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Economics

Politica Italiana: Istruzioni per il disuso

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Più di 20.000 vittime e una previsione di perdita del 9,1% del PIL equivalente a circa 160 miliardi di euro (previsione IMF) non bastano a limitare uno stato di campagna elettorale permanente. A maggio, il Paese dovrebbe timidamente ripartire anche se non è ancora noto come. Nonostante il governo abbia ribadito di non agire con il favore delle tenebre, in esse sembra brancolare. L’unica cosa certa è che servirà una massiccia iniezione di denaro e sono difatti settimane che il dibattito politico è focalizzato sulla contrapposizione tra MES e Eurobond. Eppure tutte le forze politiche più che discutere nel merito delle proposte con un atteggiamento propositivo rivolto al benessere della Nazione, sembrano più interessate alla scalata dei sondaggi elettorali. Ci si chiede se la politica serva a registrare il consenso o a formarlo.

In realtà, MES e Eurobond si differenziano nel come reperire le risorse, ma sono comunque entrambi delle forme di debito. Ad essere differente è piuttosto la narrativa politica. Il MES viene venduto come vincolante e dannoso perché costringerebbe l’Italia all’emissione unilaterale di nuovo debito, da restituire con gli interessi. Invece gli Eurobond sarebbero un debito contratto simultaneamente da tutti i paesi dell’Unione Europea che gli italiani non sarebbero costretti a ripagare direttamente.

Se l’errore e la menzogna necessitano del sostegno della cattiva politica, la verità può esistere da sola.

Il MES, acronimo di Meccanismo Europeo di Stabilità, è nato nel 2012 come fondo assicurativo per i Paesi in difficoltà finanziaria. Inizialmente l’accesso ai fondi era condizionato alla sottoscrizione di un memorandum of understanding in cui lo Stato richiedente si impegnava in un piano di rientro e di aggiustamento strutturale del debito. Inevitabilmente la ricerca delle risorse si è spesso tradotta, tra le altre cose, in consistenti tagli alla spesa pubblica, aspre riforme pensionistiche e riduzione dei salari.
Perciò se l’applicazione del meccanismo di stabilità ha da un lato rimesso i conti in ordine, ha anche significato, in particolare per Grecia e Cipro, un elevato e drammatico costo sociale nonché un depauperamento del welfare e delle risorse nazionali. La minaccia di manovre “lacrime e sangue” è il principale argomento a supporto dei detrattori del fondo.  

Tuttavia l’intesa raggiunta all’Eurogruppo nella serata di giovedì 9 aprile ci fornisce nuove e inedite prospettive. I Ministri delle Finanze europei hanno proposto l’istituzione all’interno del MES di un Pandemic Crisis Support, ovvero una linea di credito fino a un massimo del 2% del PIL per ciascun Paese (stimabile, per l’Italia, in circa 36 miliardi di euro). Il prestito verrebbe erogato sulla base di termini uguali per tutti gli Stati membri e senza condizioni di riforme strutturali. L’unico vincolo è che il denaro venga utilizzato per il finanziamento diretto o indiretto dei costi sanitari, di cura e prevenzione dovuti alla crisi Covid-19. Il PCS è modellato sulla falsariga della Enhanced Conditions Credit Line (linea di credito a condizioni rafforzate), cioè un modello di prestito già previsto nel MES che serve a stabilizzare gli Stati che rischiano difficoltà di mercato. L’attivazione della ECCL è uno dei presupposti che permette alla BCE di varare le Outright Monetary Transactions, che le consentono di comprare titoli di stato su scadenze tra uno e tre anni senza limiti quantitativi prefissati. In sintesi, il rating elevato del fondo permetterebbe di emettere debito a tassi molto bassi e sotto lo scudo della BCE. Di fatto si tratta del ruolo che i sovranisti italiani hanno sempre auspicato la Banca Centrale assumesse. Un altro vantaggio è che sarebbe relativamente facile e immediato erogare credito perché il MES è uno strumento già esistente, in parte già testato, con modalità di accesso e di erogazione note. Le criticità sono da ricercare nel fatto che non è ben chiaro cosa comprenda o meno la voce dei costi sanitari. Inoltre, gli esperti temono che 36 miliardi di euro possano non essere adeguati e che il capitale di garanzia complessivo si rilevi insufficiente nel caso in cui tutti gli Stati finanziatori decidessero di accedere alla linea di credito.

Gli Eurobond sarebbero dei titoli di debito emessi congiuntamente dai Paesi europei, ma garantiti individualmente e in solido da ogni Paese. I proventi sarebbero poi destinati in proporzione al PIL di ciascuno Stato. Il tasso di interesse di una emissione di debito comune sarebbe una media dei tassi di interesse che i vari Paesi potrebbero negoziare se si presentassero sul mercato separatamente. Il vantaggio si tradurrebbe, per l’Italia, in un minore costo del nuovo debito collettivo, a discapito però di quelle nazioni che sono considerate dal mercato più attendibili e che quindi autonomamente otterrebbero condizioni decisamente più favorevoli.
Sulla base dello scenario ipotizzato appare evidente che comunque non potremmo pretendere zero condizioni. Nel caso di indebitamento in solido, come avviene anche per le società di persone, le parti contraenti cercano di cautelarsi sul comportamento degli altri debitori. Nessuno Stato accetterebbe di indebitarsi senza garanzie sui comportamenti futuri degli altri Paesi. Inoltre, anche ammettendo di raggiungere presto un accordo, un sistema di Eurobond necessiterebbe di nuovi trattati e anche di una nuova istituzione erogatrice.
Il pacchetto di misure messo a punto dall’ Eurogruppo e poi votato dal Parlamento Europeo nella sessione straordinaria del 16 e 17 aprile, oltre alla PCS contiene altre tre proposte: Sure, un ulteriore fondo per la BEI e recovery bond.

Il Sure (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) sarà un fondo straordinario e temporaneo che fornirà copertura agli aumenti di spesa pubblica legati a misure di sostegno dell’occupazione. Nello specifico, fungerà da supporto ai regimi di riduzione dell’orario lavorativo che consentono alle imprese di ridurre temporaneamente l’orario di lavoro dei loro dipendenti, ai quali verrà erogato un sostegno pubblico al reddito per le ore non lavorate. Ciascuno Stato membro contribuirà al fondo versando una quota in proporzione al PIL fino al raggiungimento di 25 miliardi di euro. Questo fondo di garanzia permetterà all’UE di raccogliere sul mercato del credito circa 100 miliardi di euro che consentiranno il finanziamento dei prestiti agli Stati membri che ne faranno richiesta. Questi prestiti si baseranno su un sistema di garanzie volontarie dei Paesi verso l’UE e quindi il meccanismo sarà operativo quando tutti gli Stati membri si saranno impegnati circa tali garanzie.

La BEI, Banca Europea per gli investimenti, oltre alle coperture già messe a disposizione per la costituzione di un fondo da 40 miliardi, sarà dotata di un ulteriore fondo di garanzia di 25 miliardi che utilizzerà per indebitarsi fino a 200 miliardi di euro. Le risorse raccolte saranno successivamente prestate a condizioni vantaggiose alle Piccole e medie imprese europee in difficoltà.
Oltre ciò, le Istituzioni europee sono al lavoro nella messa a punto dei recovery bond cioè un Fondo di Ripresa straordinario dal valore di circa 500 miliardi di euro che fornirà finanziamenti attraverso il bilancio dell’UE.

Vale la pena segnalare che il 16 Aprile all’Europarlamento le delegazioni di Lega e Forza Italia, che in patria si battono con veemenza per un bond europeo, hanno votato contro un emendamento presentato dal gruppo dei Verdi che chiedeva la creazione dei coronabond per condividere il debito futuro degli Stati membri.

Data la contingenza economica internazionale, la sospensione del patto di Stabilità e l’inspiegabile riluttanza dell’UE a regalare soldi, la tentazione italiana sembra essere quella di non aspettare più l’Europa, abbandonare il tavolo dei negoziati e fare da sola emettendo tutto il debito necessario. Per dirla alla Bender di Futurama: “ci costruiremo un enorme luna park tutto nostro con blackjack e squillo di lusso! Anzi, senza il luna park.”


Dal cartaceo di maggio 2020

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