una grossa gioia. Quindi sì, sicuramente è qualcosa di quasi impossibile, però lo facciamo sempre, lo facciamo tantissimo. In America traducono meno, solo il 3-4% dei libri, per il resto pubblicano solo libri in inglese, e trovo che sia una grande mancanza. Ci sono poi case editrici piccole, per lo più indipendenti, che invece fanno questo lavoro di scouting sul resto del mondo e quindi sono più aperte: è davvero la possibilità di ascoltare altre voci dal mondo, quindi è molto importante fare libri in traduzione – ovvero, comprare libri, farli tradurre e proporli al nostro pubblico. 

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Ultime due domande flash: il libro che ha ora sul comodino? Non per lavoro, ma per piacere.

Ho appena finito di leggere un piccolo libro di Herman Koch. Lui è pubblicato da Neri Pozza ed è famoso per un libro che è uscito qualche anno fa, un libro terribile, che s’intitola La Cena, e parla di legami famigliari, una specie di commedia nera familiare. E questo che sto leggendo s’intitola Easy Life. È proprio piccolino, ma sono sempre i suoi temi: questi rapporti strani, rapporti tesi dentro la famiglia, che è un meccanismo veramente pericoloso.

E il libro che tutti dovrebbero avere sul comodino?

A scelta, ma che sia di poesia.

Finiamo l’intervista con un sorriso, entrambe pensando a quelle Scarpette Rosa che ci hanno fatto incontrare. Ci mettiamo in posa per la foto di rito. “E quindi da piccola facevi danza?”, mi chiede. “Sì, ma poi ho smesso, purtroppo.” Sorride, “Nella vita non c’è spazio per tutto”. Il tempo per la foto finisce, ci stringiamo la mano, la ringrazio, mi spingono fuori dalla stanza, la Masini ha altre tre interviste e poi deve scappare all’incontro in università. Ma quell’ultima frase continua a rimbombarmi nella testa. E mentre mi allontano lungo i corridoi penso che no, nella vita, in effetti, non c’è spazio per tutto; e non è una tragedia.

Ma sicuramente, per ognuno di noi, c’è almeno una cosa per cui lo spazio non manca mai. E la mia qual è?

Si ringrazia l’associazione Bocconi d’Inchiostro

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