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Una vita contro

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“Un editore può cambiare il mondo? Difficilmente: un editore non può nemmeno cambiare editore.” (Giangiacomo Feltrinelli)

Nel maggio del 1970 i Beatles consegnano ai posteri Let it be, l’ultimo album prima del loro scioglimento;  a settembre dello stesso anno le Fender Stratocaster piangono il loro profeta Jimi Hendrix. In Italia siamo negli anni di piombo, di cui il rock è la colonna sonora.

Gli omicidi sono all’ordine del giorno, le bombe sventrano palazzi e spezzano vite, i giudici e i poliziotti saltano in aria e i parenti vengono sequestrati. Gli studenti camminano con il giornale sotto il braccio, simpatizzano con le Brigate Rosse e fraternizzano con gli operai, in un’attesa beckettiana della rivoluzione proletaria. Nel frattempo impugnano le armi e alzano il livello dello scontro. È un mondo in bianco e nero, la tv a colori arriverà solo nel ’77. Sono anni in cui non puoi scegliere: o sei dalla parte del popolo o sei contro. Chi veste l’eskimo e i jeans è di sinistra, chi indossa la giacca di pelle, i Ray Ban Aviator e gli stivaletti a punta Barrow’s è di destra.

L’intero globo terrestre è una polveriera. Nel ’72, alle Olimpiadi di Monaco di Baviera un commando di terroristi palestinesi, appartenenti all’organizzazione Settembre Nero, uccide undici atleti israeliani e un poliziotto tedesco. Negli USA, Richard Nixon comincia a pensare che gli americani dovrebbero esportare un po’ di democrazia non solo in Vietnam, ma anche sulla Luna. Così nasce il programma spaziale Space Shuttle. Alle 15:50 del 15 marzo del 1972, in località Cascina Nuova (Segrate) i fratelli Lorenzo e Luigi Stringhetti, di professione agricoltori, trovano il corpo dilaniato di un uomo vicino al traliccio ad alta tensione n°71.

“C’è un uomo fulminato nel campo. Forse un ladro di cavi”, dicono a Ugo Indovina, comandante dei Vigili urbani. Egli però capisce subito che non è questa la professione della vittima. Accanto al corpo ci sono tre zainetti di tipo militare. Il contenuto dei primi due è poco interessante – uno è vuoto, il secondo contiene caffè in termos e biscotti – ma il terzo custodisce tredici candelotti di dinamite alla nitroglicerina da 150 grammi ciascuno. Inoltre trenta candelotti, suddivisi in due cariche da quindici l’una, sono piazzati a una delle quattro basi del torrione metallico.

Sul posto, fino a qualche ora prima deserto, convergono carabinieri, agenti di Polizia, il commissario Luigi Calabresi, il Pm Antonio Bevere e il medico legale Oscar Zavaglia che data la morte a circa ventiquattro ore prima. Nel portafoglio della vittima ci sono 90 franchi svizzeri, 200 mila lire, un calendarietto religioso con l’orario delle messe alla chiesa del Santi Giovanni e Paolo e una carta di identità rilasciata dal comune di Novi Ligure a Vincenzo Maggioni, 46 anni, nato e abitante a Novi Ligure in corso Matteotti 6.
Nella tasca posteriore dei pantaloni gli inquirenti rinvengono, oltre a una banconota da mille lire tagliata a metà (una sorta di lasciapassare per accedere agli arsenali e ai covi segreti dei terroristi), anche un pacchetto di sigarette “Astoria”, molto particolare. Non causa la morte con il fumo: infatti è riempito di tritolo collegato a un detonatore a percussione.

Probabilmente, il milite voleva causare un black out al fine di impedire il XIII Congresso nazionale del Pci che è in corso proprio in quei giorni al Palalido di Milano. La bomba e il conseguente black out voleva essere un messaggio al vertice comunista, accusato di avere scelto la strada delle riforme rifiutando così il progetto rivoluzionario.

Giangiacomo Feltrinelli nasce a Milano il 19 giugno del 1926. È l’ultimo erede di una delle più facoltose e potenti famiglie d’Italia. La storia economica dei Feltrinelli, Marchesi di Gargano, comincia con il commercio di legname importato dalla Russia. In particolare, sono Giacomo assieme al nipote Giovanni a fare la fortuna della dinastia, scolpendone il nome nell’economia italiana e facendo di Milano il loro personale regno. La legnami Feltrinelli è la spina dorsale della attività di famiglia, così remunerativa che nel 1892 viene costituita anche la Banca Feltrinelli (nel 1919 ribattezzata Banca Unione). Una delle prime grandi operazioni della Banca è un’intesa con la Edison, che viene così salvata dalla cessione a un’azienda tedesca. L’opera dei Feltrinelli continua nel padre di Giangiacomo, Carlo. Egli è un uomo di spessore, dotato di un fortissimo senso del dovere che lo spinge a lavorare fino a notte fonda. Si racconta che spesso non tornasse a casa per giorni, preferendo dormire in ufficio.
Come il finanziere afferma in un’intervista, è questo il sacrificio necessario per “essere degno di occupare un’alta posizione sociale e finanziaria”. È un periodo in cui il successo di un italiano nel mondo è un successo per tutta la Nazione. È quell’Italia che alza la testa, consapevole di essere una piccola furia tra i giganti, che è patria di imprenditori invidiatici da tutto il mondo oltre a Carlo, come Adriano Olivetti, le cui idee saranno fonte di ispirazione per la Apple, Enrico Mattei, che con la sua Eni terrorizza i colossi energetici, e Enzo Ferrari, che con modesti capitali umilia i grandi marchi dell’automobilismo (Porsche in Europa e Ford oltreoceano).

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Carlo non si limita a gestire le attività di famiglia. È Presidente di numerose società, tra cui il Credito Italiano che sotto la sua guida arriva a fondersi con la Banca Nazionale di Credito, rappresentando così “la maggiore concentrazione della storia bancaria del nostro Paese”. È proprietario di aziende come la Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, la società di costruzioni Ferrobeton S.p.A, e nel corso della sua vita arriva a essere contemporaneamente membro di 37 cda.

Carlo muore nel 1935 a soli 54 anni, in circostanze ancora poco chiare. Improvvisamente, Giangiacomo si ritrova orfano di un papà che non ha mai realmente conosciuto e in balia della madre Giovanna Elisa Gianzana, che cerca di proteggerlo rinchiudendolo in una gabbia dorata. “Giangi”, come lo chiamano affettuosamente gli amici, è pero insofferente al mondo ovattato e lussuoso in cui è costretto. I suoi amici sono gli operai, i contadini e i giardinieri che si occupano della manutenzione delle varie proprietà di famiglia. L’animo ribelle e intransigente si rivela presto. Un giorno fa la conoscenza di Primo Minutolo, macellaio ed ex cannoniere, ed il gruppo di sfollati che insieme a lui hanno dovuto lasciare Porto Santo Stefano e ripiegare nei boschi. Giangiacomo decide di unirsi a loro. La “latitanza” termina quando, insieme ad alcuni dei suoi nuovi compagni, piomba nel giardino della sua stessa casa, dove è in corso un importante ricevimento. L’entrata è teatrale; il futuro editore urla: “Chi ha moglie s’allontani, sennò sparo”.
Lo riporta alla ragione Piero, il custode della villa, che gli promette asilo a casa sua.

Dopo un’iniziale simpatia per il regime Fascista, nel 1944 muta drasticamente posizione politica.
Diventa parte attiva della Resistenza e con il nome di battaglia Osvaldo si arruola nel Gruppo di Combattimento Legnano che affianca il IV Corpo d’armata statunitense. Successivamente milita nel Partito socialista, rimanendone però deluso dall’inamovismo. Decide perciò di tesserarsi al Partito Comunista Italiano che tuttavia non lo prenderà mai troppo sul serio. Probabilmente perché lo giudica un aristocratico che gioca a fare il rivoluzionario. Ad ogni modo, le donazioni e i finanziamenti sempre più ingenti di Osvaldo sono sempre dignitosamente accettati. Negli anni di militanza viene deluso anche da Togliatti che nel 1946, nonostante l’attentato alla sua vita, blocca l’insurrezione comunista. Abbandonato l’attivismo politico, nel 1950 fonda l’istituto Feltrinelli per lo studio della storia contemporanea e i movimenti sociali e nel 1955 inizia la sua attività di Editore.

La filosofia alla base della casa editrice è sintetizzata in queste parole: “io pubblico solo i libri che mi piacciono. È un criterio soggettivo, non lo nego. Per me, pubblicare, è un divertimento”.
È grazie alla Feltrinelli che l’Italia conosce il reportage di Simone De Beauvoir L’America giorno per giorno, gli Scritti politici di Imre Nagy (primo ministro dell’insurrezione ungherese), I problemi della filosofia di Bertrand Russel, il primo e più controverso romanzo di Henry Miller, Tropico del Cancro – negli USA sotto processo per oscenità -, nonché autentici capolavori come Cent’anni di solitudine e L’amore al tempo del colera del futuro premio Nobel Gabriel García Márquez, Il Gattopardo di Tomasi da Lampedusa o Il dottor Zivago di Boris Pasternak.
Quest’ultimo romanzo ha una storia editoriale travagliata che merita di essere raccontata. Esso è già stato promesso, in esclusiva, alla casa editrice sovietica Goslitidzat, ma l’autore sa che la censura farà scempio dell’opera. Pasternak non può opporsi, il governo ha in pugno sua moglie Olga Ivinskaja che è rinchiusa in un Gulag dove viene torturata e interrogata di continuo. Lo scrittore, consapevole che il Partito non lo avrebbe mai perdonato, nel consegnare il testo a Sergio D’Angelo (collaboratore di Feltrinelli) dice: “fin d’ora voi siete invitati alla mia fucilazione”.

 L’URSS con il supporto del Pci prova a bloccare la pubblicazione italiana obbligando il romanziere a firmare un telegramma, in cui chiede a Feltrinelli la restituzione del manoscritto. Tuttavia lo scrittore ha già preso accordi con Giangiacomo tramite una lettera scritta in francese: “La ringrazio del libro che pubblicherà e la prego di non accettare nulla di ciò che verrà fatto per impedirglielo. Non tenga neppure conto di messaggi da me firmati se non saranno, come questo, scritti in francese”.
È grazie a Feltrinelli se saranno i lettori italiani i primi al mondo a leggere delle “distese di neve della Siberia dove l’immensità disperde l’eco delle stragi”. Il libro viene pubblicato nel 1957 ed è subito un successo.
In tre anni raggiunge la quota di 150.000 copie vendute e vale il premio Nobel allo scrittore che accoglie così la notizia: “Infinitamente riconoscente, commosso, fiero, sbalordito, confuso”. Purtroppo Boris Pasternak morirà nel 1960, solo, in povertà, perseguitato dal regime e senza aver mai potuto ritirare né i soldi né il premio.

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I “mitici” anni ’60 rappresentano una svolta per l’editore. Gira per il mondo, scopre l’America e nei soggiorni a Cuba conosce Fidel Castro con cui stringerà un forte rapporto di amicizia.
A Cuba incontra anche il fotografo Alberto Korda che gli regalerà il negativo di una fotografia, scartata da tutti i giornali. Si tratta dell’iconico Guerrillero Heroico che rimase inedito fino alla morte del rivoluzionario cubano. Morte che Feltrinelli onora stampando centomila manifesti con quell’immagine accompagnata dalla scritta “Il Che vive”. Del Che pubblica anche Diario in Bolivia, con la prefazione del Líder Máximo. Queste le parole di Giangiacomo circa il successo del libro: “Recentemente, in tre o quattro giorni, le librerie hanno venduto tutta un’edizione ad alta tiratura di un volumetto che raccoglie alcuni scritti di Ernesto “Che” Guevara: anche se questo libro non si fosse venduto, avrei accettato di pubblicarlo, perché gli scritti di Guevara sono scritti necessari.”

Vale la pena fare un piccolo e temporaneo balzo temporale e arrivare al primo aprile 1971.
Quel giorno Monika Ertl, con la scusa di ottenere alcune informazioni sulla Bolivia, si introduce negli uffici del consolato ad Amburgo dove apre il fuoco contro il console. Si tratta di un’esecuzione.
L’uomo giustiziato è uno spietato generale boliviano cioè il terribile Quintanilla, l’assassino di Che Guevara.
L’angelo vendicatore utilizza una Colt Cobra 38 special, procuratagli da Giangiacomo Feltrinelli attraverso la rete internazionale dell’ultrasinistra.

“Il guerrigliero è un riformatore sociale, che prende le armi rispondendo alla protesta carica d’ira del popolo contro i suoi oppressori, e lotta per mutare il regime sociale che mantiene nell’umiliazione e nella miseria tutti i suoi fratelli disarmati. “. È una frase di Che Guevara che rimbomba nella testa dell’Editore. L’esperienza cubana diventerà un’ossessione per Giangiacomo che sogna di fare della Sardegna una Cuba del Mediterraneo. Oggi quest’idea può sembrare solo follia, ma all’epoca il popolo sardo covava un forte sentimento indipendentista, tuttora non del tutto sopito. L’isola dei quattro mori era mal collegata con il resto della Nazione, le infrastrutture erano carenti, i Sardi vivevano isolati e in condizioni di povertà e il fenomeno del banditismo era sempre più diffuso. I banditi erano tollerati e a volte anche supportati dalla popolazione, perché antagonisti allo Stato e alla Polizia che spesso, per reprimere le rivolte, conduceva violenti rastrellamenti. Anche l’Europa del ‘68 era profondamente diversa da quella che conosciamo oggi.
Il popolo spagnolo era ancora succube della dittatura di Francisco Franco, in Grecia era stata recentemente instaurata la dittatura dei Colonnelli, la Francia faceva i conti con il suo “maggio”, la Germania era lontana dall’unificazione e in Italia L’Espresso aveva pubblicato un’inchiesta sul Piano Solo, cioè un tentato golpe fascista concepito nel 1964 dal generale Di Lorenzo.
Feltrinelli teme e si convince che anche in Italia possa avvenire un’occupazione militare. Non si sente più un editore, ma un combattente anti-imperialista e perciò decide di passare all’azione. Prende contatti con i movimenti indipendentisti dell’isola, con l’idea di affidare le truppe ribelli alla direzione del celebre bandito Graziano Mesina. I due sembrano capirsi, parlano la stessa lingua e sono entrambi insofferenti all’autorità.
Tuttavia il progetto, come ci insegna la storia, naufragherà.

Il 1969 è l’anno delle bombe. Alle 19 del 25 aprile, ne esplode una nello stand Fiat alla Fiera Campionaria di Milano provocando venti feriti. Lo stesso giorno è rinvenuta una bomba inesplosa anche alla Stazione Centrale di Milano. Sono cominciati gli anni di piombo. Le indagini sono condotte dalla polizia politica di Milano e affidate alla direzione di un giovane, ma arrembante commissario. Si tratta di Luigi Calabresi che si era già distinto nel sedare le rivolte studentesche e negli sgomberi. Egli, pur in assenza di indizi evidenti, indirizza le indagini su un’unica pista, quella anarchica. Vengono arrestate quindici persone della sinistra extraparlamentare che rimasero in carcere per sette mesi prima di venire scarcerate per insufficienza d’indizi. Anche Feltrinelli è coinvolto nel processo, inquisito, poi prosciolto per falsa testimonianza.

Arriva l’estate e gli italiani si innamorano della voce di Johnny Hallyday che canta canzoni spensierate come Quanto t’amo, le spiagge straboccano di vita, ma la militanza non va in vacanza e gli operai di Mirafiori, così come gli studenti, sono sorvegliati anche nel loro tempo libero; nonostante ciò le bombe continuano a brillare. Il 9 agosto ne scoppiano otto su diversi treni. La tensione cresce fino a deflagrare.

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Il 12 dicembre del 1969 gli orologi si fermano alle ore 16:37. Un boato ha appena scosso l’Italia. È la strage di Piazza Fontana, che miete diciassette vittime e ottantotto feriti. Scoppiano anche tre bombe nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio a Roma e due sull’altare della patria. È ancora il commissario Calabresi a condurre le indagini e di nuovo i sospettati sono solo gli anarchici.

Feltrinelli nel frattempo è a Oberhof, ma saputa la notizia salta a bordo della sua fedele Citroen DS19 nera e parte immediatamente alla volta di Milano. Durante il tragitto amici lo informano che è tra i principali indiziati e che la casa editrice di via Andegari è circondata dalle forze di Polizia. Perciò, Feltrinelli ripara a Genova dove si nasconde a casa dell’amico ed ex partigiano Giambattista Lazagna.
Non c’è da stupirsi che le autorità sospettino di un coinvolgimento dell’editore.
Giangiacomo non ha mai celato le sue posizioni politiche e certo non lo aiuta l’edizione di libri come Il sangue dei leoni di Edouard Marcel Sumbo. Si tratta di un manuale di guerriglia urbana e sabotaggio che diventerà la bibbia per i terroristi nostrani, rossi o neri che siano.

L’opinione pubblica reclama alacremente verità e giustizia, ma le indagini sono inconcludenti.
Viene anche istituita una taglia di 50 milioni di lire per chiunque sia in grado di fornire informazioni (per dare un’idea della somma, si segnala che una Fiat 500 poteva essere acquistata per 600 mila lire, una Ferrari 250 Gt per circa 6 milioni). Si cerca nel mucchio e tutti i circoli anarchici e comunisti del paese sono passati al setaccio. A Milano vengono arrestati 84 sospetti, perlopiù appartenenti al circolo anarchico XXII Marzo il cui motto è “Bombe, sangue e anarchia”. Il 15 dicembre, durante un interrogatorio condotto dal Commissario Calabresi, l’anarchico Pinelli vola in aria dalla finestra della questura. Feltrinelli, nonostante le suppliche di familiari e compagni, continua la latitanza, perché ha il terrore di essere usato come capro espiatorio.

Per Giangiacomo dal 1970 al 1972 è un continuo “muoversi all’impazzata, uno scrivere, organizzare, predisporre, persuadere, elaborare, viaggiare, nascondersi, costante e senza interruzioni”.
Scrive lettere in cui reclama la sua innocenza, inoltre dirige e scrive una rivista clandestina, la Voce comunista, in cui auspica la formazione di un esercito internazionale del proletariato. Nell’ottica di anticipare personalmente gli eventi, fonda i Gap (Gruppi di Azione Partigiana).
Si taglia i baffi e indossa una divisa militare color verde oliva. Non è più l’editore Feltrinelli, ma il nuovo partigiano Osvaldo. L’esordio teatrale avviene il 16 aprile 1970 all’indomani di un comizio a Genova di Giorgio Almirante, fascista e segretario del Movimento Sociale Italiano. Durante la trasmissione del telegiornale locale una voce si sovrappone a quella del conduttore.
È Osvaldo, che presenta agli ascoltatori la sua organizzazione: “Attenzione, attenzione, qui Radio Gap, gruppi di azione partigiana, qui radio Gap, gruppi di azione partigiana. Lavoratori genovesi, rimanete in ascolto…”. Ad ogni modo, i Gap non sono sanguinari terroristi, si limitano ad azioni dimostrative come gli incendi alla sede del partito socialista e all’ambasciata statunitense a Genova.

Nell’arco temporale che va dal ’68 al ’72, in Italia sono esplose 482 bombe che hanno portato via con sé chi quel giorno ha avuto la sfortuna di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Tra questi non c’è Vincenzo Maggioni ovvero l’editore Giangiacomo Feltrinelli, nome di battaglia Osvaldo.
Un uomo che si sentiva in obbligo verso la patria, prigioniero di un ideale, disposto a vivere una vita contro.

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