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Interviste

Il tempo di un caffè: intervista a Paolo Giordano

di Marta Mancini

Nella calura di una primavera arrivata con troppo anticipo, mi accolgono i suoi occhi azzurri. Poi un sorriso, una mano tesa, e un amichevole “diamoci del tu”.

Paolo Giordano lo descriverei come un uomo che della vita e dell’uomo cerca di capire tanto, ma con la profonda leggerezza di un attento spettatore. Torinese, classe 1982, è un brillante fisico con il tarlo della scrittura: nel 2008 inizia a pubblicare racconti che si evolvono presto in veri e propri romanzi, di notevole successo.

È qui per l’evento di Bocconi d’inchiostro, che tra poco avrà inizio: per l’intervista abbiamo pochi minuti, ma trovo il tempo di dirgli che La solitudine dei numeri primi, il suo primo romanzo, mi ha fatto tanta compagnia la scorsa settimana, mentre lo leggevo. Apprezza, ma ridendo mi rimprovera: “…sei rimasta un po’ indietro!”

Come dargli torto: quel libro ha da poco compiuto dieci anni. Nel 2008, l’anno di uscita, è stato il libro più venduto in Italia (più di un milione di copie acquistate) e soprattutto, gli è valso il Premio Strega, rendendolo il più giovane scrittore ad averlo mai vinto (aveva solo 26 anni). Nel frattempo, sono usciti altri tre romanzi: Il corpo umano nel 2012, Il nero e l’argento due anni più tardi, e Divorare il cielo, ancora caldo di stampa, del 2018.

Paolo Giordano nasce fisico. La scrittura, però, è sempre stata latente durante i suoi studi?

Mi piace la parola che hai usato: latente. Sì, è sempre stata molto latente: da giovane, prima di scrivere racconti scrivevo canzoni, quindi la scrittura l’ho sempre praticata. Però era latente rispetto a quello che mi sembrava essere il binario principale della mia vita: gli studi, la ricerca… Ciò che non era latente, ma che è sempre stato piuttosto vivo, è la lettura. Io ancora adesso mi considero principalmente un lettore molto assiduo, e la scrittura è un’emanazione che viene da questo leggere.

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[Fa una pausa, alza lo sguardo, strizza gli occhi, poi torna a guardarmi] Separiamo troppo le cose: lettura e scrittura sono sempre complementari. Se sono separate, c’è qualcosa che non va.

Tornando invece a La Solitudine Dei Numeri Primi: io credo che lo scrittore metta sempre qualcosa di sé nei propri personaggi. Allora mi sono chiesta: cosa c’è di Paolo Giordano in Mattia e Alice, i protagonisti del romanzo?

C’è tanto, c’è un po’ di tutto. Mattia mi assomiglia di più: è maschio, studia fisica… ha anche una cosa che è molto mia: questo fatto di non voler avere troppa parte nel disfacimento delle cose. Tutti i suoi sforzi sono un po’ tesi a quello, no? A non creare ulteriori danni. Penso di avergli trasferito questa mia caratteristica. Però, secondo me, la parte interessante di loro è quella più universale, che i lettori hanno confermato: questa strana idea che tutti, almeno in certi momenti della vita, abbiamo voglia di essere unici e non condivisibili. [Altra pausa, più lunga e riflessiva] E poi da una parte questa è una verità, ma anche una gabbia.

Quando ho trascritto l’intervista intera non arrivava ad occupare una pagina. Troppo corta? Mi sono consolata, ricordandomi che alcune delle cose più piacevoli della vita non sono mai troppo lunghe: un sorso di caffè, una sigaretta, il verso di una poesia.

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