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Popolare Bari: ci risiamo

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Lo Stato italiano torna a occuparsi di banche. Lo fa con un decreto che mette sul piatto quasi un miliardo per Popolare di Bari, una banca cooperativa particolarmente attiva in Puglia, Basilicata e Abruzzo. La misura nasce dopo la decisione di venerdì scorso di Banca d’Italia di commissariare l’istituto. Anni di cattiva gestione hanno infatti portato Popolare di Bari a una situazione critica: perdite massicce, livelli di capitale sotto i requisiti minimi, elevate percentuali di crediti deteriorati sul totale dei prestiti. Tema caldo per la politica. Per orientarsi fra le polemiche è utile chiarire bene il quadro entro il quale l’intervento del governo è avvenuto.

Il piano dell’esecutivo è quello non solo di un salvataggio, bensì di un rilancio di Popolare di Bari che, nelle parole dell’esecutivo, dovrebbe diventare un veicolo pubblico di aiuto agli investimenti nel Sud. Il problema principale però è che dal 2013 gli aiuti di Stato alle banche sono rigidamente regolati dalle normative europee. Dopo la crisi, l’Unione si è dotata di una complessa architettura legislativa per far fronte ai dissesti bancari e porre fine al ricorso massiccio ai soldi dei contribuenti (bail out) per rilanciare le banche in crisi. Una delle principali novità introdotte, nella “Banking Communication” prima e nella BRRD (Banking Recovery and Resolution Directive) poi, è stato il “bail in”, ovvero la partecipazione di azionisti e obbligazionisti all’assorbimento delle perdite di un istituto in crisi, resa condizione necessaria per accedere ad aiuti pubblici. Lo scopo? Incentivare azionisti e creditori di una banca a vigliare sulla condotta dei manager. In gergo economico, combattere l’azzardo morale.

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Negli anni però, l’applicazione del bail in in Italia si è dimostrata particolarmente problematica, data soprattutto la propensione di diverse banche nostrane a far sottoscrivere azioni e obbligazioni a piccoli risparmiatori, come famiglie e pensionati. Il costo politico di un bail in in queste circostanze è altissimo e casi come Banca Etruria o Popolare di Vicenza stanno lì a ricordarlo. Inutile dire che anche nel caso di Popolare di Bari la platea di coloro i quali verrebbero interessati da un bail in è vastissima: oltre 70.000 soci e €290 milioni di obbligazioni subordinate sottoscritte da piccoli investitori.

In quest’ottica, il governo punta a sostenere Popolare di Bari attraverso uno schema pubblico-privato: oltre ai 900 milioni dello Stato, altri 500 milioni dovrebbero arrivare dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, fondo privato finanziato dalle banche italiane. L’intenzione sarebbe quella di far passare il tutto come un’operazione di mercato, in modo da non dover applicare le suddette regole sugli aiuti di stato. Mentre si attende il giudizio della Commissione Europea, cresce però il malumore di chi vede questo episodio come l’ennesima forzatura delle norme e dei principi fondanti la legislazione bancaria comunitaria post-crisi. L’ennesima soluzione di corto respiro che vede il contrasto ai problemi strutturali del mercato del credito italiano (vigilanza inefficace, azzardo morale, analfabetismo finanziario, credito clientelare) ancora una volta rimandato.


Immagine di copertina da Il Sole 24 Ore.

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