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L'arrembaggio

Get Brexit done: più facile a dirsi

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Con questo articolo si apre la rubrica L’arrembaggio, appuntamento periodico che vedrà la pubblicazione delle analisi politico-economiche di Tortuga.

“Get Brexit Done”: questo è stato il messaggio della campagna elettorale del Partito Conservatore, ripetuto come un mantra da Boris Johnson, il grande vincitore delle ultime elezioni britanniche. Johnson ha ottenuto infatti 365 deputati, una ventina in più di quanto previsto e oltre 45 in più di quelli richiesti per avere la maggioranza. Un risultato di poco inferiore a quello della Thatcher negli anni ’80, e al contempo la peggiore sconfitta laburista dal 1935.

Quella che alcuni media avevano definito “the most important election in a generation” rischia di avere effetti profondi sul sistema politico britannico. La vittoria dei Tories è dovuta infatti in buona parte alle conquiste registrate nel Red Wall, l’insieme di collegi uninominali fra il Galles e il confine con la Scozia che per decenni ha rappresentato la roccaforte laburista, incluso il vecchio collegio di Tony Blair. I conservatori hanno sfruttato il fatto che in queste aree, la maggior parte oggi deindustrializzate, nel 2016 aveva dominato il voto a favore del Leave. Proprio la volontà di concludere la Brexit ha portato molti a barrare per la prima volta il simbolo dei Tories, nonostante i tentativi laburisti di allontanarsi dalla tematica della Brexit e riaccreditarsi nei confronti della working class britannica con un ambizioso programma di nazionalizzazioni e investimenti pubblici.

Questa elezione riuscirà a garantire un percorso più deciso per ultimare la Brexit, almeno in una prima fase, grazie a una maggioranza non più bisognosa dei voti dei nordirlandesi lealisti del DUP e senza più “ribelli” conservatori pro-Remain. Molte meno certezze vi sono invece sulla fase successiva. L’accordo stabilisce infatti l’uscita dal mercato unico e l’adozione di un sistema di immigrazione più rigido, ma ciò si applicherebbe comunque solo al termine di un periodo di transizione previsto fino al 31 dicembre 2020. Entro tale data sarà necessario negoziare e ratificare un accordo che stabilisca nel dettaglio le nuove relazioni fra Regno Unito e UE, ma il tempo sarà tiranno e l’attuale negoziatore capo dell’UE lo ritiene sufficiente solo per un accordo di massima, mentre Johnson ha già escluso di richiedere proroghe entro il termine ultimo del 1° luglio.

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Il 2020 rischia inoltre di essere l’anno in cui le tensioni interne al Regno Unito esploderanno: la Scozia, pro-remain nel 2016, ha infatti premiato il SNP, partito pro-indipendenza della PM scozzese Nicola Sturgeon, che ha conquistato ben 48 seggi su 59 ed ora, con il vento in poppa, ha promesso di rilasciare nei prossimi giorni un manifesto per un nuovo referendum per staccarsi dal Regno Unito e, in futuro, aderire all’Unione Europea. Allo stesso tempo, un mancato accordo fra UK ed UE attiverebbe il backstop nordirlandese rischiando di incendiare una situazione già calda fra lealisti ed unionisti.

Un ultimo ostacolo potrebbe essere rappresentato dalle elezioni americane che a novembre vedranno coinvolto Donald Trump, grande sponsor di Johnson e della Brexit in chiave anti-UE. Il tempo per chiudere un accordo commerciale sarà poco, ed un eventuale presidente democratico alla Casa Bianca potrebbe porre condizioni commerciali meno favorevoli al Regno Unito. Le lancette per Boris Johnson hanno già ricominciato a correre: se ora i numeri in Parlamento sono a suo favore, “getting Brexit done” non sarà comunque uno scherzo.

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