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Il Paese invisibile

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Il segreto del successo della provincia “ribelle”
Taiwan è l’unico paese al mondo ad aver contenuto l’epidemia da Covid-19 senza aver adottato misure draconiane: infatti sono stati registrati solo 300 casi confermati e 6 morti (dato aggiornato al 13 aprile) su una popolazione di 24 milioni di abitanti. I risultati sono ancora più ammirevoli se si tiene conto che la piccola isola dista appena 110 miglia dalle coste cinesi.
Il segreto di tale successo risiede probabilmente nelle misure restrittive che Pechino ha compiuto sul turismo cinese a Taiwan a partire dal 2019, le quali si sono dimostrate una carta vincente nel diminuire la diffusione del virus; contribuisce in parte anche il fatto che Taiwan non sia un membro delle Nazioni Unite.
Russell Hsiao, direttore esecutivo del Global Taiwan Institute, ha dichiarato ad Asianews che “Taiwan non ha atteso le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e ha risposto prontamente alla crisi del coronavirus”, e ha aggiunto che “Taiwan non aveva il ‘lusso’ di aspettare le indicazioni dell’OMS per elaborare la sua risposta al coronavirus. In modo paradossale, ciò ha incoraggiato il governo ad assumere un approccio più energico al problema”.
Taiwan ha intuito l’emergenza appena si sono registrati i primi casi di Covid-19 nella regione dell’Hubei: le prime misure preventive sono state adottate a partire dal 31 dicembre con il controllo sui voli provenienti dalla Cina, cui è seguito il divieto di accesso ai cittadini residenti a Wuhan il 23 gennaio, la sospensione dei tour in Cina appena due giorni dopo e il divieto degli ingressi dalla Cina il 6 febbraio.

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L’intervista a Bruce Ayward
Gli innumerevoli sforzi accompagnati dagli incredibili risultati ottenuti sono tuttavia passati quasi inosservati nel panorama politico interazionale.
La World Health Organization (WHO), organo delle Nazioni Unite fondato nel 1948 con l’obiettivo di raggiungere il miglior livello sanitario possibile nei paesi membri, appare irremovibile sulla propria posizione di tagliare fuori Taiwan dall’organizzazione.
Questa situazione paradossale è esplosa sabato 11 aprile quando l’intervista della giornalista di RTHK News, Yvonne Tong, a Bruce Ayward, vicedirettore generale della WHO, è diventata virale.
Nel video incriminato è evidente come l’uomo, fingendo di non sentire la domanda, eviti di rispondere se, dopo quanto accaduto, si potrà riconsiderare l’ingresso del paese nelle Nazioni Unite. La reazione di Ayward mostra chiaramente quanto la relazione tra la WHO e Taiwan sia complessa.
In seguito all’intervista i vertici della WHO sono difesi mettendo in evidenza come la questione taiwanese non concerni i membri dello staff, ma sia fortemente influenzata dagli stati membri.
Riguardo a ciò, è infatti importante ricordare come dal 1971, anno in cui la Cina è entrata a far parte delle Nazioni Unite, il governo cinese abbia sfruttato il proprio potere di veto per impedire l’ingresso dell’isola nell’organizzazione, considerandola una propria provincia invece che uno stato sovrano indipendente.
Un passo avanti è stato compiuto tra il 2009 e il 2016, periodo in cui la Cina ha concesso a Taiwan, in qualità di osservatore, di aderire alla World Health Assembly, corpo decisionale della WHO, con il nome di Taipei cinese.
Tuttavia, dopo l’elezione della presidente taiwanese Tsai Ing-Wen nel 2016, la situazione politica tra i due paesi ha costretto la Cina a bloccare la partecipazione di Taiwan alle assemblee future.
L’esclusione ha causato serie conseguenze durante le emergenze sanitarie globali: la WHO è fondamentale nella divulgazione di informazioni in ambito sanitario e, non essendo membro dell’organizzazione, il governo di Taipei si è trovato nella situazione di dover fare affidamento sulla mediazione da parte della Cina, portando a ritardi di giorni o, addirittura, settimane nella fruibilità delle informazioni.

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Perché l’esclusione di Taiwan è un problema?
Taiwan si è sempre fatta sentire ogni qualvolta veniva esclusa da questioni globali, sottolineando come fosse discriminatorio e gravemente dannoso in una situazione, come quella che stiamo vivendo, in cui la cooperazione internazionale è fondamentale per superare il problema. Taiwan ha inoltre evidenziato come la propria presenza nelle Nazioni Unite possa tornare utile agli altri paesi membri condividendo le proprie strategie nella gestione del virus, qualora in futuro si presenti una situazione analoga.
“Speriamo che attraverso questa emergenza l’OMS possa riconoscere chiaramente che le epidemie non hanno confini nazionali, nessun posto dovrebbe essere lasciato fuori perché qualsiasi posto che viene lasciato fuori potrebbe diventare una scappatoia… la forza di qualsiasi posto dovrebbe essere trascurata in modo che possa dare un contributo al mondo”: lo ha dichiarato il ministro della salute di Taiwan Chen Shih-Chung durante una conferenza stampa.

La WHO nelle mani di Pechino
Ma perché Pechino ha una tale influenza sulla WHO, superando quella statunitense? Come nella maggior parte dei casi, è sufficiente seguire il flusso di denaro: l’organizzazione, sin dalla sua nascita, ha dovuto fare affidamento su contributi volontari da parte dei singoli paesi e tale dipendenza è cresciuta notevolmente negli ultimi anni a causa di numerose perdite.
I contributi della Cina infatti sono cresciuti del 52% dal 2014. Ha inoltre ricoperto il ruolo di grande alleata di Tedros Adhanom Ghebreyesus, attuale direttore generale della WHO, durante le elezioni del 2017. Ciò si è rivelato una carta vincente dal momento che, il giorno successivo alla propria vittoria, Ghebreyesus ha confermato l’intenzione, sua e della WHO, di continuare a sostenere il principio di un’unica Cina con capitale Pechino.
Le conseguenze sono evidenti ancora oggi, quando la WHO elogia la risposta data dalla Cina contro il Covid-19, ignorando il fatto che il paese abbia tentato di coprire la situazione di Wuhan finché è diventata ingestibile.
In questo modo la debole risposta da parte della WHO ha messo a repentaglio non solo l’immagine della Cina, ma anche la credibilità della stessa organizzazione.

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