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EconomicsL'arrembaggio

Big tech e tasse. Forse troppo poco è cambiato

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È ufficiale: Alphabet, la casa madre di Google, dice addio al cosiddetto “Double Irish, Dutch Sandwich”, ovvero quel sistema di ottimizzazione fiscale reso possibile dalla legislazione irlandese che si stima abbia garantito a diverse multinazionali americane un risparmio di centinaia di miliardi di dollari in tasse. La notizia risale al 31 dicembre scorso, quando la società di Mountain View ha annunciato una semplificazione della struttura aziendale che prevede il ritorno di tutti i diritti di proprietà intellettuale negli Stati Uniti, da dove verranno poi licenziati.

Inutile dire che la decisione non sembra essere dovuta a un ripensamento di natura etico-morale, quanto all’evoluzione del quadro politico-normativo. Infatti, a fine 2020 scade la deroga che l’Irlanda, spinta dalle autorità europee e americane a eliminare le agevolazioni fiscali già nel 2014, aveva concesso alle società già nello schema. Inoltre, negli Stati Uniti, il Tax Cuts and Jobs Act varato dall’amministrazione Trump nel 2017 ha creato un ambiente più favorevole per le società, istituendo un’aliquota unica del 21% sui redditi di impresa ed esentando dalla tassazione gli utili riportati in patria dopo essere stati realizzati e tassati all’estero. Infine, va ricordato anche il grande impegno dell’Ocse-G20 nel contrasto all’elusione fiscale internazionale, concretizzatosi nel progetto “Base Erosion and Profit Shifting”.

La chiusura di una delle più note scappatoie fiscali non significa che il problema sia stato risolto. Al contrario, il fatto che molte aziende abbiano volontariamente abbandonato schemi di elusione fiscale con largo anticipo sulle scadenze imposte è visto dagli esperti come un segnale della presenza di nuove, più evolute architetture. A tal proposito, è stato giustamente notato come, nonostante la tradizione statunitense sia caratterizzata dalla “delocalizzazione” della proprietà intellettuale, anche la detenzione domestica di quest’ultima possa essere compatibile con una pianificazione fiscale aggressiva (Apple ne è la testimonianza). In quest’ottica, dunque, è lecito pensare che la scelta di Alphabet – e di molte altre multinazionali statunitensi – non sia stata dettata solo dalla necessità di mettersi in regola con le nuove norme fiscali internazionali.

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Qualunque sia la verità dietro la vicenda, il fenomeno dell’elusione è lontano dall’essere arginato. In un recente lavoro, Tørsløv, Wier e Zucman hanno stimato che circa il 40% dei profitti globali delle multinazionali vengono trasferiti nei paradisi fiscali ogni anno, mentre secondo il Fmi, nel 2017 circa il 38% degli investimenti diretti esteri a livello globale sono stati investimenti “fantasma”, cioè operazioni aventi il solo fine di abbattere il carico fiscale. Numeri che, considerate le implicazioni sia in termini di efficienza che in termini di equità, sottolineano nuovamente la necessità e l’urgenza di un intervento in materia.

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