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L’Europa delle Nazioni non basta più

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Il freddo tipico dell’inverno belga si scatena al di fuori delle mura. Al suo interno, il ticchettio delle penne sui fogli stracolmi di parole innervosisce i presenti. Sguardi di pietra si incrociano raggelandosi a vicenda. Sotto il tavolo si creano alleanze, trattative fallite per poi essere riprese all’ultimo momento, compromessi efferati. Sopra il tavolo, si vota per difendere i propri interessi contro quelli degli altri. Sembra una sceneggiatura degna di Quentin Tarantino, si tratta invece di un giorno d’ordinario scontro tra i Ventisette leader nelle segrete stanze del Consiglio Europeo.

“L’Unione Europea, la Banca Centrale e la Commissione, nei giorni scorsi, hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento Europeo. Non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali.”

Con queste parole il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella si rivolge al Paese in un momento estremamente difficile, non solo per l’Italia. Difatti, la notte prima il Consiglio si riunisce in una inedita veste digitale, date le circostanze, che non ne modifica però il copione. Esattamente come in un campo di battaglia d’inizio Novecento, due schieramenti si contrappongono barricandosi dietro le rispettive trincee.

Da una parte Italia, Francia, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Grecia, Irlanda, Portogallo e Slovenia. Dall’altra Germania e Olanda in primis, ma anche Austria, Danimarca, Finlandia. In mezzo, il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel nel tentativo disperato di mediare. L’oggetto del contendere è l’emissione degli ormai noti Eurobond o Coronabond, strumenti di debito comune per far fronte all’emergenza e che rappresentano l’arma di massima solidarietà attuabile dall’Unione. Gli Eurobond, chiesti a gran voce dai firmatari della lettera promossa da Conte e indirizzata al Consiglio, trovano la resistenza dei cosiddetti falchi. I paesi più rigorosi vorrebbero che si utilizzasse invece il tanto discusso MES, al massimo rivedendone le condizionalità di accesso al credito.

Il risultato del primo di molti scontri che si susseguiranno nei prossimi giorni è un prevedibile nulla di fatto, nel momento in cui il maggior nemico del Vecchio Continente è il tempo. Ogni giorno il contagio in Europa e nel mondo si espande, i morti aumentano, medici ed infermieri combattono; eppure, i Capi degli Stati Nazionali non riescono ad andare oltre storiche divisioni ed interessi economici. Si potrebbe dire che ciò non sorprenda affatto, dato che quegli stessi Stati si dichiaravano guerra l’un l’altro appena ottant’anni fa.

Ripercorrendo le parole di Mattarella e confrontandole con i fatti, il Consiglio Europeo appare l’unica delle istituzioni europee a non essere in grado di agire. La Commissione, con il beneplacito del Parlamento riunitosi in assemblee straordinarie, ha infatti premuto per sospendere il Patto di Stabilità e ha impedito il blocco dell’export di mascherine e materiale sanitario tentato da Francia e Germania. La Commissione ha inoltre garantito la continuità delle merci attraverso il suolo europeo e stabilito un fondo comune da 37 miliardi (è importante non dimenticare che la Commissione ha all’incirca lo stesso budget della sola Svezia), oltre a finanziare la ricerca di un vaccino e sbloccare gli aiuti pubblici alle imprese.

La Banca Centrale, dal canto suo, ha imbastito un piano di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario (Quantitative Easing) per circa un triliardo di euro, riducendo i differenziali e permettendo ai paesi più in difficoltà di indebitarsi ad un costo del denaro enormemente minore.

Nel frattempo, il Consiglio Europeo è immobile. Il motivo del suo essere inerme rispetto alle altre istituzioni continentali si può dedurre dalla sua stessa natura. Il Parlamento, la Commissione e la Banca Centrale sono infatti espressione dell’anima sovranazionale dell’Unione: agiscono per un bene comune, situato al di sopra degli interessi individuali dei singoli paesi. Questi organi sono potenzialmente in grado di individuare ciò che è giusto fare per il benessere della comunità, al di là del fatto che questo possa danneggiare un paese o favorirne un altro.

Il bene dell’Europa non è invece nell’interesse del Consiglio, incarnazione dell’anima intergovernativa del progetto europeo, quella che non è in grado di cogliere la realtà nel suo insieme. Il Consiglio riunisce governi eletti per compiacere le singole Nazioni, a differenza degli Europarlamentari, finendo per divenire un’accozzaglia sconclusionata di interessi inconciliabili.

Tale egoismo trova il massimo compimento nel concetto di unanimità, la quale deve essere raggiunta all’interno del Consiglio per venire a capo delle questioni più spinose. Ebbene, si immagini se per decidere gli Stati Uniti d’America avessero bisogno del voto unanime di tutti i cinquanta Stati. Si trasformerebbero immediatamente in un paese inerme, incapace di agire in modo tempestivo; esattamente ciò che è l’Unione Europea adesso, ostaggio degli egoismi nazionali insiti nel Consiglio. La gelosia delle Nazioni per il proprio potere è tale che, se si volesse abbandonare l’unanimità per giungere ad una più sensata maggioranza qualificata, servirebbe proprio l’unanimità stessa. Gli Stati dovrebbero decidere a livello unanime di non aver più bisogno di decidere a livello unanime. Un paradosso nel quale si esaurisce la visione intergovernativa dell’Europa.

Le Nazioni Europee dovrebbero finalmente capire due cose. La prima è che l’interconnessione delle economie e delle società europee è tale che i soldi spesi per aiutarci l’un l’altro in tempi d’emergenza non sono soldi buttati, ma ci permettono di sopravvivere insieme. La seconda e più importante, che il Consiglio Europeo deve fare un passo indietro per consentire alla Commissione e soprattutto al Parlamento di svolgere il loro compito fino in fondo, prima che sia troppo tardi.

L’Europa delle Nazioni non basta più.

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