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LawOn Campus

Revenge porn

di Martina Nicelli


Questo articolo introduce l’evento dell’associazione Keiron – la casa dei Penalisti, che si terrà giovedì 9 maggio in aula 14 alle 18.00.


Negli ultimi anni è capitato di sentir parlare assai spesso di “revenge porn”, locuzione di origine anglosassone che associa la parola “vendetta” (revenge) a quella di pornografia, un fenomeno che ha assunto dimensioni a dir poco preoccupanti. Complice è sicuramente una presenza costante e massiccia dei social media nella vita quotidiana: con “revenge porn” si intende infatti l’uso distorto che viene fatto di immagini o video privati, a sfondo sessuale, che vengono diffusi sui social network o sul web a scopi vendicativi o estorsivi e senza il consenso della persona ritratta. Un’ulteriore complicazione di tutto ciò che avviene a mezzo internet è che, dopo un semplice clic, si perde il controllo di ciò che si è pubblicato sul web, con conseguenze devastanti per le vittime di questo comportamento.

Il “revenge porn” è talvolta anche descritto come una forma di abuso psicologico, violenza domestica o abuso sessuale. Lo scopo è solitamente quello di umiliare la persona coinvolta per ritorsione o vendetta: non a caso, le immagini sono spesso corredate da informazioni sufficienti per identificare il soggetto ritratto, che sia il nome, la posizione geografica, link ai profili sui social media o addirittura indirizzi delle abitazioni o del posto di lavoro.

Il “revenge porn” è talvolta anche descritto come una forma di abuso psicologico, violenza domestica o abuso sessuale. Lo scopo è solitamente quello di umiliare la persona coinvolta per ritorsione o vendetta: non a caso, le immagini sono spesso corredate da informazioni sufficienti per identificare il soggetto ritratto, che sia il nome, la posizione geografica, link ai profili sui social media o addirittura indirizzi delle abitazioni o del posto di lavoro.

È impossibile negare come la tecnologia sia sempre più presente nelle nostre vite e come, di conseguenza, anche le relazioni si stiano trasformando. Una delle conseguenze più evidenti della diffusa tendenza di condividere tutto online è il c.d. sexting (ovvero l’invio di messaggi, testi e/o immagini sessualmente espliciti), di cui il “revenge porn” costituisce una preoccupante deriva.

Il fenomeno colpisce soprattutto le nuove generazioni: non è strano che oggi alcune relazioni possano nascere solo ed esclusivamente online. Secondo alcune ricerche condotte nell’arco dell’anno 2018, il 24% dei ragazzi tra i 13 ed i 18 anni ha scambiato almeno una volta immagini intime con il partner via chat o social (sexting). Tra questi, il 15% ha subìto la condivisione con terzi di questo materiale, senza consenso. Il 49% delle vittime ha affermato che il motivo alla base di questo gesto sarebbe stato un banale “scherzo”, mentre c’è chi, in percentuale minore, ha affermato che le motivazioni sarebbero state il ricatto (11%) o la vendetta (7%).

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A dimostrazione di quanto sia diffuso questo fenomeno, nel mese di gennaio sono stati individuati su Telegram (applicazione di messaggistica istantanea, simile a WhatsApp) una serie di gruppi dedicati al “revenge porn”. In uno di questi gruppi, denominato Canile 2.0, i membri si scambiano materiali fotografici, video e numeri di telefono di ragazze molto giovani, possibilmente minorenni, rubati senza il loro permesso, scatti di ragazze immortalate sui mezzi pubblici, in un negozio, per strada senza che se ne accorgano. In questo gruppo si trovano numeri di telefono di ex che gli utenti vogliono “punire”, si cercano video di violenze sessuali.

La cronaca ha dimostrato come a perpetrare il ricatto sessuale siano soprattutto persone legate alla vittima da un rapporto sentimentale (coniugi, compagni/e, fidanzati/e), che agiscono in seguito alla fine di una relazione per “punire” o umiliare gli ex, facendo uso delle immagini o dei video in loro possesso. Frequentemente si tratta di selfie scattati dalla stessa vittima e inviati all’ex partner, oppure di video girati in intimità con la convinzione che sarebbero rimasti nella sfera privata. Spesso, si tratta di scatti e riprese avvenuti di nascosto, senza che una delle parti ne fosse consapevole. Non può essere dimenticato il caso di Tiziana Cantone, giovane donna napoletana i cui video hard avevano iniziato a circolare in rete, e di come la presenza online di questi l’abbiano spinta al suicidio.

A seguito di diversi casi di cronaca legati al “revenge porn” in alcuni paesi sono stati assunti provvedimenti atti a contrastare il fenomeno: in Australia sono state approvate leggi che criminalizzano la distribuzione o minaccia di distribuzione di foto o video intimi; il Canada ha introdotto una legge che rende un reato la distribuzione non consensuale di immagini intime realizzate sotto una ragionevole aspettativa di privacy; nel Regno Unito la divulgazione di fotografie o video di carattere sessuale, se fatta senza il consenso di una persona che appare nella foto o nel video e con lo scopo di causare sofferenza, è considerata reato; Israele ha introdotto una pena di 5 anni per la condivisione di video sessualmente espliciti senza consenso della persona ritratta; negli Stati Uniti 39 stati hanno leggi specificatamente dedicate al “revenge porn”.

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Nei paesi nei quali non è disciplinato come reato, il “revenge porn” può comunque essere ricondotto ad altre fattispecie: molestia, violazione della privacy, diffamazione e, in alcuni casi particolarmente gravi, anche istigazione al suicidio.

L’Italia fa parte di questi paesi: infatti, all’interno del nostro ordinamento non esiste (ancora) una legge specifica sul “revenge porn”, il quale rientra nella fattispecie del reato di diffamazione e violazione della privacy. In quanto tali per il momento, esse sono affidate al Garante della Privacy, e per questo motivo ricorrere in giudizio richiede un lungo lasso di tempo.

A seguito di quanto detto, si può facilmente percepire perché l’esigenza di una legge specifica che contrasti questo comportamento odioso si sia fatta sempre più pressante nel nostro Paese. Nell’autunno del 2018 una petizione, lanciata da Insieme in Rete, I Sentinelli e Bossy, ha raggiunto in pochissimo tempo le 100 mila firme. Insieme in rete, associazione che si occupa di favorire un corretto esercizio della cittadinanza digitale, ha dichiarato che, a seguito di segnalazioni su un sito che conteneva materiale che poteva essere esempio di revenge porn, ha sporto denuncia pubblica. La petizione in questione è stata in seguito firmata dall’ex presidente della Camera Laura Boldrini, la quale si è data da fare per iniziare un percorso legislativo che porti alla stesura di un articolato.

La discussione sull’introduzione del reato di “revenge porn” è sicuramente un tema caldo, che ha interessato le ultime settimane. Il 28 marzo scorso, infatti, un emendamento al c.d. ddl “Codice rosso” proposto da Forza Italia, Partito Democratico e Liberi e Uguali è stato respinto dalla Camera dei Deputati, con 232 voti contrari e 218 voti favorevoli. L’emendamento in questione, bocciato dai voti contrari di Lega e Movimento 5 Stelle, sarebbe andato a riempire un vuoto normativo italiano introducendo un nuovo tipo di reato (il c.d. “revenge porn”, appunto). Nel pomeriggio dello stesso giorno le deputate di PD e Forza Italia hanno protestato alla Camera, sostenendo che il testo in questione vada approvato con urgenza, in nome di una collaborazione che fronteggi i comportamenti di violenza sulle donne. Stefania Prestigiacomo di Forza Italia ha affermato che “Oggi stiamo scrivendo una bruttissima pagina di storia parlamentare”.

La discussione è stata ripresa martedì 2 aprile 2019 con la presentazione di un nuovo emendamento della commissione, condiviso da tutte le forze politiche, da parte della relatrice del provvedimento Stefania Ascari del Movimento 5 Stelle. Il testo riprende in buona parte l’emendamento dell’azzurra Federica Zanella su cui si erano bloccati i lavori la settimana precedente.

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Il nuovo emendamento, approvato all’unanimità con 461 voti a favore, introduce il reato di “revenge porn”, il quale non si limita a prevedere, per chi invia, consegna, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso delle persone rappresentate una multa (da 5000 a 15000 euro), ma anche la reclusione da uno a sei anni. La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, oppure se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

Il testo si occupa anche del danno che possa essere causato nei confronti di persone in condizioni di inferiorità: se i fatti sono commessi in danno di questi, la pena viene aumentata da un terzo alla metà. Questo aumento di pena si verifica anche se il fatto si compie nei confronti di una donna in stato di gravidanza.

Il delitto viene punito a querela della persona offesa ed il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si può procedere tuttavia d’ufficio quando i fatti sono commessi nei riguardi di persona in stato di inferiorità fisica o psichica o di una donna in gravidanza, “nonché quando il fatto è commesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”.

Dopo il voto favorevole sull’emendamento, tutta la maggioranza ed il governo si sono alzati in piedi ad applaudire. Tutti i deputati M5S hanno messo dei fiori rossi nei calamai dei loro scranni, mentre quelli della Lega indossavano un nastrino rosso.

La violenza sulle donne è «un’autentica emergenza» di fronte alla quale «non c’è più tempo da perdere. La cronaca ci ricorda in modo spietato, ogni giorno di più, la portata e la drammaticità del problema. I numeri sono allarmanti. Intervenire è dovere morale delle istituzioni”, commenta il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. “Con questa legge le donne che trovano il coraggio di denunciare avranno una risposta immediata dallo Stato”.

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